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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Rimpiangono Tito: il capolavoro del cattivo gusto sul ricordo del maresciallo assassino

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In un barlume di sincera onestà, Josip Broz Tito profetizzò: “Se vedessi quello che vedo per il futuro in Jugoslavia, ti spaventerebbe”. 

Delle origini di Josip Broz detto Tito sono state formulate molte supposizioni, addirittura che fosse figlio segreto di Winston Churchill. Una accreditata e seria storiografia mette in discussione perfino le sue radici jugoslave, attribuendogli origini russe, polacche, italiane, ebraiche, quest’ultima appartenenza sostenuta anche in ambienti serbi: “Marshal Tito, who by his real Jewish name is called Josif Walter Weiss, was born in Poland. He was agent of the Soviet secret service in Kabul, Teheran and Ankara up to 1935. The true Brozovich Tito, in origin a Croat, died during the Spanish civil war in Barcelona” (http://www.prisluhni.si/index.php/aktualno/prispevki/431-kdo-je-bil-josip-broz tito?print=1&download=0&id=431).

Per quanto riguarda quest’ultima origine, incuriosisce il fatto che anche Winston Churchill – considerato il padre segreto di TITO –  da parte di madre sia stato di origine ebraica: si tratta di Jeanette Jerome, nota come Lady Randolph Churchill, così come asserito da Moshe Kohn in un articolo sul The Jerusalem Post del 15 gennaio 1993. Il nome della famiglia Jerome era in origine Jacobson, riporta sempre Kohn, e l’origine etnica di Jennie era ebraica, almeno dalla parte del padre.

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Winston Churchill si dovette fidare molto di Tito, tant’è che il premier inglese, durante la seconda guerra mondiale, abbandonò il monarchico Draza Mihailovic leader dei cetnici per appoggiare l’astro nascente dei Balcani; questa scelta fu influenzata dall’opera di disinformazione di James Klugmann, talpa sovietica tra gli agenti di sua maestà, dato che a quel tempo Tito era un uomo in mano ai comunisti, prima del clamoroso voltafaccia.

I dettagli di questa operazione di spionaggio figurano nel rapporto che descrive l’operazione Special Operations Executive nell’area balcanica, un carteggio di 969 cartelle ora di pubblico dominio.

Ernest Bevin, ministro degli esteri britannico del dopo Churchill, dialogando con Dean Acheson, suo collega americano disse: “Tito è un mascalzone, ma è il nostro mascalzone”.

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Il sospetto diventa qualcosa di più concreto leggendo alcuni documenti della C.I.A. desecretati, segnatamente il The trend of Soviet-Yugoslav relations del 18 novembre 1948 ed il The Yugoslav dilemma del 10 febbraio 1949, entrambi venuti alla luce dopo molti anni dalla rispettiva stesura ed abbondantemente dopo la caduta del muro di Berlino e la disgregazione della Jugoslavia.

I metodi titini non furono molto diversi da quelli staliniani, dalle foibe alle purghe interne una lunga scia di sangue accompagnò la figura di Tito.

Nel solo 1950 furono emesse in Croazia 7863 pesanti condanne alla detenzione per infrazione alle leggi sugli ammassi obbligatori. Gli oppositori del regime sparivano senza lasciare traccia da un giorno all’altro, dodicimila carcerati di Quarnaro furono rieducati con atroci torture fisiche e psicologiche, molti non tornarono a casa.

Il marchio più infamante della storia di Tito risale a molti anni prima il 1950, quando nei lager jugoslavi gli internati italiani subirono atroci torture e sofferenze che ancora oggi gridano vendetta.

Vi è un ampio resoconto di ciò nei rapporti stilati da uomini dei Servizi Speciali della Marina, una cinquantina di pagine corredate da testimonianze agghiaccianti e fotografie inequivocabili circa le condizioni degli sfortunati compatrioti nei campi di Borovnica (40B-D2802) e Skofjia Loka (11-D-2531) detti appunto i “campi della morte”.

E poi ancora Stara Gradisca, Osseh, Goli Otok, veri e propri campi di concentramento terribili e crudeli per i detenuti: erano i giorni del terrore e delle foibe, una macchia indelebile nella storia di questo dittatore che ha avuto il merito di tenere unito dietro una bandiera popoli di variegate razze e religioni, ma a cui va addebitato oltre ogni ragionevole dubbio l’atroce appellativo di inventore della “pulizia etnica” (così come condiviso e confermato dal presidente della Repubblica Mattarella).

