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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Quando gli italiani salvarono gli ebrei, in Italia e in Europa

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Nella recente Giornata della memoria, un po’ ostaggio dei giornalisti e dei politici, non di rado un po’ qualunquisti, si sono ricordate le infami leggi razziali del 1938, approvando le quali Mussolini proseguiva il suo cammino di avvicinamento servile a Hitler, del quale era stato, sino al 1934, un critico e un avversario.

Come noto Mussolini era tutt’altro che un uomo di ferrei principi: avversario implacabile dei tedeschi, nella I Guerra mondiale, sarebbe diventato l’alleato della Germania, nella II; amante della giornalista ebrea Margherita Sarfatti, e critico nei confronti dell’antisemitismo sino al 1934 almeno, avrebbe poi firmato le leggi razziali.

Ma questi sono fatti noti. Ciò che si è dimenticato, invece, seguendo l’ormai classico cliché del mea culpa fatto a a casaccio, è il ruolo che ebbero in verità gli italiani nell’olocausto.

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Lo premetto: essi furono i maggiori difensori degli ebrei, non solo in Italia, ma in Europa!

E questo grazie all’operato in primis della Chiesa cattolica; in secondo luogo di molti italiani per nulla politicizzati, e infine, persino grazie all’azione di molti fascisti che non avevano approvato nè l’alleanza con la Germania nè le leggi razziali (uno su tutti, il quadrumviro Italo Balbo).

A testimoniarlo sono stati, negli anni, tanti ebrei.

Ne citerò alcuni, famosissimi.

Il primo è Albert Einstein. In una lettera al suo amico francescano, Padre Caramelli, del 17 settembre 1953, da Princeton, il noto fisico scriveva: “Caro padre ora che lei è tornato dal suo lungo viaggio mi si offre l’opportunità di esternarle dal profondo dell’animo la mia riconoscenza per tutte le gentili premure che Lei ha avuto per mia cugina durante la sua malattia, alleviandole la sofferenza. Quando da giovane venni in Italia ho potuto constatare con gioia quali sentimenti alberghino nell’animo del popolo italiano. Inoltre da più parti mi è stato riferito che durante gli oscuri tempi del fascismo e del dominio di Hitler, molte persone hanno rischiato la vita per soccorrere le vittime della persecuzione. In questa straordinaria situazione ove la solidarietà umana è tutto, i suoi compatrioti si sono rivelati i più onesti e i più nobili tra le genti da me conosciute durante la mia lunga vita. Queste caratteristiche si armonizzano con lo sviluppato senso di quella bellezza, tanto forte in voi che si rivela in tutte le manifestazioni della vita. Avrei preferito scrivere in italiano, ma non sono più capace” (Armando Brissoni, Autobiografia e colloqui, Isonomia, Padova, 1994, raccolta di scritti di A. Einstein: p. 101, per la visita a Bologna; p. 140, per lettera al padre Caramelli).

Il secondo testimone è la filosofa ebrea Hanna Arendt, che nel suo celeberrimo La banalità del male, ricordava: “I nazisti sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo staliniano che col fascismo italiano, e Mussolini dal canto suo non aveva né molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler. Tutto questo però rientrava nei segreti delle alte sfere, specialmente in Germania, e le differenze profonde, decisive tra il fascismo e gli altri tipi di dittatura non furono mai capite dal mondo nel suo complesso. Eppure queste differenze mai risaltarono con più evidenza come nel campo della questione ebraica. Prima del colpo di Stato di Badoglio dell’estate 1943 e prima che i tedeschi occupassero Roma e l’Italia settentrionale, Eichmann e i suoi uomini non avevano mai potuto lavorare in questo paese. Tuttavia avevano potuto vedere in che modo gli italiani non risolvevano nulla nelle zone della Francia, della Grecia e della Jugoslavia da loro occupate: e infatti gli ebrei perseguitati continuavano a rifugiarsi in queste zone dove potevano essere certi di trovare asilo, almeno contemporaneo”.

Il terzo è il giornalista ebreo italiano Sergio Minerbi, corrispondente per la Rai durante il processo ad Eichmann. Così annotava: Riguardo la soluzione del problema ebraico in Italia, i tedeschi decisero che Himmler stesso parlasse col Duce. Eichmann si lagnò vivamente del ‘boicottaggio’ italiano nei paesi occupati, specialmente nella lettera del 25 febbraio 1943 firmata da Heinrich Müller, ma redatta dall’imputato. Ribbentrop fece forti pressioni sulle autorità italiane, che adottarono però una tattica dilatoria, riuscendo così a salvare migliaia di ebrei da morte certa…[In Italia, dopo l’occupazione tedesca] grazie all’aiuto degli italiani, che nascosero molti ebrei a rischio della propria vita, la caccia non fu fruttuosa. Anche il clero italiano aiutò e nascose molti ebrei nei monasteri. Il Papa stesso intervenne a favore degli arrestati a Roma…. In Grecia, Eichmann inviò il noto Wisliceny, e nel marzo 1943 ebbero inizio le deportazioni da Salonicco. Nella zona di occupazione italiana però mancava ogni collaborazione…”.

Il 25 febbraio 1943 “il capo dell’Ufficio di Sicurezza del Reich si lamentava che l’influenza negativa degli italiani è sentita in Romania, Bulgaria e Slovacchia dove si è cominciato a rifiutare di deportare gli ebrei sulla base del cattivo esempio italiano. Da parte sua il funzionario aggiunse che ‘gli italiani hanno impedito le restrizioni in Francia e sono intervenuti a favore degli ebrei dove hanno potuto” (Sergio Minerbi, La belva in gabbia. Eichmann: i delitti, il processo, la condanna, Lindau, Torino, 2012).

Si possono citare, per concludere, gli storici Renzo De Felice e George Mosse, entrambi ebrei.

Scriveva il primo:prima dell’8 settembre si ebbero in Italia relativamente pochi casi di manifestazioni e di violenze antiebraiche”; poi sottolineava come durante l’occupazione nazista, che intensificò la persecuzione degli ebrei, essi furono soccorsi “dalle varie Chiese… dalle più piccole, come quella quacchera, alle più grandi, a quella cattolica… Il contributo più notevole fu però certo, in assoluto, quello dei cattolici”: “l’aiuto, notevolissimo e in misura sempre crescente, prestato oltre che dai singoli cattolici, da quasi tutti gli istituti cattolici e da moltissimi sacerdoti agli ebrei braccati dai tedeschi dopo l’8 settembre rientra pienamente in questa linea di condotta della Santa Sede. Aiuto che, del resto, era già in atto da anni nei paesi occupati dai nazisti, in Francia come in Romania, in Belgio come in Ungheria… Dopo l’8 settembre 1943 migliaia di ebrei trovarono rifugio in conventi, parrocchie, istituti religiosi e, a Roma, persino in Vaticano e in vari luoghi extra territoriali. A Roma gli ebrei così aiutati furono oltre 4 mila” (Storia degli ebrei italiani durante il fascismo, p. 398, 476-482).

Così infine George Mosse: l’Italia fu, quanto a razzismo, “un’area di ristagno” (G. L. Mosse, Razzismo, in Enciclopedia del Novecento, vol. V., p.1057); “L’Italia ha protetto i suoi ebrei ovunque le sia stato possibile”; infatti “i pochi razzisti italiani rimasero isolati”, “il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo” e così “la zona d’occupazione italiana in Francia divenne il rifugio degli ebrei braccati. Ovunque nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana” (George Mosse, Il razzismo in Europa, p. 214, 216, 245).

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