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Arte e Cultura

Le donne comuniste italiane e la vera storia della mimosa

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Ad introdurre in Italia la mimosa come fiore simbolo della giornata internazionale della donna dell’8 marzo, dopo aver ricevuto il placet dal loro superiore politico, Luigi Longo, sono, in Italia, tre deputate comuniste: Rita Montagnana (1895-1979), Teresa Mattei (1921-2013) e Teresa Noce (1900-1980).

Siamo nel 1946: sono gli anni in cui il Partito Comunista italiano (PCI), i cui membri, in un recente passato hanno guardato al voto alle donne con molto sospetto, cerca di intercettare il maggior numero di voti femminili. L’operazione, più che affondare le sue radici in un tardivo riconoscimento del valore delle donne in quanto tali, risponde ad un machiavellico ragionamento politico: votano, e sono oltre la metà dell’elettorato.

Occorre allora corteggiarle, anche cercando di impadronirsi, ex post, della storia dei movimenti femminili, legando indissolubilmente, nella narrazione ufficiale, le battaglie femminili e femministe, in verità molto variegate, al carro della sola sinistra. Occorre far vedere, per “strapparle ai clericali”, che i comunisti valorizzano le donne, facendo loro ricoprire anche cariche politiche prestigiose: arrivando a promuovere una di loro, la mitica Nilde Iotti (1920-1999), alla presidenza della Camera!

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Ma cosa ci sia dietro questa operazione propagandistica, è facile capirlo, tornando alle donne citate. La prima è Rita Montagnana, un’ebrea piemontese, cofondatrice del PCI e, con la Merlin ed altre, dell’UDI, l’Unione delle donne italiane.

Rita, prima socialista poi comunista, sposa, nel 1924, Palmiro Togliatti, capo indiscusso, soprattutto grazie ai rapporti con Mosca, del PCI. Nel 1946 il partito la fa eleggere, insieme ad altre 7 donne, come membro dell’Assemblea Costituente: per meriti personali, o anzitutto perché è la moglie del capo del partito?

Lo si capirà in breve: proprio durante i lavori della Costituente Togliatti comincia una relazione, inizialmente clandestina, con la compagna Nilde Iotti.

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La conseguenza è presto detta: la Montagnana, che pure ha una storia lunga e gloriosa nel partito, e che poco prima di essere lasciata si batte pubblicamente contro il divorzio (forse in ossequio alla svolta familista di Stalin, forse per convinzioni personali), per “difendere il popolo dall’ondata di corruzione che oggi sembra dilaghi in modo spaventoso”, viene emarginata (ne approfitterà per tornare alla sua vocazione di madre), mentre comincia l’ascesa irresistibile dell’amante del capo: la già citata Nilde Iotti.

La Iotti, 27 anni più giovane di Togliatti, iscritta al partito fascista dal 5 ottobre 1942 e a quello comunista circa un anno dopo, cioè dopo l8 settembre 1943, è destinata ad un posto in Parlamento a vita, dal 1948 al 1999, l’anno della morte!

Come se non bastasse, nel cuore di questa triste storia, in cui moglie o amante sono quasi proprietà obbediente del partito e del capo, si colloca un altro fattaccio: nell’intermezzo tra l’inizio della relazione con la Iotti e la pubblicizzazione dell’evento, Togliatti, che non vuole apparire come il vecchio che ama godersi la vita con una donna molto più giovane, dopo aver scaricato una militante storica come la Montagnana, spinge la Iotti ad abortire, ad eliminare il frutto, già visibile, della loro relazione (1).

La Iotti obbedisce, come obbedirà al comando di non avere figli, neppure in futuro (2).

Non è altrettanto docile, invece, la già citata Teresa Mattei, dirigente dell’UDI. Anche con lei, come con la Montagnana e la Iotti, Palmiro, che ne ha subito il fascino prima della relazione con la Iotti (3), dimostra la considerazione che ha della libertà e della dignità delle donne.

