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Spettacolo

“Ciò che non si può dire”: la tragedia del Cermis in scena allo Zandonai

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“Il 3 febbraio 1998, un aereo Prowler della base militare U.S.A. di Aviano (Pordenone)trancia di netto i cavi della funivia del Cermis, in Trentino; una cabina precipita nel vuoto causando la morte di tutte le venti persone che vi erano a bordo. In questo monologo il racconto è affidato ad un protagonista, il manovratore del vagoncino che saliva verso la stazione intermedia, che restò appeso nel vuoto per un tempo indefinito, prima che un elicottero riuscisse a portarlo a terra. 

Il protagonista, Francesco, è in una posizione “privilegiata”; spettatore unico, un inviato speciale sulla scena del disastro che improvvisa una telecronaca in diretta. Quest’uomo solo, nella cabina vuota, con la morte che gli passa talmente vicino diventa il paradigma della solitudine umana, di una certa incomunicabilità. Del fatto che le persone pensano talmente poco al loro destino e quando lo fanno è perché sentono di esserci arrivati di fronte, di averci sbattuto il naso sopra. A quel punto non c’è più tempo per fare né dire niente. “Il racconto del Cermis” è la riproposizione di un disastro che ancora oggi – a vent’anni di distanza – urla vendetta al cielo e ci conferma – se mai ce ne fosse ancora bisogno – quanto gli esseri umani siano spesso vuote pedine in mano al Potere più cieco e prepotente.”

Portato in scena da Mario Cagol, per la regia di Mirko Corradini, lo spettacolo ha catturato fin da subito tutta l’attenzione del pubblico roveretano.

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Sotto il cielo delle Alpi ci sono le palme”, una frase che viene ripetuta spesso, ha un significato che colpisce dritti in fondo all’anima: sotto le Alpi ci sono solo piante, nessuna vita umana, niente che valga la pena chiedersi se, forse, non si stia rischiando troppo, mancando soprattutto di rispetto ad una vallata ed ai suoi abitanti.

E nella rappresentazione ci si è soffermati spesso a parlare di coincidenze, di rabbia, di paura, di coscienza, di rispetto. Di cambiamenti, quei cambiamenti che iniziano ad esistere da un giorno all’altro, quando qualcosa accade… qualcosa che cambia tutto.

“Ciò che non si può dire” è un viaggio tra le vite stravolte dalle due tragedie che hanno colpito la funivia del Cermis: 1976 ma soprattutto 1998. Un percorso che ci porta a chiederci come sia possibile, a cercare di capire, di dare un senso alle azioni dell’essere umano per vedere fino a dove questo riesce ad arrivare al fine di giustificarsi, di pulirsi una coscienza palesemente sporca. Durate  l’ora e mezza di racconto, siamo stati messi davanti a tutto quello che la Val di Fiemme e le famiglie delle persone coinvolte hanno dovuto sopportare per continuare a vivere.

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Non sono mai esistite parole adeguate, solo silenzi e pelle d’oca, per un macigno sull’anima che lascia lo spettatore scosso fino in fondo al cuore.

Perché le tragedie come queste ci portano a fronteggiare un qualcosa che è reale e che colpisce fino alle radici.

Perché è difficile comprendere per davvero ma, una volta che questo accade, la consapevolezza si fa portatrice di memoria, affinché il dolore venga ricordato e la tragedia non venga mai ripetuta.

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