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Società

La gestione dell’economia al femminile da ieri alla quarantena di oggi

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Con questo terzo e penultimo articolo del mese di Marzo dedicato alla donna si intende esplorare il suo ruolo di fronte ai cambiamenti economici e lavorativi di questo ultimo secolo.

Con la quarantena si è obbligati a stare insieme nella stessa casa e mentre prima gli impegni lavorativi e sociali attutivano eventuali crepe emotive nella coppia, tra le mura di casa si è ora obbligati a parlare a misurarci nei nostri ruoli rispetto alla gestione familiare e al contributo economico che riusciamo a dare.

Si ha la possibilità di confrontarci nel rispetto che abbiamo l’uno per l’altro e approfondire problematiche non ancora affrontate.

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A tal riguardo sarebbe interessante chiederci come è mutato nel tempo il ruolo economico maschile e femminile in ambito privato e pubblico. Forse così gli uomini potranno capire come sia ancora forte il bisogno di indipendenza della donna e quest’ultima come fatichi il proprio marito o compagno a collaborare alla pari al menage familiare.

Un tempo la donna gestiva la casa e contribuiva all’economia familiare di carattere agricolo o di allevamento. Forse i lettori non troppo giovani ricorderanno ancora famiglie che vivevano in grandi case di campagna posizionate ai confini di appezzamenti di terreno e mentre l’uomo si occupava dei lavori cosiddetti pesanti, la donna era dedita alla casa, alla famiglia, alla raccolta e alla vendita dei prodotti derivati dal loro lavoro.

Marito e moglie erano complementari e avevano ruoli ben definiti

Ma in Italia alla fine degli anni ‘50 il settore agricolo registrò un calo di 1,5 milioni di occupati e anche se le donne continuavano a lavorare in questo ambito coltivando piccoli appezzamenti di terreno di proprietà o lavorando come braccianti per contribuire al sostentamento della famiglia, i mariti emigravano sempre più per cercare un’occupazione nelle fabbriche che stavano nascendo. 

Con il tempo la crescita dell’occupazione industriale vedeva l’aumento di dipendenti maschi pari a quello delle donne giovani, ma un contemporaneo calo dell’occupazione femminile adulta. Alla fine degli anni ‘60 le lavoratrici del terziario si dedicavano al lavoro in negozi, bar, alberghi o venivano assunte come segretarie. Il mondo dell’istruzione rimase ancora di carattere maschile fino alla fine degli anni ‘70.

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In ogni caso in questi anni le donne rivestivano ancora un ruolo secondario nel mondo del lavoro.

La donna infatti, quando si sposava, diventava una casalinga: era moglie e madre  e a volte lavorava saltuariamente, mentre l’uomo si occupava delle entrate economiche per il sostentamento della famiglia. La donna quindi aveva decisamente un ruolo di subordine rispetto all’uomo.

Nella seconda metà degli anni ‘70 veniva individuato il fenomeno della “doppia presenza”, vale a dire che la donna era presente contemporaneamente sia nell’ambito privato che pubblico, infatti le attività di cura venivano prese in considerazione come attività lavorative da cui nacque  la richiesta del salario al lavoro domestico. La figura della lavoratrice venne identificata poi come un vero e proprio problema: le donne infatti, dopo il matrimonio, come abbiamo visto, si ritiravano dal mondo del lavoro cedendo quindi il potere economico al capofamiglia.

Il lavoro femminile quindi era caratterizzato da ruoli subordinati e sottopagati, perché prima o poi il matrimonio e/o la gravidanza avrebbero interrotto l’attività lavorativa. A questo punto la donna avvertiva il bisogno di indipendenza economica vista come indipendenza interiore capace di definire un confine e rispetto tra l’uno e l’altra liberandosi così da una dipendenza affettiva vista come patogena.

Con il tempo, attraverso lotte all’interno del contesto familiare, ma anche e soprattutto sociali, gli spazi della famiglia e quelli del lavoro si sono accorciati per entrambi i sessi: mentre l’uomo collabora sempre più in casa e con i figli, la donna entra sempre più nella produttività. Negli ultimi anni infatti si è rivelato un aumento delle imprese a gestione femminile raggiungendo, alla fine del 2017, il 21,86% delle imprese iscritte al Registro delle Camere di Commercio con una concentrazione  nel settore turistico e dei servizi in particolare ai servizi alla persona. 

Di strada la donna ne ha fatta tanta e sicuramente ne deve fare ancora, infatti, anche se le donne hanno raggiunto il 41,74 degli occupati, il loro ruolo non ha raggiunto ancora la parità qualitativa dell’’uomo. 

Ma alla fine dei conti non importa chi lavora all’interno della famiglia, l’importante è che se uno solo porta a casa i soldi, l’altro non venga considerato come dipendente o subordinato al primo e che entrambi contribuiscano, senza delegare, al menage familiare e alla crescita dei figli.

Il prossimo e ultimo articolo dedicato alla donna sarà incentrato sulla posizione femminile nella politica.

Ricordo l’indirizzo mail della Voce del Trentino per un servizio psicologico del tutto gratuito in questo periodo di quarantena

emergenza_covid@lavocedeltrentino.it

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