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Arte e Cultura

Scuola: quando la classe diventa davvero comunità

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Chi sei?

É questa la domanda dalla quale partire insieme a Michela Comai, Presidente della sede del Trentino Alto Adige del C.N.I.S.(Associazione per il coordinamento Nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap– presieduta dalla Professoressa Daniela Lucangeli) e docente trentina.

“È la domanda che sorge quando guardo l’alunno che mi sta di fronte, una domanda che prelude il mio interesse a voler conoscere la persona. È il punto di partenza per cercare l’incontro con l’altro, la disponibilità per accoglierlo nella sua unicità.

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Ogni studente è prima di tutto una persona, quali che siano i suoi risultati scolastici. Un’affermazione che pare essere un’ovvietà. Ma forse nella gerarchia delle quantità di cose programmate resta ai margini del pensiero e si perde di vista il soggetto, per il quale stiamo operando, a favore dell’oggetto.

Da dove iniziare? Da una costatazione molto banale: gli individui sono tutti diversi fra loro. Non solo per genere, pelle o cultura. Ciascuno lascia un’impronta che è solo sua, diversa per carattere, emozioni, vissuti, ritmi e modi nel pensare. Questo vale anche per l’apprendimento.

È diffuso pensare che si apprenda trasferendo le conoscenze da chi sa, a chi non sa… Ancora.

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Ma è proprio così?”

Il metodo utilizzato nell’insegnamento può influire sulla valorizzazione dell’intelligenza di chi apprende? Che idea d’intelligenza abbiamo?

Howard Gardner, docente di Scienze dell’Educazione all’Università di Harvard, con la sua teoria delle Intelligenze multiple, ci dice che non esiste una facoltà comune di intelligenza bensì diverse forme di essa. Istruire significa aiutare la persone a capire,ovvero, non memorizzare, ma partire da una cosa che si è imparato, una competenza, una conoscenza, un concetto, e saperlo applicare adeguatamente in una situazione nuova. Comprendere la realtà circostante significa imparare ad orientarsi in essa per potersi muovere e collaborare nel mondo. E questo contribuisce a costruire il senso di appartenenza e l’autostima.”

Tutto questo esige strategie di apprendimento diversificate e non generalizzate. Come fare?

“Forse ripensando a dei metodi che tengano conto della pluralità dei soggetti in apprendimento e che diventi un’educazione…inclusiva. Una parola di cui molto si parla ma difficile da tradurre nel concreto. L’inclusione intende persone diverse che apprendono insieme, imparano a convivere, conoscere se stessi e gli altri ed accertarli nei loro limiti e con il loro ‘esserci’ creano una convivenza democratica. Educazione e convivenza come strumenti per migliorare se stessi.”

Creare le condizioni perché ognuno possa sentirsi parte di un tutto e coinvolto in quel tutto diventa fondamentale. Come può accadere?

“Se la classe si trasforma e diventa piccola comunità.

Allora la cattedra sparisce e non diventa ostacolo tra me e te, i banchi ‘rompono le righe’ e si uniscono creando ‘isole’ e lo sguardo che l’alunno incontra non è una lavagna, ma quello del compagno che gli sta di fronte. L’insegnante crea le situazioni favorevoli all’incontro tra pari e impara a mettersi da parte, si fa più osservatore, mediatore, e lascia che siano i bambini stessi a provare e misurarsi con le conoscenze. Quando io bambino, al mattino, arrivo a scuola e penso che posso sedermi vicino ai miei compagni con i quali posso condividere il mio lavoro, chiedere aiuto, un consiglio, vedere come è possibile svolgere un compito, la mia tensione cala, perché non vivo la tensione della prestazione. Non devo solo dimostrare alla maestra di sapere, ma posso ‘essere’. All’interno del mio gruppo di lavoro posso essere ‘leader’ che decide l’organizzazione del lavoro, posso essere ‘scrittore’, colui che scrive il compito del gruppo, o chi riferisce all’insegnante, e così via, a seconda del mio carattere, introverso o più intraprendente. Ma so che dentro quel piccolo gruppo di compagni posso provare a essere, posso imparare a superare le paure o mediare dei conflitti, mitigare i miei interventi. E nella relazione con l’altro scopro chi sono. E non solo che valgo per quello che so. Le regole per stare insieme non vengono calate dall’alto, ma le scopro stando insieme a te. Posso sperimentare ciò che è funzionale alla buona riuscita di un compito comune o ciò che è controproducente, vivendo con gli altri… E non è sempre facile per me bambino che ancora vivo la mia dimensione individuale mediare per costruire la mia dimensione sociale.

A scuola non siamo soli e insieme l’impegno può essere più bello e più leggero.

Si possono mettere in comune le idee, provare e riprovare, allontanarsi per poi ritrovarsi, si può risolvere un problema difficile se il compagno o la compagna mi dice quel che ha capito, a me che ancora non sono riuscito a comprendere e poter dire ‘senza di te, non sarei riuscita’. A volte spaventa mostrarsi al grande gruppo della classe, è un palcoscenico troppo impegnativo in cui esibirsi. Ho visto bambini o bambine ritirarsi e non dare il loro contributo perché inibiti difronte alla paura del confronto o al temuto giudizio, dei compagni o dell’insegnante. Nel piccolo gruppo o in coppia posso tentare i primi voli, posso osare.

Si possono costruire ali più grandi se si mettono in comune i propri talenti e le proprie difficoltà e magari ci si scopre capaci.”

Si tratta dunque di investire nell’educazione al sociale nell’ambito della classe promuovendo l’incontro di più alunni intorno ad un progetto comune?

“Sì, l’obiettivo non è primeggiare o vincere in un’ottica di competitività, ma mettere a disposizione del gruppo di lavoro il proprio potenziale per portare avanti insieme un compito.

Regole condivise e pattuite assieme, responsabilità reciproca, possibilità di espressione, rispetto delle opinioni altrui, assunzione di ruoli, in una partecipazione attiva alla costruzione del proprio sapere…e si impara a convivere. Perché la vita è convivenza, si cresce camminando…’in equilibrio sulla parola insieme’.

Allora bisogna fare in modo che la vita sia a scuola, non si può limitarsi a promettere gli strumenti per il futuro, ma ‘qui e ora’ i giovani devono costruirli. Fianco a fianco, in un’interazione continua in cui chi ha capito spiega a chi ancora non ha compreso e gli offre una visione delle cose da un’altra prospettiva. Perché una classe, come dice Pennac, non è un esercito che marcia al passo, ma un’orchestra, in cui ognuno suona il suo strumento e deve trovare il modo di armonizzarsi agli altri. E non si può essere tutti dei primi clarinetti o primi violini, l’importante è migliorare la propria melodia per una buona musica d’insieme.”

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