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Arte e Cultura

Fino al primo marzo l’arte di Annamaria Targher in mostra a Palazzo Libera

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Con la prossima mostra ospitata negli spazi al piano terra di Palazzo Libera, Annamaria Targher si concentra, ancora una volta, sul rapporto tra la pittura e le sue sorelle da sempre considerate minori: le arti applicate.

Sempre ad interrogarsi circa la natura sufficiente ed esaustiva della pittura, l’artista finisce per porla a confronto con processi esecutivi più facili, più artigianali. La pittura, allora, si avvicina senza timore alla decorazione.

Un’altra tematica messa in campo con questa esposizione è la natura vista come elemento consono, innato e irrinunciabile per l’artista. Il suo rapporto ascritto con l’abbondanza di natura, rinvenibile già dietro casa e sin dentro casa.

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Un tutt’uno, vista anche la passione per la pratica e per la storia del giardino acquisite e strutturate con lo studio. Natura come nostalgia, ma anche natura come intervento artificioso dell’uomo in essa: come atto di protervia nel tentativo di replicarla nel piccolo hortus conclusus, per assaporarla come scrigno inviolabile, intimo e egoistico. Senza più magnificenza, piccola, addomesticata.

Forse, rappresentano questa dualità, le piccole tele con orchidee e le grandi, spasmodiche boscaglie, rese con pennellata deflagrata in una composizione quasi congestionata, al limite del parossismo.

Dal Diario di bordo dell’artista si legge, infatti: Quanto vale la Natura e il riverbero di Lei in noi? Immergersi nella pittura, vuol dire entrare nel suo sottobosco. Senza paura. Sì, perché l’energia psichica che deve compensare, come supporto, la pittura libera, non reggimentata, franta è devastante: come è devastante la frantumazione del suo autore.

Ossia il prologo, da cui tutto si genera, a cascata.

Per caduta. Quindi, nostalgia per la libertà, per il contatto con la grande madre (Targher è nata in montagna) sostituita da quella più misurata e innaturale dell’urbe: e vive in città, dove tra una seduta di pittura e l’altra, si dedica compassatamente al giardino, come riflesso di un qualcosa che le è stato tolto.

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La scarsa intellegibilità di una pittura fattasi fortemente materia, ma pur sempre esasperata, è sostenuta, negli spazi interstiziali, da dei freddi e stolidi interventi fatti con la pratica dello stencil, in un continuo, mosso, quasi concettuale scardinamento delle gerarchie.

Anche Tautologia del fregio rientra a pieno titolo in questa disamina: le forme aggraziate delle foglie d’acanto la storia dell’arte ha deciso d’imbalsamarle in leziosi fregi. Addomesticandole o ponendo come in un tabernacolo tutta il loro potenziale decorativo, consolatorio? Sottraendole così alle dure leggi di natura: tra cui l’appassimento e, poi, la morte?

Altro input diaristico apportato alla mostra è il rapporto pervasivo, conflittuale con la scrittura: come se, nella quotidianità dell’artista, questa faticasse a prendersi i tempi e lo spazio altrimenti destinato alla pittura.

Già abituata all’inserimento del collage nei propri lavori, Targher, ultimamente, si affida solamente a ritagli di parole o lettere. La struttura visiva dalla parola viene impiegata al posto della luce (del bianco): avvalorata, quindi, solamente da un punto di vista grafico, cromatico e svuotata, quindi, di senso, per essere riempita di significante.

Non come uno scarto, ma come un inedito e inatteso svelamento: autonomo. Le parole, infatti, si ricompongono casualmente sulla tela, soggiogate ad un impiego esclusivamente eidetico.

Così è anche per Concrezione di radicchio alla Rotella o heilige Herz dove il nucleo centrale dell’opera realizzato con colpi sicuri a pennellessa viene sostantivato dalle lettere color blu oltremare poste negli spazi salvati dal grumo di colore. Esso assurge in maniera icastica su un fondo direzionato da pennellate parallele, sicure, quasi fredde.

Il contrasto così creato è decisamente funzionale all’ostensione di un oggetto organico, mosso, rappreso e la cui identità rimane oscillante: cuore o radicchio?

In Oltre la cosa, la pittura opalescente, sfumata, eppur monumentale per le sicure e ampie campiture, viene sostantivata (sempre negli interstizi lasciati liberi) attraverso l’applicazione di tessere di carta desunte da rotocalchi.

E anche la breve serie Le tette fanno bene, in cui la pittura libera, grata, spessa trova compimento in Le tette fanno bene versus sinapsi, conferma l’interesse esteso dell’artista per le parti organiche della natura: anche, quindi, per quelle del corpo umano, specie se, come per il caso del sistema nervoso, si possono rilevare linee articolate e bizzarre, eppur funzionali.

Il dettame imprescindibile della materia organica anche qui, dunque, come già in Tautologia del fregio, si immobilizza nella sua sola valenza estetizzante: togliendo, quindi, tutto il riverbero potenzialmente ansiogeno dovuto all’esperienza dolorosa delle patologie legate a quel sistema.

Anche qui, Targher torna prepotentemente al proprio vissuto: per cui la serpentina dell’herpes zoster viene assurta alle grazie delle arti, togliendone di fatto tutta la non voluta e dolorosa incisività.

Di più, in tono quasi beffardo, ma sempre giocoso, i gangli sono costituiti da ritagli di giornale dai pervasivi colori pop: non solo, quindi, processo banalmente catartico, ma anche profondamente speculativo. L’affidare un problema personale e percepito come gravoso al periodo storico artistico più semplice, dimesso, intrigante, perché allargato: quindi, potenzialmente universale.

 

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