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economia e finanza

La politica della liquidità e il rischio delle imprese italiane al tempo del corona virus.

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In una situazione di crisi economica dovuta ad un calo drastico della produzione industriale, la misura di contenimento che più ha avuto successo è la creazione di base monetaria, con una forte immissione di liquidità nel sistema circolare di imprese e consumatori.

La liquidità per l’economia è come l’ossigeno per la salute. Quando si toglie la possibilità di respirare ad un essere umano, si va incontro ad una lenta asfissia, che deve essere contrastata con terapie intensive specializzate nell’ ossigenazione dei pazienti.

La stessa cosa può essere valida per il sistema economico. La circolazione di moneta è un motore di distribuzione di ricchezza, e permette a chi lavora di essere remunerato e avere disponibilità per potenziare il proprio business.

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Nella storia, già ci sono stati grandi casi di crisi, a partire dalla crisi del 1929, fino con il 2008, durate la crisi innescata dal debito “tossico” dei “subprime”. In questo ultimo caso la risposta della Federal Reserve è stata quella di un’immediata iniezione di liquidità, ricorrendo al quantitativy easing, che ha portato all’acquisto istituzionale di titoli di debito in maniera massiccia, permettendo il rifinanziamento degli istituti di credito.

La mossa di Obama, in quel caso, ha avuto come conseguenza di spalmare il debito americano in tutto il mondo, e questo ha portato a spostare il problema, che da americano è diventato problema mondiale, per il fatto che i titoli americani sono stati acquistati, soprattutto dalla Cina, e quindi la liquidità è tornata sul mercato americano.

L’aumento della base monetaria in dollari, è stata perciò il fattore chiave per far si che l’economia americana potesse ripartire, esportando anche i propri problemi legati al debito.

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La stessa mossa è stata seguita più tardi anche dall’Europa con la politica di Draghi, certo che il ritardo europeo, dovuto alla posizione della Germania, ha pesato sull’economia europea a vantaggio degli USA e della Cina.

La sovranità monetaria in questi casi di crisi determina un vantaggio competitivo indiscusso, e la gestione di una politica economica è il risultato di questo tipo di approccio. Eventuali critiche di rischio inflattivo, vengono superate innanzitutto da forti aumenti del PIL, e quindi, nello specifico da esportazione di debito, che, piaccia o non piaccia, risolve il problema a monte.

Per questo in una situazione come quella italiana, pesa molto il fatto di avere uno spazio limitato di manovra sulle decisioni di politica monetaria UE. In quanto, nell’area euro, la sovranità della BCE è il fulcro delle decisioni di politica monetaria. Entra in campo allora la qualità della politica.

Se le decisioni economiche UE sono frutto di una contrattazione, non concertazione, tra stati che viaggiano a diverse velocità, quanto più autorevole sono i rappresentati che portano avanti le trattative, tanto più si possono ottenere risultati significativi.

Quando si opera sui “tavoli europei”, l’approccio più efficace, sembra essere quello classico del Win to win, ovvero che quello che si propone, deve essere vantaggioso non solo per chi lo manifesta, ma tendenzialmente una situazione che riesce a soddisfare gli interessi di quanti piu membri sono seduti al tavolo.

Ecco dunque che il politico del terzo millennio ha la necessità di conoscere i meccanismi psicologici del dialogo competitivo, e sviluppare una forma di trattativa che si sviluppi a livello più ampio della mera difesa di interessi solo di parte. Perché per avere un risultato non conta solo la dialettica, conta di più la capacita di essere portavoce di una visione, in cui il successo di una scelta di politica monetaria è un successo condiviso. Saper ascoltare e conoscere gli interessi di chi vuoi convincere, è il punto di partenza.

Il rischio per l’Italia, in mancanza di politiche di forte incentivo alla spesa e all’aumento della liquidità circolante, non nascosta in banche, è quello di diventare oggetto non solo di speculazione, troppo facile per grandi investitori, soprattutto i fondi sovrani ed hedge founds, che hanno talmente tanti soldi, da determinare i flussi dei titoli, ma di dover svendere le proprie aziende e i propri asset migliori.

Perché la perdita di fiducia, la mancanza di scenari di crescita, il dover ricorrere all’autofinanziamento con grande cautela delle banche, che dovrebbero più ridefinirsi come merchant banks, minano la volontà di rischiare per molti imprenditori. Si ritiene più profittevole chiudere e spostare il rischio in contesti con minor tassazione, quindi meno costi e meno burocrazia.

Ormai la maggior parte delle aziende italiane che decidono di vendere, sono preda di fondi esteri, più che competitors. E questo è gravissimo, perché se un competitor con l’offerta di acquisto, tende ad acquisire quote di mercato, e possiede comunque la tecnologia per gestire l’attività e mantenere lo standard produttivo e il lavoro, un fondo speculativo avrà solo come obiettivo di rivendere le quote ad un prezzo più alto e quindi a lui interessa relativamente un piano industriale pluriennale, anche perché comporta investimenti. Meglio spezzettare l’impresa, e vendere gli asset ad un prezzo che superi il prezzo di acquisto dell’intera azienda.

Nel mondo di liquidità ce ne è tantissima, e deve trovare sbocco in economia reale, quindi ricollocata in beni e attività produttive. L’Italia, con le sue fragilità, ma con le sue enormi risorse culturali e anche imprenditoriali, è un boccone troppo ghiotto.

Se non si creano subito dei meccanismi per i quali si possa dare fiducia a chi ha voglia di lavorare e rischiare, l’arrivo della finanza mondiale porterà ad impoverimento del tessuto produttivo italiano. E in ogni contesto privato delle sue ricchezze, il risultato sarà quello di avere nuovi padroni, nuove regole e vivere come dei servi.

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