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Trento

Michela Comai: la voce di un’insegnante diversa

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“E’ possibile essere l’insegnante perfetto che tutti vorrebbero, considerate le quotidiane critiche che ci colpiscono? No. Ma si può decidere di essere un insegnante che prova a guardare chi ha di fronte per capire come può essergli utile nella sua crescita.”

Michela Comai, insegnante trentina da molti anni e Presidente della sede del Trentino Alto Adige del C.N.I.S. (Associazione per il coordinamento Nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap– presieduta dalla Professoressa Daniela Lucangeli) porta avanti con i suoi alunni un’esperienza didattica ‘diversa’.

Com’è iniziato il suo percorso di insegnamento?

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“Sono parecchi anni che frequento i banchi di scuola, ho iniziato il mio percorso di insegnante riproducendo il modello che avevo visto comunemente applicare. Crescendo il mio operare non mi soddisfaceva, mancava qualcosa, non rispondeva alla domanda dei miei studenti e non mi appagava. Allora sono sorti in me degli interrogativi: cosa non funzionava? Io o i miei studenti?

Secondo Umberto Galimberti il corpo insegnanti ha una grande responsabilità per il disamore crescente degli alunni verso l’apprendere, verso la scuola.

Mi sono messa in discussione, mi sono osservata e fra le mani mi sono ritrovata nuovi testi, nuove vie mi venivano indicate. Ho iniziato a trovare delle risposte che mi aiutavano a capire la responsabilità che come educatore ho. Era iniziato un lento processo di trasformazione della mia didattica.

Che senso hanno le verifiche per gli alunni e per gli insegnanti? Sono solo una valutazione su ciò che gli alunni hanno appreso e devono restituire o uno strumento per me, un’autovalutazione, una mappa dettagliata di cosa sono riuscita a far comprendere e trasmettere? Una mappa dettagliata che mi rivela le lacune degli alunni e le mie responsabilità, una mappa che mi orienta per individuare e personalizzare la mia didattica, perché sappiamo bene che se le lacune non le colmiamo gli alunni se le portano dietro per anni e rendono le fondamenta della comprensione instabili.”

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i bambini che faticano a tenere il passo, quelli che vengono esclusi o che sono a rischio esclusione, nonostante nella scuola si parli tanto di ‘inclusione’. Qual è il senso, il significato profondo di questa parola?

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“Sono incluso se rispondo ai canoni previsti, se restituisco correttamente tutte le nozioni che mi sono state date? Che posto occupa l’individualità di ciascuno? I nostri alunni non ci stanno forse chiedendo di capirli, di aprirci a loro e dare quel nutrimento importante per tutti, ma diverso per ognuno. Non è forse che la scuola ci chiede di essere ‘un insegnante diverso’?”

Cosa significa essere un ‘insegnante diverso’?

“I bambini che ci troviamo di fronte sono veri, come vere le loro richieste e la verità è che come insegnante, negli anni, ho dovuto imparare ad essere sempre meno programmata e maggiormente aperta ad osservare e capire cosa la classe prima e ciascuno dei miei bambini mi sta chiedendo. La sfida più grande, perché significa rinunciare al controllo per far posto alla meraviglia che ogni situazione può manifestare.

Entrare a scuola ogni mattina, attendere i miei alunni sulla porta, salutarli uno ad uno, osservarli e creare il contatto. C’è chi cerca un sorriso, chi vuole un abbraccio, chi mi sfiora con la mano, chi accenna un saluto e chi lo grida felice. Ognuno porta se stesso, le sue preoccupazioni, le sue paure, la sua gioia e speranza, e mi dice ‘io ci sono, tu maestra ci sei?’, con la fiducia che qualcuno sia davvero lì per lui.

Ogni mattina si ricrea un giardino, in cui ogni fiore porta il suo colore, il suo profumo. Sulla porta il giardiniere osserva e con fatica cerca gli strumenti più utili per coltivare le sue piccole piante. Tante piccole individualità che formano un’unità. ‘Uno solo è il cielo stellato, ma d’infiniti lumi è costellato’. Il potere di una parola o di un’azione è molto particolare. Perché è affidata alla libertà di chi la pronuncia o agisce, di chi l’ascolta o riceve e può trasformare la giornata, la vita.

È bello iniziare tutti insieme con un canto, un racconto, una poesia, o altro, lasciare la parola a chi a qualcosa da dire, da condividere e creare un’atmosfera famigliare in cui sentirsi accolti. In questo clima si costruisce la lezione che entra in un processo di trasformazione continua. È la domanda inattesa e curiosa, l’intervento fuori luogo, quel ‘disturbo’ che dà la direzione a quel che stiamo facendo e tutto prende vita, è dinamico e alleggerito in una didattica che non vuole incasellare ma essere fluida e, perché no, piacevole.”

Come si fa ad attuare tutto questo?

“Si tratta di imparare ad ascoltarli veramente e non pretendere di voler controllare tutto, avere la presunzione di possedere la verità, ma provare a mettersi in gioco e lasciarsi sorprendere. Con orecchi ed occhi aperti ci ritroviamo a percorrere vie nuove e a crescere con i nostri alunni.

‘Capisci? Capisci o no quel che ti spiego?’ è quel che spesso l’insegnante si trova a chiedere al suo alunno, per provare quel senso di avvilimento misto a incredulità per una risposta che non arriva mai o non è quella che si vorrebbe. ‘Non posso capacitarmi, mi cadono le braccia, l’ho spiegato cento volte’.

E allora perché non attuare una piccola rivoluzione. Una lezione capovolta in cui l’alunno spiega ai compagni, fa domande, in un’interazione fra pari e l’adulto resta a osservare e aggiusta il tiro. E allora, la rivelazione, l’attenzione sale, la partecipazione cresce, la lezione diventa attiva e il tempo scorre veloce.”

Una piccola rivoluzione che questa ‘insegnante diversa‘ sta attuando da anni e che nell’interesse dei suoi alunni vede il riscontro più inconfutabile e vero: la gioia nell’arrivare a scuola, la voglia di esserci e di partecipare, in un silenzio a dir poco sorprendente.

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