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Società

Impunità per infermità mentale abusata? La migrazione può essere un fattore di rischio

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“Queste voci mi dicevano (aveva tentato di spiegare ai periti) che la popolazione africana, la parte del nord, anche loro stavano uccidendo le persone a picconi quindi mi sono sentito anch’io di fare la stessa cosa“.

Kabobo, il 36enne ghanese è stato condannato a 20 anni di reclusione per aver ammazzato l’11 maggio 2013 tre passanti a colpi di piccone nel quartiere Niguarda di Milano

Ora lui studia, dal programma delle scuole elementari, lavora portando il cibo ai detenuti ma per chi è morto per mano sua non vi sarà soddisfazione alcuna nel sapere che è stato condannato a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente e a tre anni di casa di cura e custodia.

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Ma se non possiede nulla chi risarcirà le famiglie delle vittime almeno materialmente?

Lo Stato è responsabile di chi circola senza permesso e danneggia i cittadini vessati da tasse e burocrazia? “I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi” affermava la Signora Presidentessa Laura Boldrini, per coloro che non rispettano le nostre leggi però molti sperano di no, vivamente.

La migrazione come fattore di rischio di disturbo mentale – Il dottor Luca Cimino Psichiatra, psicoterapeuta, medico legale, criminologo e psichiatra forense dell’ Università di Bologna conferma infatti nei sui studi che: “La salute mentale dei migranti è da considerarsi oggi in Italia e in Europa uno dei maggiori problemi di salute individuale e pubblica.

La sempre maggiore presenza dei migranti che accedono ai servizi di salute mentale ha evidenziato non solo nuove e peculiari espressioni di disagio psichico legate alle specifiche dimensioni culturali ed etniche di ogni singola popolazione, ma soprattutto che i migranti rappresentano una popolazione piuttosto fragile e a rischio di sviluppare disturbi mentali. “

Il problema è serio, sia per i costi sociali che per cercare di far ottenere Giustizia alle vittime, in termini di punizione dei colpevoli e di risarcimento del danno subito, che spesso, essendo gli autori totalmente incapienti e incapaci di produrre reddito alcuno resterebbe comunque solo sulla carta.

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Con l’abrogazione dei reati di omessa custodia e omessa denuncia di malattie mentali (stabilità dall’art. 11 della l. n. 180/1978), l’esplicito riconoscimento all’ infermo psichico del potere di autodeterminazione circa il trattamento sanitario, sembra confermare l’esigenza di una ridefinizione dell’incapacità di intendere e di volere, non più deducibile in via automatica.

Una strada per ottenere l’impunità fin troppo facilmente? – Il destino dei disturbi mentali purtroppo è quello di superare, per incidenza, le patologie cardiovascolari, a cui attualmente è attribuito il primato.In Italia soffrono di disturbi mentali 17 milioni di persone, in Europa il 38% della popolazione, 450 milioni nel mondo le persone che soffrono di disturbi neurologici, psichiatrici o comportamentali, molti mai diagnosticati, altre stime parlano di 900 milioni.

In particolare nel mondo, il 10-20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi mentali e le condizioni neuropsichiatriche sono attualmente la principale causa di disabilità nei giovani di tutte le Regioni Oms.

Ma non tutti i disturbi possono essere fonte di impunità, molto, anzi troppo spesso delinquenti si riparano dietro la linea sottile che distingue un criminale da un malato, le strutture destinate a coloro che sono in cura e T.S.O. ( trattamenti sanitari obbligatori) sono insufficienti a garantire la loro sicurezza, quella degli operatori, ma anche di tutti i cittadini sani.

I disturbi della personalità (nevrosi o psicopatie) possono essere apprezzati alla luce delle norme degli articoli 88 ed 89 C.P., con conseguente pronuncia di totale o parziale infermità di mente dell’imputato, a condizione che essi abbiano, riferiti alla capacità di intendere e di volere, le seguenti qualità: globalmente in grado di incidere sulla capacità di autodeterminazione dell’autore del fatto illecito e cioè: consistenza e intensità intese come volere concreto e forte; rilevanza e gravità presente come dimensione importante del disagio stabilizzato; rapporto motivante con il fatto commesso, apprezzato come correlazione psico-emotiva rispetto al fatto illecito” (Cass.pen, sez. IV, 5 maggio 2011, n. 17305).

