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Società

La necessità di parlare ancora il Dialetto

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La necessità di mantenere le tradizioni e non far ghiacciare le radici deriva da un unico sentimento intenso, quasi prorompente: l’amore per la nostra terra d’origine.

Noi trentini non proveniamo dalle collinette toscane, soleggiate e facili da coltivare.

Apparteniamo ai monti trentini che per dare dei frutti necessitano di fatica, stenti e sudore ; la vita una volta era molto più dura e come meglio capire come veniva vissuta se non attraverso la parlata di tutti i giorni?

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Quale modo migliore per mantenere salde le radici se non quello di parlare dialetto? Ogni singola comunità possiede una parlata, un vocabolario diverso che durante gli anni si sta via via perdendo.

Ma se nelle valli si stanno perdendo le particolarità della parlata, nelle città si è persa quasi completamente la facoltà di parlare dialetto, sopratutto nei giovani.

Siamo di fronte ad un epidemia delle lingue.

Per esempio, il terminetembel” nella parlata di città è scomparso da più di un secolo, mentre sull’Altopiano di Pinè è ancora in uso.  

Se si passasse più tempo con i nostri anziani ci si accorgerebbe di quanto la lingua sia cambiata e di quanto siano cambiati i modi di pensare e di vivere.

Analizzando alcune poesie e detti di una volta si può per esempio vedere come sia cambiato il modo di vivere e festeggiare il natale.

“El NADAL DE STIANI E DE ADES”

““El Nadal de stiani  l’era porèt,

ma eren contenti e felici lostess;

nèven en cesa a far la novèna,

a sentir i salmi che l’Bepi Galèt 

el saveva cantar .

Gavèven le dalmedre con söla de legn ,

gavèven le calze con le solète tacade

per poderle cambiar quando le era stracciare;

gavèven i vestidi ereditati 

che sol el fil novo tegniva tacadi.

Nèven po’ a casa engremìdi dal frèt

con le sgionfade de neo che ne feva colet;

arivaven a casa mizzi pàtochi,

ma èren contenti de aver giugà 

coi matelòti.

Adèss no l’è pù el Bambinèl de stiani,

ma el <<Babbo Natale>>tirà su la slita,

el ghe porta giugatoi, caramèle

e fruta candìta,

e la nòssa pension la è bele e finita.

Che bel… se diría che no ne manca gnènt,

i par contenti sti màtelòti, ma dopo en pezàt

i mòla lì tut e gh’è la television 

che rovina su tut.

Matelòti, disèghe el Gloria Patri 

al Bambinèl, ringrazialo de quel che gavèo,

parchè  se torna i nessi tempi,

no sò come la metèo.””

In questa poesia di Giannina Anesi viene sostenuto che il Natale di una volta fosse povero ma felice, mentre quello dei tempi d’oggi ricco ma con il cuore arido. Anche la prospettiva cristiana come stile di vita è palese all’interno della poesia.

Si paragonano il “bambinel de stiani”, ovvero il bambino Gesù, con il “Babbo Natale” attuale che porta doni ma non felicità. Alla fine de “El Bambinel de Stiani e de adès” si esortano inoltre i bambini a pregare e ringraziare per ciò che hanno.

Non solo i proverbi latini sono inesorabile fonte di saggezza, ma anche quelli dialettali lo sono.

“Par en fior no se resta de fàr primavera,

Par en asèn no se rèsta de fàr fèra.” 

Se manca un fiore, la primavera viene ugualmente 

come se manca un asino si fa ugualmente la fiera.

Un proverbio con il significato simile è:

“Per viver e star ben,

Beson tör el mondo come el vèn”

Per vivere e stare bene,

Bisogna prendere il mondo come viene.

Probabilmente attraverso questi detti i nostri antenati volevano rimarcare l’importanza della semplicità nella vita.

Questo si può anche notare dal detto comune:

“Prà grant,

Stropàia granda” 

Prato grande e 

grande recinzione.

Questo detto è sostanzialmente un appello alla responsabilità, infatti se si vuole avere molto (un grande prato) bisogna faticare molto e prendersi grandi responsabilità(grande recinzione).

I nostri antenati attraverso il dialetto potrebbero veramente tramandarci moltissimo.

Alcuni sostengono che l’importanza attuale del dialetto consista nel fatto che questo sia una seconda lingua da utilizzare con una stretta cerchia di persone, con la famiglia o con gli amici.

Altri pensano a quest’enorme patrimonio culturale e linguistico come la ricchezza del passato e la speranza del futuro.

Il dialetto dev’essere preservato e tutelato!! Importanti parole sono state spese al riguardo da Renzo Francescotti:

“Le parlate dovrebbero essere protette come gli animali e le piante in estinzione .

Hanno da sempre anticipato il bisogno di autonomia, di federalismo, di legittimo municipalismo, di ricchezza della diversità.

Sono come i vini rari, quasi introvabili, ma unici. Chi crede nella cultura come comunicazione di ricchezza dei valori, dovrebbe essere il primo a sostenerli e rivitalizzarli: rappresentano la ribellione all’omologazione, la ricchezza del passato, la speranza nel futuro.”

In questi tempi sta avvenendo un grande impatto fra due generazioni completamente diverse.

Una generazione di persone che andavano a zappare i campi tutto il giorno senza sosta e senza lamenti e quella nostra, costantemente depressa e dipendente dalle tecnologie e che parla più facilmente inglese rispetto alle parlate locali.  Il dialetto potrebbe essere ciò che unisce due modi di vivere e pensare; il collante che le farà andare avanti insieme imparando una dall’altra.

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