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Ambiente Abitare

Coronavirus, Università Harvard: «Dove l’aria è più inquinata si muore di più»

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Dopo l’inchiesta pubblicata il 27 marzo scorso si sono susseguite molte ulteriori notizie a supporto delle evidenze emerse in quell’articolo.

In uno studio dell’Università di Harvard condotto dall’italiana Francesca Dominici (insieme alla dott.ssa Xiao Wu, alla dott.ssa Rachel C. Nethery, alla dott.ssa M. Benjamin Sabath e alla dott.ssa Danielle Braun) analizzando 3.080 contee degli Stati Uniti è emerso che laddove i livelli di PM2.5 sono più alti i tassi di mortalità aumentano (quelli per Covid-19 del 15%).

Gli scienziati hanno scoperto che anche un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine a PM2.5 (pari a solo 1 μg / m3 nel PM2.5) è associato ad un aumento del 15% del tasso di mortalità COVID-19.

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Nelle conclusioni dello studio si legge che i risultati, che sono “statisticamente significativi e robusti per le analisi secondarie e di sensibilità con un intervallo confidenziale – vale a dire, il margine di veridicità – del 95 per cento, sottolineano l’importanza di continuare a far rispettare le vigenti normative sull’inquinamento atmosferico per proteggere la salute umana sia durante che dopo la crisi COVID-19.”

L’Istituto Superiore di Sanità, attraverso la voce del suo presidente Silvio Brusaferro, afferma che questo studio è assolutamente autorevole e che anche i ricercatori dell’Iss si muoveranno in questa direzione.

A questa studio si aggiunge la ricerca condotta dall’ingegnere cosentino Eugenio Rogano, che ha preso in esame l’ipotesi dell’esistenza di un legame tra la formazione della diossina negli impianti di termo-distruzione dei rifiuti e l’infezione da Corona virus. Lo stesso ha affermato anche Mariella Bussolati che ha dichiarato quanto il coronavirus si sia diffuso soprattutto in aree in cui l’area è altamente inquinata. Ma oltre a questi studiosi il sito ilmeteo.it cita anche altre fonti (leggi qui ).

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La maggior parte dei rifiuti italiani viene incenerita nel Nord. A Brescia c’è uno degli inceneritori più grandi d’Europa (circa 750.000 tonnellate l’anno: il triplo di quello di Vienna), che in passato è anche stato coinvolto in due violazioni di direttive europee, delle quali una a livello nazionale, sfociate anche in una condanna da parte dell’Unione Europea (qui il testo della sentenza della Corte di Giustizia Europea -seconda sezione- del 5 luglio 2007 ).

Inoltre, sempre a Brescia, è noto alle cronache il caso del disastro ambientale legato all’azienda Caffaro, sul quale anche l’Arpa si è espressa chiaramente. Questa azienda chimica bresciana dal 1906 ha iniziato al sua produzione di soda caustica e di vari composti, fra cui fitofarmaci e pesticidi, avviando, poi, dal 1938 al 1984, la produzione di policlorobifenili (PCB). Inoltre, la Caffaro ha utilizzato nel ciclo produttivo altri composti chimici tra cui il cloro, il mercurio, l’arsenico, il tetracloruro di carbonio.

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L’Arpa, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Lombardia ha dichiarato che “L’inquinamento provocato dall’attività produttiva della Caffaro, oltre ad aver contaminato i terreni sottostanti lo stabilimento, si è diffuso nelle aree a sud dell’azienda mediante lo scarico delle acque industriali nelle rogge. Ma anche la movimentazione dei rifiuti e dei suoli contaminati ha contribuito a generare nel territorio Bresciano aree contaminate (…)”. Inoltre Arpa prosegue dichiarando che “dalle indagini ambientali avviate nel 2000 sull’area dello stabilimento Caffaro e nelle sue immediate vicinanze è emerso un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti di legge (CLA ora CSC) stabilite dalla normativa (prima dal D.M. 471/99 ed ora dal D. Lgs. 152/06) per le diverse destinazioni d’uso: residenziale/verde pubblico e industriale/commerciale. Nell’area dello stabilimento gli inquinanti – quali policlorobifenili (PCB), policlorobenzodiossine e dibenzofurani (PCDD/F), mercurio, arsenico, solventi si sono spinti nel sottosuolo fino a una profondità di oltre 40 mt, determinando di conseguenza anche la contaminazione della risorsa idrica sotterranea (per approfondimenti leggi qui ).

Proprio sul caso Caffaro e sul tema dello smaltimento dei rifiuti era già intervenuto Marino Ruzzenenti, storico ambientalista bresciano che ha portato avanti più di 20 battaglie a difesa dell’ambiente tra falde acquifere, discariche, diossine e PCB (inquinanti ambientali di origine industriale): Ruzzenenti ha sempre invocato lo stop alle discariche e che non veniva fatto abbastanza (nel 2015) “per abbattere gli inquinanti precursori delle cancerogene polveri sottili”.

Anche in Europa si evidenzia il collegamento tra inquinamento atmosferico e Covid-19. Ad affermarlo è l’Alleanza europea per la salute pubblica che cita come caso emblematico proprio la Pianura Padana e il The Guardian.

Non da ultimo la trasmissione Report, in cui Luca Chianca ha affrontato questa tematica andando ancora più a fondo e riprendendo quanto già aveva dichiarato Luca Mercalli il 4 aprile nella trasmissione Sono le Venti.

Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e giornalista scientifico per RAI e Il Fatto Quotidiano, era intervenuto evidenziando come in Lombardia il traffico sia diminuito ma le polveri sottili no. Perchè? Per “la formazione di particolato secondario derivante dall’agricoltura. In questi giorni – afferma Mercalli – sono diffusi spandimenti di liquami nelle campagne provenienti da allevamenti zootecnici utilizzati come concime. Il problema è che se non si interrano subito queste sostanze organiche liberano grandi quantità di ammoniaca che a sua volta reagisce con altri composti chimici presenti nell’aria e forma così solfato di ammonio e nitrato di ammonio, che costituiscono circa la metà del particolato atmosferico e anche potenti agenti irritanti dei nostri polmoni, fattore aggravante per il virus. Quindi oltre al traffico automobilistico oggi ridottissimo la causa delle polveri sottili, considerando solo la Lombardia, è da attribuire in gran parte a 1milione e 600 mila bovini e a 4 milioni e mezzo di suini. Se però si utilizzassero pratiche agronomiche più attente si potrebbero ridurre di molto la formazione di ammoniaca e anche mangiare un po’ meno carne aiuterebbe, senza bisogno di diventare per forza vegetariani” (Qui il video pubblicato su Il fatto quotidiano).

Il servizio di Report andato in onda il 13 aprile mostra quanto avviene negli allevamenti intensivi nella Pianura Padana e soprattutto nel Bresciano (per vederlo clicca qui al minuto 28 ).

Viene evidenziato come i liquami prodotti dagli allevamenti intensivi, che si sono sviluppati prevalentemente nella Pianura padana, rimangono in enormi vasche all’aria aperta per tutto l’inverno, in attesa di essere dispersi. In questo modo però evaporano e così emettono nell’aria ammoniaca, che diviene PM10, di cui l’aria di questa zona del nord Italia non “sembra fare a meno, anche in questi giorni in cui quasi tutte le macchine sono ferme”.

In Pianura Padana su 1 milione di abitanti ci sono 2 milioni di maiali e quasi 1 milione di mucche. Ad ogni bresciano corrispondono 2 maiali e 1 mucca.

L’istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale mette allo stesso posto, nella classifica di chi inquina di più in pianura padana, gli allevamenti, il trasporto su strada, la combustione della legna nei caminetti e le attività industriali.Dovremmo fermare le mucche quanto le auto le domeniche”.

Proprio questo febbraio la Regione Lombardia, nonostante fosse in vigore il blocco, ha concesso gli spandimenti dei liquami nei terreni del bresciano. Se si guardano i dati dei PM10 tra il 7 e il 25 febbraio in provincia di Brescia si nota che vi è un aumento di PM10 nell’aria.

Del ruolo dei suini nell’economia mondiale e soprattutto cinese si era occupato a fine 2016 il giornalista Stefano Liberti nel suo libro ‘ I signori del cibo’ – viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta. Tappa fondamentale di questo viaggio la Cina, in cui vivono la metà dei suini che popolano il pianeta. “All’appello, secondo le stime più prudenti, rispondono circa 700 milioni di capi che, calcolati su una popolazione di 1,3 miliardi, fanno più di un suino ogni due abitanti”.

“Il governo centrale ha fatto una chiara scelta di favorire (a scapito dei piccoli allevamenti familiari) la concentrazione delle aziende di allevamento intensivo, macellazione e commercializzazione”. Shuanghui, è il più grande trasformatore di carne della Cina, soprannominato il macellaio numero 1, proprio per l’elevato numero di maiali che vengono macellati nei 13 stabilimenti che producono oltre 2,7 milioni di tonnellate di carne all’anno.

Liberti scrive che “nel 2013 sono affiorate 16.000 carcasse di maiali morti in un fiume che alimenta le fonti d’acqua potabile di Shanghai. La stessa Shuanghui nel 2011 ha dovuto affrontare uno scandalo quando si è scoperto che nella propria carne erano state trovate tracce di clenbuterolo, un additivo chimico vietato in Cina dal 2002.”

Anche la situazione in America non è differente da quella cinese.

Liberti, sempre nel suo libro, intervista Rick Dove, della Waterpeeker Alliance (una rete mondiale di organizzazioni ambientaliste nata nel 1999), considerato il leader della lotta ai CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations), gli allevamenti intensivi che puntano solo a produrre il maggior quantitativo di carne nel minor tempo possibile.

Dove riporta lo stesso drammatico quadro emerso nella Pianura Padana. Negli Stati Uniti ci sono circa 60 milioni di maiali.

A Duplin County, la Porkopolis ci sono 530 allevamenti industriali di suini, per un totale di 2 milioni di capi, che significa, in rapporto al numero di abitanti, 32 suini per ogni persona.

Nell’Iowa, leader indiscusso della produzione, sono concentrati 20 milioni di capi, più di un terzo del totale nazionale.

Nelle lagons (i laghi di raccolta degli escrementi dei maiali allevati negli allevamenti intensivi) non si trovano “normali feci: sono molto più tossici. Per permettere ai maiali di vivere in quell’ambiente ad alta concentrazione senza ammalarsi e senza soccombere, l’industria somministra loro dosi massicce di antibiotici, additivi, ormoni, e li annaffia d’insetticidi. E loro li espellono attraverso le loro deiezioni. Nelle lagune si trova un miscuglio di diversi agenti tossici: ammonio, acido solfidrico, fosforo, nitrati, metalli pesanti, oltre a tutti i microbi e batteri che si sviluppano in quel brodo esiziale. Le lagune sono così velenose che chiunque ci caschi dentro è destinato a morte certa.”

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