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Società

“La tutela del cittadino avverso le contestazioni anti Covid 19»

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In questa giungla di norme dettate dall’emergenza Covid può essere utile riassumere, con i dati più attuali possibili, i punti essenziali che riguardano i diritti di ciascuno (tuttora limitati) e riportare la prassi da seguire qualora si ritenga che una sanzione sia ritenuta ingiusta.

Preliminarmente all’analisi delle problematiche in questione occorre precisare che detto contributo non intende porsi quale disamina esaustiva della intera disciplina, peraltro ancora in divenire, ma quale spunto di riflessione e chiarimento di taluni punti cruciali per i lettori anche e soprattutto “non addetti ai lavori”.

Notoriamente in data 31 gennaio 2020 il Governo ha dichiarato, con una delibera del Consiglio dei ministri, “lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario” connesso al covid-19.

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A ben vedere il nostro ordinamento costituzionale non prevede la dichiarazione di alcuno “stato di emergenza” e per tale ragione la suddetta delibera fa riferimento agli artt. 7 e 24 del codice della protezione civile (d.lgs n.1\2018).

Questa fonte non fa riferimento allo specifico caso dell’emergenza sanitaria ma consente l’emanazione di ordinanze di protezione civile procedendo anche in deroga alle disposizioni di legge ma nei limiti e secondo i criteri indicati nella dichiarazione e nel rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico e solo per un tempo massimo di 12 mesi.

A seguito della dichiarazione del citato “stato di emergenza” il Governo ha adottato talune misure restrittive “anti-covid” dapprima mediante l’emanazione di DPCM (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) e poi con lo strumento del decreto-legge. Tale cambio di rotta è oltremodo significativo in quanto si pone quale correttivo allo strumento giuridico impiegato per la limitazione di diritti di portata costituzionale.

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Invero il DPCM è un atto amministrativo che in quanto tale non può comprimere diritti costituzionali quali la libertà di riunione, libertà religiosa, diritto e dovere di istruzione, libertà di iniziativa economica nonché libertà di circolazione e libertà personale e ciò in quanto tale strumento non presenta alcuna garanzia di controllo.

Si tratta di diritti anche assistiti da una riserva di legge (come nel caso della libertà di circolazione art 16 Cost.) o addirittura da una doppia riserva di legge e di giurisdizione (come per la libertà personale art 13 Cost.). Ciò vuol dire che tali diritti non possono sopportare una compressione che non sia stata prevista per legge e che non sia passata dal vaglio giurisdizionale.

Per tale ragione il Governo centrale è passato dal DPCM all’uso del decreto legge, per incidere su libertà fondamentali garantendo così al tempo stesso l’immediatezza e la copertura costituzionale della repressione, per poi ritornare al DPCM.

Senza voler discutere sulla necessarietà di tali misure al fine di contenere l’emergenza sanitaria, occorre comprendere che ci muoviamo in un contesto di frontiera tra il diritto di prevenzione (o diritto di Polizia, in questo specifico caso di Polizia Sanitaria) ed il diritto penale ossia di repressione di comportamenti che si è ritenuto di sanzionare e punire in quanto ritenuti lesivi del diritto alla salute pubblica.

A ben vedere però la complessa disciplina che ne è derivata è stata di fatto interpretata ed eseguita dalle Forze dell’ordine nell’ambito di un ovvio vuoto giurisprudenziale e per tale ragione sono stati molteplici purtroppo gli esempi di inadeguatezza posti in essere dagli stessi operatori di polizia alle prese con norme vaghe e spesso mal redatte.

Le cronache ci riportano qualche esempio: Livorno, Diretta all’ospedale famiglia sanzionata; Roma, anziana in fila si siede il militare la fa alzare; Pozzuoli, paga a caro prezzo la preghiera in chiesa; Toscana, la spesa con la tuta ai vigili non piace; Roma, corre vicino a casa le contestano i metri; Reggio Emilia, punito mentre va a comprare i giornali; Nuoro, Fermata coppia al market, lei disabile; Lecce, vigilessa interviene nel corso di un funerale e via dicendo ….