A 25 anni la Mattei – che può contare sull’appoggio dell’amante, Bruno Sanguinetti, figlio del proprietario dell’industria alimentare Arrigoni, membro e generoso finanziatore del PCI (4) – è la più giovane eletta alla Costituente: ma dopo un’ iniziale collaborazione con Togliatti, entra in scontro con il segretario del partito, che la definisce, più o meno scherzosamente, «maledetta anarchica»: nel PCI, per una donna che non obbedisce prontamente, che non accetta di pronunciare, nei comizi, discorsi già scritti da altri, non c’è futuro. Tanto più che durante i lavori della Costituente la Mattei rimane incinta di Bruno Sanguinetti, che ha abbandonato la moglie.

Il fatto può suscitare scandalo, e quindi Togliatti, fedele alla sua linea, invita Teresa ad abortire: “Togliatti – racconterà lei stessa – voleva farmi abortire per timore dello scandalo, ma io quel bambino lo volevo”(5).

Un po’ perché in scontro con il leader del partito, un po’ perché rivale della Iotti (6), un po’ perché aspetta il suo primo figlio (che nascerà il 16 luglio 1948), fatto sta che la Mattei non candida alle elezioni del 18 aprile 1948: tanto veloce l’ascesa, altrettanto rapida l’archiviazione. Verrà definitivamente espulsa dal PCI nel 1955, per “indegnità morale e politica”, causa il suo manifesto dissenso verso la politica stalinista portata avanti dal Partito e dal segretario Togliatti.

E Teresa Noce, la terza delle donne comuniste costituenti?

Militante di vecchia data come la Montagnana, è nel PSI già nel 1919 ed entra subito nel PCI dalla nascita; è moglie fedele di Luigi Longo, il vice di Togliatti, che è anche capo del Comitato Direttivo di supervisione dell’UDI (il che significa che le donne comuniste lavorano sotto la supervisione di un uomo).

Anche in questo caso si ripete la coppia marito-moglie: tutti e due nella Costituente nel 1946, ed entrambi insieme in Parlamento nel 1948. Ma Longo, che verrà eletto successore di Togliatti alla guida del partito alla morte di quest’ultimo, nel 1964, ci rimarrà sino alla morte, cioè fino al 16 ottobre 1980!

Teresa Noce, invece, no: dopo due legislature la sua carriera politica finisce. Accade infatti che Longo, che già la ha tradita mentre lei era in campo di concentramento in Germania, si accompagna con la più avvenente Bruna Conti. Nel 1953 Teresa legge sul Corriere della Sera un trafiletto in cui si dice che Longo ha ottenuto il divorzio, non in Italia, dove non è previsto, ma a san Marino. Ingenuamente crede che non sia vero, e scrive di getto una smentita pubblica: scopre così che è tutto vero e che il marito ha persino falsificato la sua firma.

Dopo questo incidente, e dopo che Togliatti la insulta per essere ricorsa alla “stampa borghese”, la carriera politica della Noce è terminata: a breve arriverà l’espulsione dal comitato centrale del partito e Teresa non verrà più ricandidata («Il più grave trauma, politico e personale, della mia vita», scriverà, «grave e doloroso più del carcere, più della deportazione»), perché i comunisti del tempo fanno fiera professione pubblica di femminismo, ma amano le mogli obbedienti: le premiano, portandole con sé in parlamento, ed indicandole come esempi di donne “emancipate”… ma quando disobbediscono, allora diventano pericolose nemiche del partito, e la loro carriera va prontamente fermata! (7)

Ad Aprile in tutte le librerie in uscita il libro:  «Donne che hanno fatto la storia» scritto da Francesco Agnoli e Maria Cristina del Poggetto

