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Trento

Arcivescovile: malumori da parte di un gruppo di mamme. Tirato in ballo anche l’arcivescovo Lauro Tisi

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Sono un gruppo di mamme deluse con i figli che frequentano le elementari della scuola paritaria Arcivescovile quello che scrive alla nostra redazione.

Durante il lockdown i loro bambini hanno effettuato una media di 4 ore settimanali di lezione (italiano, matematica e lingua straniera) rispetto alle 36 ore che normalmente facevano in presenza a scuola.

«Abbiamo chiesto personalmente al rettore, prof. Daves, per ben due volte, visto il prorogarsi delle lezioni online e la loro qualità (i maestri si sono limitati a correggere online i compiti assegnati senza aver fatto preventivamente la lezione!) un ricalcolo della retta annuale, anche alla luce del fatto che tutte le spese da loro sostenute per la struttura (elettricità, materiali, pulizie) sono state eliminate e sono ricadute sulle famiglie».

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Il Rettore – riporta il gruppo di famiglie – pare che abbia dapprima risposto che «non era possibile in quanto avevano provveduto al loro meglio per svolgere i loro compiti e che gli stipendi degli insegnanti andavano comunque pagati. Per poi però fare dietrofront dicendo che «essendo una struttura privata, potevano comunque accedere alla cassa integrazione per le ore non lavorate degli insegnanti non dovendo gravare in toto sulle tasche dei genitori».

Le famiglie si sono quindi ritrovate a far fronte alle bollette dell’elettricità, toner per le stampanti, connessioni internet e nel contempo al 30 aprile si sono trovate a pagare la rata della retta (obbligatoriamente in RID), nonostante lo stesso governo abbia sospeso ogni tipo di pagamenti e scadenze, tutto per garantire lo stipendio ai dipendenti dell’Arcivescovile.

«Troviamo inaccettabile questo comportamento – incalza il gruppo di mamme – soprattutto da un istituzione con radici radicate nella misericordia e religiose qual’è l’Arcivescovile. Noi mamme ci siamo unite e vorremmo procedere anche legalmente nei confronti dell’Istituzione, perchè non vi è alcuna corrispondenza tra prezzo e servizio offerto, abbiamo firmato un contratto all’iscrizione, che garantiva un monte ore di lezione. Se ora, per cause di forza maggiore, non si può far fede al contratto, è corretto che le parti discutano sul riconteggio della quota offerta. Perchè o prima a 36 ore settimanali era un contratto conveniente o ora a 4 ore settimanali per lo stesso prezzo, è una truffa».

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Le mamme poi tirano in ballo anche l’arcivescovo Tisi, che «dovrebbe pronunciarsi e aiutare le famiglie che si sono dovute far carico anche dei stipendi degli insegnanti che hanno lavorato oggettivamente meno e introitato sempre lo stesso stipendio. Non è eticamente e moralmente corretto. Inoltre, confrontandoci con le mamme delle scuole statali, ci siamo accorte che in tali scuole, si è fatto più ore di lezione e hanno effettuato anche la gita scolastica virtuale, grazie all’impegno degli stessi insegnanti. Quindi noi genitori delle paritarie, ci siamo trovati a pagare servizi inferiori e di peggior qualità rispetto alle scuole statali a valor zero per le famiglie. Inconcepibile!»

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