Appare doveroso in casi del genere sottoporre la valutazione dell’operatore di polizia al superiore vaglio amministrativo e se del caso anche giurisdizionale al fine di tutelare i cittadini già colpiti da un’evidente crisi socioeconomica.

Apparato sanzionatorio – Per quanto attiene l’apparato sanzionatorio, il D.L. del 25.3.2020 all’art. 4 ha previsto che tutti i comportamenti che costituiscono violazione delle misure di contenimento dell’epidemia disciplinate con DPCM (art.2.DL 19/2020) ovvero con provvedimenti temporanei delle Regioni o del Sindaco (nel caso delle materie ammesse ai sensi dell’art. 3 del D.L. 19/2020, sono puniti con sanzioni amministrative.

Tali sanzioni, relative a violazioni di disposizioni dettate nell’ambito dell’emergenza COVID-19, sono applicate a tutti i comportamenti illeciti posti in essere a partire dal 26.3.2029. Da questa data, infatti, per espressa indicazione del citato DL, ai comportamenti indicati non si possono applicare le pene previste dall’art. 650 CP, né qualsiasi altra pena o sanzione amministrativa prevista da leggi speciali per violazione delle prescrizioni imposte da emergenze sanitarie. L’articolo 4, comma 8, disciplina anche la sorte di tutti gli illeciti relativi a fatti accertati in precedenza, prevedendo l’applicazione, in quanto compatibili, delle disposizioni di cui al d. lgs 507/1999.

L’attività di accertamento degli illeciti previsti dall’art. 4 del DL e quella di irrogazione delle sanzioni è disciplinata dalle norme della l. 689/1981, salvo per quanto riguarda il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria che, invece, segue le regole dell’art. 202 del Codice della Strada, come espressamente indicato dall’articolo 4 comma 3 del citato D.L..

Quindi la legge 689/81 sarà la strada da seguire nel procedimento amministrativo sanzionatorio per tutte le violazioni accertate.

Per quanto riguarda tutte quelle violazioni accertate in precedenza (ossia con regime sanzionatorio penale) queste saranno inviate dall’A.G. ai Prefetti o all’organo di Polizia che aveva proceduto alla Comunicazione della Notizia di Reato che provvederanno alla contestazione della sanzione amministrativa (in luogo della precedente violazione penale ormai archiviata).

Le violazioni invece accertate dal 26 marzo 2020 saranno oggetto di contestazione di illecito amministrativo così come accade per il comune divieto di sosta.

Bisogna però dire che se da un lato l’anzidetta depenalizzazione ha sottratto alla sanzione penale taluni comportamenti vietati dall’altro ha però inasprito la sanzione amministrativa con importi che vanno dai 400,00 a 3.000,00 €, con aumento di un terzo se il fatto è commesso alla guida dell’auto e della metà in caso di recidiva. È prevista una riduzione della sanzione fino al 30% (dal 17 marzo al 31 maggio) se pagata entro trenta giorni”. Tuttavia, quanto sin qui detto vale per tutti quei casi in cui “il fatto non costituisca reato”; ad esempio nel caso di violazione della quarantena da parte di un soggetto risultato positivo al Covid 19, permane la disciplina penale prevista dal Testo unico sanitario o dal codice penale per il reato di epidemia colposa (art. 452)”.

Contestazione alle Forze dell’Ordine – Nei casi più eclatanti in cui risulti contestata una sanzione ritenuta ingiusta (i casi possono davvero essere tanti, si pensi al concetto di prossimità dalla propria abitazione, al punto vendita più distante dall’abitazione ma ritenuto più fornito dove magari c’è anche la macelleria e la pescheria) il cittadino entro 60 giorni dalla contestazione della violazione può inviare una memoria motivata con richiesta di archiviazione direttamente al comando di Polizia da cui dipende l’operatore che ha contestato l’infrazione. Detto comando se rilevasse incongruenze nella contestazione potrebbe in autotutela annullare l’atto di contestazione.