1 Filippo Ceccarelli, Il letto e il potere, Longanesi, Milano, 2007; Bruno Vespa, L’amore e il potere, Mondadori, Milano, 2010, p. 296; Anna Tonelli, Gli irregolari. Amori comunisti al tempo della Guerra fredda, Roma-Bari, Laterza, 2014. La Tonelli riporta uno scritto della Montagnana sui Quaderni del lavoratore, di poco precedente alla rottura con il marito e intitolato La famiglia, il matrimonio e l’amore. La Montagnana afferma che “se le donne sono oggi contro il divorzio, ciò dimostra la loro intelligenza e sensibilità politica e nazionale. Le donne capiscono che, dopo che il fascismo ha fatto dell’Italia, materialmente e moralmente, un mucchio di rovine, il popolo ha bisogno di ricostruire e difendere dallo sfacelo quel centro di elementare umana solidarietà che è la famiglia”. E’ un discorso molto simile, ma certamente pronunziato con meno ipocrisia, a quello del marito, Pamiro Togliatti, in un suo Discorso alle donne: “abbiamo bisogno di ricostruire e difendere l’unità familiare. Abbiamo bisogno di una famiglia rinnovata, di una famiglia che non abbia più l’impronta feudale, che ha avuto e che ha tuttora in molte regioni d’Italia, che sia libera dalla corruzione e dall’ipocrisia che vi ha fatto entrare il fascismo, e sia un centro di solidarietà umana elementare” (Palmiro Togliatti, Discorso alle donne, Roma, società editrice ‘l’Unità’, 1945).

2 “A Nilde fu proibito dal PCI di avere figli e lei obbedì, anche se poi Palmiro troverà una sistemazione per compensare questo vuoto, adottando una bambina di 7 anni, Marisa Malagodi, figlia di contadini e sorella di un operaio comunista, morto ammazzato dalla polizia a Modena” (Patrizia Pacini, Teresa Mattei, una donna nella storia: dall’antifascismo militante all’impegno in difesa dell’infanzia, Regione Toscana, 2009, p. 170).

3 “ Il leader del Pci [Togliatti] non era rimasto indifferente al fascino di Teresa ancor prima della storia semi-clandestina con Nilde Iotti ma Teresa rispettava molto sua moglie [Rita Montagnana, dirigente dell’Udi di cui la Mattei era membro, nda] e non vi furono conseguenze private nel loro rapporto. Ne comprendeva i dolori patiti in carcere, in esilio, all’estero a fianco del marito, e non poteva rimanere indifferente. Dunque, se pur lusingata da quella corte, non accettò mai una relazione con il Dirigente del Partito” (Patrizia Pacini, cit., p.110).

4 “Bruno aveva sempre creduto in lei, l’aveva sempre protetta e sostenuta e ora la contemplava là a Roma, la più giovane di tutte le deputate, combattiva come sempre…” (Patrizia Pacini, cit., p. 157).

5  AAVV, Donne della Repubblica, Il Mulino, Bologna, 2017.

6  Lo scontro tra le due è dovuto anche alla diversità delle loro scelte: Teresa si ribella al Partito, scegliendo la libertà e il figlio, e mette così fine alla sua carriera politica. La Iotti invece si piega, sempre, negando il suo desiderio di maternità e indipendenza, e ottenendo in cambio una carriera interminabile (rimarrrà in Parlamento, come si è visto, sino alla morte): “Nilde Iotti sosteneva: «Venivamo solo strumentalizzate». E Teresa Mattei era pienamente d’accordo”, ma ne traeva altre conclusioni (Patrizia Pacini, cit., p. 170).

7 Teresa Noce, Rivoluzionaria professionale, Bompiani, Milano 1977; Paola Cioni, Vivere in piedi. Teresa Noce in AA.VV, Donne della repubblica, Il Mulino, Bologna 2016. Così la femminista Miriam Mafai, in E Longo divorziò a san Marino, su Repubblica del 12/9/2003: “Teresa Noce, una dirigente sindacale di grande popolarità, all’ epoca membro della direzione del Pci, apprese dell’ annullamento solo un paio di settimane dopo, leggendo la notizia sul Corriere della Sera. Incredula, prima ne negò la veridicità, poi protestò presso l’ unico organismo di cui riconosceva la legittimità: la Commissione Centrale di Controllo del Pci. Ne ebbe come risposta la estromissione da tutti gli incarichi di partito”.

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