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Trento

Al via la prima udienza sulla fusione fra casse rurali: la ricostruzione dei 400 soci «ribelli»

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Fra pochi giorni è stata fissata la prima udienza di merito di fronte al Giudice per esaminare la nota questione della fusione fra la Cassa di Lavis Mezzocorona e Valle di Cembra e la Cassa Rurale di Trento osteggiata per perspicacia fino all’ultimo da un gruppo nutrito di soci.

I «ribelli» si sono uniti sotto l’associazione Soci Cooperatori Trentini e per l’occasione hanno voluto attraverso una nota riassumere i motivi che hanno portato centinaia di Soci ad esprimere la loro contrarietà con il voto e con il ricorso giudiziario a questa “malnata” Banca della Città.

Ricordiamo che il giorno 28 novembre 2019, l’assemblea dei soci riunita oggi al Bnl Group Arena di Trento approvò a larghissima maggioranza il progetto di fusione per incorporazione con la Cassa Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra.

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Il nuovo istituto si era chiamato Cassa di Trento, Lavis, Mezzocorona e Valle di Cembra, in forma abbreviata “Cassa di Trento”.

2.720 i soci fisicamente presenti, che con 715 deleghe sommano a 3.435 voti totali.

Solo 61 contrari, 7 astenuti. Dieci gli interventi in assemblea, solo uno contrario alla fusione.

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Sotto riportiamo la ricostruzione degli avvenimenti da parte dei soci contrari alla fusione che ha portato alla frattura tra i soci delle casse rurali col conseguente ricorso dei «ribelli» al tribunale di Trento

Primo Atto: Le premeditazioni e le forzature – Preme mettere in evidenza come già nel corso dell’Assemblea di approvazione del Bilancio 2018 della Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona Valle di Cembra del maggio 2019, alcuni Soci, appresa dai giornali l’ipotesi di un progetto di fusione della loro Cassa con quella di Trento, avevano espresso chiaramente in quella sede delle perplessità e contrarietà circa la validità del progetto stesso.

Ebbene più interventi di Soci con nome e cognome, fatti e registrati nel corso di quell’Assemblea, sono stati poi cancellati dal verbale, un verbale che è stato poi inviato alla Banca d’Italia ed ai competenti organi della Provincia.

Quindi già il primo atto ufficiale del percorso di fusione discusso con i Soci è falsato e le prove ci sono. Fatto gravissimo che evidenzia una mancanza assoluta di rispetto verso i Soci che in tutta buona fede e con spirito partecipativo, come dovrebbe essere in ogni Società Cooperativa che si voglia definire tale, esprimono idee convinti del valore di un democratico dibattito. Fra l’altro le risposte a questi interventi sostenevano che nulla era definito e che l’eventuale percorso sarebbe stato lungo e condiviso, quando invece esistevano già numerose attività funzionali al LORO progetto, compreso un “protocollo d’intesa”.

Non è un caso se anche nel verbale della successiva e drammatica Assemblea di Novembre, gli interventi dei Soci che ricordavano le loro contrarietà già espresse pubblicamente nella precedente Assemblea, sono stati riportati parzialmente con una attenzione scientifica ad eludere i puntuali riferimenti che nei fatti mettevano in luce le omissioni del verbale precedente. Quindi in due verbali gli interventi ufficiali dei Soci sono stati omessi e/o parzialmente riportati.

Questo è uno degli innumerevoli fatti e non il più grave, delle forzature e degli accordi nascosti perpetrati nei mesi precedenti da una parte dei vertici a danno e all’insaputa di Consiglieri e Soci. Anche di questi fatti vi è ampia disponibilità di prove compresa la scandalosa ed irregolare procedura di raccolta e autenticazione delle deleghe da parte di dipendenti ed amministratori (testimonianze disponibili).

Secondo atto – La notte del Palarotari – Purtroppo è ancora nella memoria di tutti la modalità di conduzione dell’Assemblea di novembre su cui è stata costruita questa artefatta fusione:

  • la prima comunicazione ai Soci in apertura di Assemblea da parte del Presidente è stata quella che i parcheggi del Palarotari avrebbero chiuso alle 24.00. Il Presidente sottolineava che, attardandosi oltre non si potevano recuperare le autovetture, mentre per chi aveva fruito del servizio navetta la ripartenza verso casa era programmata per le 22.30. Con queste premesse alle 22.30 è stato dato il via all’operazione di voto più caotica, disordinata ed alla fine falsata che la storia della Cooperazione Trentina fin qui ricordi. Il conteggio dei voti, la cui verifica è stata affidata dal Presidente ad un solo Socio scrutatore (anzichè a due o più come il regolamento prevede), per di più in evidente conflitto di interesse (responsabile segreteria di Direzione della Cassa) è stato, coerentemente alla gestione di tutti i lavori assembleari, palesemente difforme da quanto il Notaio, più e più volte nel corso di quell’assemblea, aveva assicurato ai Soci che, sconvolti da quanto stava accadendo chiedevano spiegazioni (le prove di queste affermazioni, filmate e registrate sono all’attenzione del Giudice).