Ricorso al Prefetto – In alternativa a tale tentativo o se ciò non produce l’esito sperato si può tentare presentando un ricorso all’autorità Amministrativa che è destinato a ricevere il Rapporto ex art 17 L. 689 (il Prefetto per le contestazioni relative alle violazioni previste dal DPCM ed alla Regione per le violazioni previste dalle Ordinanze regionali (c.d. ricorso gerarchico). Attenzione tale forma di tutela risulta però molto più debole rispetto al ricorso al Giudice di Pace in quanto l’Amministrazione procedente tenta quasi sempre di ritenere legittimo il suo operato tranne in casi veramente assurdi e di evidente distonia tra la norma ed il fatto.

Ricorso al Giudice di Pace – Il cittadino ricevuto il verbale può anche optare per il ricorso in via giurisdizionale al Giudice di Pace presentando il relativo ricorso entro 30 giorni dalla data in cui l’autorità di polizia procedente e preposta notifichi il verbale di violazione che di norma è contestato nella immediatezza del fatto tranne che ciò non sia possibile per motivi che dovranno risultare nell’atto stesso. La violazione di norma è contestata con il modello di verbale “352 polizia stradale”

Il giudice di pace può entrare nel merito di tutto il procedimento sanzionatorio e sulla legittimità degli atti e dei termini di notifica del verbale e della pretesa sanzionatoria. Per quanto riguarda i termini sopra indicati ricordiamo che al momento risultano sospesi con provvedimento COVID dal 23 febbraio sino al 15 maggio. Tutti i termini, “salvo ulteriori proroghe, inizieranno dunque a decorrere dal 16 maggio”.

Giova anche evidenziare che da quanto emerge sembra sia possibile poter presentare il ricorso al Giudice di Pace impugnando direttamente il verbale di contestazione dell’illecito (senza cioè attendere l’ordinanza ingiunzione emessa dall’autorità amministrativa preposta a ricevere il rapporto ai sensi art. 17 L. 689/81) in quanto, alla pari dei verbali elevati per le violazioni del C. d. S. , l’atto contravvenzionale produce effetti immediati nella sfera dei diritti del cittadino sanzionato. A tale tesi si può giungere sulla base di quanto previsto dal citato art. 4 del DL del 25.3.2020 che per quanto riguarda il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria, prevede che l’iter segue le regole dell’art. 202 del Codice della Strada.

Si consiglia tuttavia di far valutare la scelta tra il ricorso in via gerarchica ed il ricorso al giudice di pace ad un legale in quanto tale scelta può fare la sostanziale differenza nel raggiungere un positivo risultato o meno. Per quanto riguarda i costi per chi intende presentare il ricorso autonomamente presso il Giudice di Pace bisogna considerare il contributo unificato che rappresenta l’unico costo che il ricorrente deve sostenere.

Poiché la maggior parte delle multe non eccede € 1.100, di norma il contributo ammonta ad € 43,00. Ad essi si affiancano le spese legali, nel caso (preferibile) in cui si decida di avvalersi dell’assistenza di un avvocato. È sempre preferibile chiedere al giudice anche la restituzione del contributo in caso di vittoria piena del ricorso. Il giudice di pace, dopo aver ricevuto un ricorso, ordina all’autorità che ha emesso il provvedimento impugnato di depositare una copia del rapporto almeno dieci giorni prima della data dell’udienza.

Il giudice può dichiarare il ricorso inammissibile, rigettarlo determinando il pagamento di una sanzione di importo compreso tra la sanzione minima e massima prevista dalla legge per la violazione o accoglierlo e annullare la multa, anche in parte. Contro la sentenza del Giudice di pace si può proporre appello al Tribunale ma in quest’ultimo caso bisogna per forza rivolgersi ad un legale per farsi rappresentare nel processo di 2° grado.

Articolo realizzato in collaborazione con la  dott.ssa Desirè Anzalone.

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