Nell’estate del ’44 la Serbia venne definitivamente liberata (o occupata, secondo i punti di vista) dalle milizie titine, iniziarono immediatamente le schedature di massa, le persecuzioni politiche e quelle contro gli appartenenti alla classe borghese nonché delle minoranze tedesche, ungheresi e albanesi sebbene queste ultime non avessero compiuto alcun atto ostile contro il Paese Jugoslavo.

Nella sola Serbia il numero delle vittime è calcolato fra 30.000 e 150.000.

Risulta fosse metodico il ricorso alla tortura degli arrestati. Nei mesi successivi alla fine del Conflitto (maggio-agosto ’45) a Zagabria vennero uccisi 15.000 oppositori, la maggior parte anti fascisti ritenuti filo occidentali fra i quali gli esponenti del partito contadino croato orientato a sinistra. Sempre secondo gli studi di Klinger, anche in Kosovo e Macedonia i massacri dei comunisti provocarono migliaia di vittime. 

Ampiamente documentati sono i massacri di Croati, Sloveni e cetnici (collaborazionisti o sospettati tali) arresisi in Austria a Bleiburg agli Inglesi e immediatamente riconsegnati agli inseguitori comunisti. I prigionieri furono costretti con marce forzate a rientrare in patria.

Fosse comuni furono ritrovate in Austria e Slovenia, dove si ritiene vennero uccisi 50.000 militari e 30.000 civili, molti dei quali torturati.

Altri importanti massacri si ebbero a Backa nella Vojvodina (Banato), regione a Nord della Serbia abitata in maggioranza da Ungheresi con importanti minoranze tedesche e serbe. Negli ultimi mesi del Conflitto circa la metà di questi fuggirono dalla regione, per gli altri si aprì un periodo terribile. Le popolazioni di interi villaggi vennero massacrate, mentre la quasi totalità della restante popolazione tedesca finì nei campi di lavoro forzato. Le stime delle vittime fra i tre gruppi etnici vanno da 60.000 a 170.000.

Ai massacri e agli stupri di massa seguì nel periodo successivo la pulizia etnica della regione con espulsioni di massa. Tali eventi hanno trovato successivamente conferma nella documentazione raccolta dalla Commissione di Stato di Belgrado sulle fosse comuni nel 2009.

Le stesse fonti jugoslave non celavano la loro azione. Dal 1945 al 1951, 3.777.776 cittadini jugoslavi (più di un quarto dell’intera popolazione jugoslava) transitarono nelle carceri del Paese, e 568.000 furono quelli eliminati fisicamente.

Lo studioso americano Rudholph Rummel ritiene che oltre 1.072.000 Jugoslavi siano stati uccisi tra il 1944 ed il 1987, fra i quali molti esponenti del clero e numerosi internati nei campi di concentramento a causa di sevizie. Particolarmente colpita fu la comunità italiana. A guerra finita venne occupata Trieste per oltre un mese e si ritiene che circa 10.000 furono gli Italiani uccisi nelle foibe o morti nei campi di concentramento.

Molti dei giustiziati non erano fascisti ma persone estranee alla politica, in genere appartenenti alla classe media o anche anti fascisti che non intendevano tradire il loro Paese. Secondo alcuni, gli Italiani uccisi furono vittime della «rabbia popolare», ma in realtà vennero eliminati in maniera organizzata su disposizioni prese dall’alto.

A tali persecuzioni parteciparono anche gruppi di comunisti italiani inquadrati nelle milizie titine con l’avvallo sostanziale di Togliatti. Interessante notare è che le persecuzioni sia pure in forma ridotta continuarono negli anni e nei decenni successivi, e secondo gli studiosi Tomislav Sunic e Nikola Stedul numerosi intellettuali furono uccisi all’estero dove erano emigrati.

Tito non ritenendosi un sottoposto di Stalin, avanzò molte pretese territoriali: Venezia Giulia italiana, Carinzia austriaca, territori bulgari, greci e albanesi. Perseguitò gli Albanesi del Kosovo, tentò di sottomettere l’Albania con l’invio di truppe in quel Paese (per difesa da un ipotetico attacco greco) e di istituire una federazione balcanica in cui la Jugoslavia avrebbe avuto una posizione di preminenza. 

Vi sono prove certe degli appoggi e delle coperture fornite da Tito e dai suoi subalterni al terrorismo internazionale e alle Brigate Rosse.

In questo breve e sintetico racconto di Joseph Broz, si fissano gli infami (spia), spregevoli e disumani comportamenti del fu padrone della ex Jugoslavia. Il giorno del suo funerale, avvenuto l’8 maggio 1980 a Belgrado, l’ex presidente della repubblica italiana Sandro Pertini, baciò la bara del carnefice, così esplicitando la condivisione dell’operato di Tito! 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.

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