  • Il regolamento assembleare agli art.22.2 e all’ art.30.5 spiega chiaramente le modalità a cui deve attenersi la conta dei voti quando si opta per il voto per alzata di mano (scelta inspiegabile considerate le tensioni ed i 1300 Soci presenti portatori di 400 deleghe). Ebbene il notaio avrebbe dovuto essere in grado di contare la componente maggioritaria del voto per alzata di mano; ciò era impossibile, ed è provato anche dalle grida dei collaboratori designati ad aiutare il notaio nella conta, che denunciavano l’incapacità di contare le mani alzate, alcune portatrici di ben tre deleghe!

  • In conformità al Regolamento, solo dopo aver verificato e dichiarato la componente che aveva vinto (i Si oppure i N0) il Notaio avrebbe dovuto chiamare al suo tavolo la parte risultata minoritaria per registrarla. Il Notaio, impossibilitato a seguire tale previsione regolamentare, per le evidenze sopra riportate, ha correttamente deciso e comunicato che avrebbe proceduto ad una sorta di appello nominale registrando tutti i voti dei Soci presenti al momento dell’alzata di mano, cominciando dai contrari, passando agli astenuti ed infine i registrando i favorevoli. Ed invece? Finiti di contare i contrari e gli astenuti alle 00.30 di notte dopo una ressa vergognosa, dopo che molti se ne erano andati ed i bus navetta avevano già portato a destinazione molti Soci stanchi e schifati…la sorpresa! Il notaio annuncia, scorrettamente e contrariamente a quanto aveva più volte pubblicamente assicurato (anche di questo vi sono prove evidenti) che, sentito il Presidente, la conta dei voti è stata fatta per differenza, tra quanti erano teoricamente presenti ad inizio votazione alle 22.30 (anche su questo fronte esistono numerose prove di Soci considerati presenti quando invece erano già andati via) ed i Soci che dopo due ore di coda e 6 ore di Assemblea sono stati schedati (aggettivo non usato per caso) tra i contrari. E’ evidente che, di fronte ad un’assemblea in cui la percezione dei più aveva considerato più numerose le mani alzate per il NO alla fusione qualcuno ha trovato il trucco per invertire la vera volontà dei Soci.

«Questo ingiustificabile comportamento dei vertici – spiega l’associazione cooperatori trentini – maturato e coperto purtroppo in seno al mondo cooperativo trentino, è la cartina tornasole dell’assenza di quei valori che dovrebbero essere alla base del vivere civile e delle istituzioni: il rispetto dell’altro, la trasparenza, il controllo della regolarità da parte dei diversi organi chiamati a questo compito».

Da questa storica, incancellabile, bruttissima vicenda è nato l’impegno di 400 Soci che senza pressioni o sollecitazioni hanno firmato un doveroso ricorso al Tribunale per veder riconosciuti e ristabiliti i loro basilari diritti, pagando di propria tasca.

«Soci umiliati che avevano cercato in tutti i modi (il tenore dei loro interventi in quell’Assemblea ne è la prova) di chiedere una pausa di riflessione – aggiunge ancora l’associazione –  un approfondimento, di evitare una spaccatura che i vertici hanno invece alimentato e cercato, noncuranti del valore di una coesione della base sociale ma accecati da numeri fini a se stessi e da poltrone dedicate. E la negativa responsabilità degli attuali vertici della Cassa, che hanno progettato i loro obiettivi con il silenzio assenso di centri di potere che avrebbero dovuto invece difendere il valore di una Cassa di Comunità anziché la “Banca della Città”, va oltre le Comunità locali e quello che hanno perso. E’ infatti innegabile come tali comportamenti impattino negativamente sulla complessiva immagine e reputazione della Cooperazione Trentina e di quella di Credito in particolare».

Pur consapevoli che la fusione per una sorta di “ragion di stato” sarà difficilmente reversibile, – concludono – confidiamo che la Giustizia riconosca almeno le palesi illegalità commesse in quell’Assemblea a beneficio della dignità dei Soci e della credibilità delle Istituzioni compresa, speriamo, quella della Cooperazione Trentina, oggi come non mai inadeguata e lontana dal suo “dover essere”»

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