“La situazione della salute mentale nel mondo non è affatto buona. Le malattie mentali e neurologiche sono infatti in aumento, così come cresce l’uso di sostanze. Al primo posto nella classifica delle problematiche legate alla salute mentale globale c’è la depressione, che non conosce distinzioni di tipo socioeconomico, perché colpisce indistintamente tutti. C’è poi un abbassamento dell’età in cui si presentano questi disturbi, così come si abbassa l’età dei suicidi“, lo affermava già il direttore del Dipartimento di Salute Mentale presso l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Devora Kestel nel 2019.

La correlazione tra vizio di mente totale o parziale, l’imputabilità e riflessioni sulla capacità d’intendere e di volere riscontrabile in capo all’imputato sono temi delicati ma attualissimi. Per dichiarare l’effettiva sussistenza, in sede processuale penale, del vizio totale o parziale di mente in capo all’imputato, va riscontrata l’incidenza di tali stati patologici “sulle capacità intellettive e volitive della persona” (sez. III 11/15157) che devono quindi estrinsecarsi affette da “una grave e permanente compromissione”  (sez VI 11/17305) .

Non è sufficiente accertare in sede giudiziale, che l’imputato soffra di una malattia mentale (neanche la più grave), ma occorre riscontrare senza ombra di dubbio che la stessa abbia azzerato la capacità di intendere e di volere, ed anche per questo si invitano gli operatori del settore e gli agenti di polizia interessati nelle operazioni a denunziare sempre.

Va esclusa la rilevanza degli stati emotivi e passionali per espressa previsione legislativa ex articolo 90 c.p., in quanto tali stati “non escludono ne diminuiscono l’imputabilità”, nell’cipotesi in cui vengano “in sé e per sé considerati”, mentre rilevano processualmente in favore dell’imputato qualora in essi sia ravvisabile un indice di uno stato patologico.

Si è dunque da tempo registrata una tendenza diretta a separare la nozione di «colpevolezza» da quella di «imputabilità», fino a configurare l’imputabilità come categoria del tutto autonoma in ragione delle diverse funzioni che le due nozioni assolvono nel meccanismo normativo.

Non può infatti escludersi – a fini civilistici – che il fatto sia stato commesso dall’incapace in un momento di lucidità, sicché risulta giustificata la reazione del risarcimento del danno.

Soltanto introducendo una nozione di «colpevolezza» indipendente dal dolo o dalla colpa, può allora essere giustificata anche la tesi secondo la quale la previsione del 2046 condiziona l’operatività del criterio basato sul dolo o sulla colpa allo stato di capacità dell’autore del danno

L’accertamento dell’imputabilità in sede penale non potrebbe fare stato automaticamente anche in sede civile – Problemi interpretativi di eccezionale rilevanza sono sorti con riferimento al trattamento che la previsione di cui al 1° co. dell’art. 1277 c.c. (richiamato, per la responsabilità extracontrattuale, dall’art. 2056 c.c.) sembrerebbe riservare allo stato di incapacità naturale. Secondo questa previsione «Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate» come riportato anche sul sito Altalex.

L’allarme sociale suscitato dal fatto reato si conserva anche nel difetto del requisito dell’imputabilità: non vi è quindi ragione per negare protezione agli interessi tutelati dalla legge civile.

Pertanto deve ritenersi ammissibile il risarcimento di tutti i danni – patrimoniali e non – che derivano da quel fatto, indipendentemente dalla circostanza che l’autore dell’illecito sia un inimputabile sotto il profilo penale.

Come emerge dal “Il sole 24 ore” c’è un forte gap tra soggetti che accedono e vengono seguiti in Italia da Dipartimenti di Salute Mentale e soggetti che invece secondo le stime sono affetti da Disturbi Mentali, con uno scarto di circa il 75% di popolazione affetta che rimane fuori, si renderebbe pertanto necessaria prevenzione come per molte altre malattie e soprattutto idonee strutture.

Il PTSD (Disturbo da stress post-traumatico) è riportato essere del 9-36% tra i rifugiati mentre dell’1-2% tra la popolazione ospite.

“La salute mentale del migrante, che di suo può già risentire di esperienze traumatiche legate al percorso migratorio, può addirittura peggiorare, come nel caso della depressione, una volta raggiunto il Paese di destinazione, per via delle cattive condizioni socioeconomiche e dell’isolamento sociale.”

Questi i dati ufficiali.

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