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La Sfera e lo Spillo

Gian Piero Gasperini, maestro di calcio

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L’inizio a Bergamo non è certo dei migliori. L’approccio è complicato tra schemi e moduli, tra preparazione fisica e tattica. La stagione è quella 2016-2017. Il debutto è amaro, il finale radioso.

Nelle prime 5 giornate l’Atalanta conquista solo 3 punti, il nuovo tecnico è già sulla graticola. Le sconfitte casalinghe contro Lazio e Palermo e quelle esterne contro Sampdoria e Cagliari, nonostante la vittoria con il Torino (alla 3° giornata), incrinano la fiducia nel coach piemontese.

Stando alla stampa dell’epoca, Gian Piero Gasperini sembra essere sul punto di essere esonerato; sei reti realizzate e undici gol subiti è un ruolino di marcia insufficiente, cui si aggiunge il penultimo posto in classifica.

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Il club bergamasco guidato con lungimiranza da Antonio Percassi, invece, mantiene con freddezza la barra dritta confermando, nonostante i rumors,  Gasperini sulla panca orobica.

Alla sesta giornata la Dea affronta il Crotone (ultimo in classifica) e i nerazzurri espugnano (1-3) lo stadio Scida. E’ il 26 settembre, da quel giorno si volta pagina, cambia il destino dell’Atalanta e del suo fiero condottiero Gian Piero Gasperini.

La dote riconosciuta a Gasp  è la capacità di valorizzare il parco giocatori a disposizione, esaltando le caratteristiche dei singoli a servizio dell’impianto di gioco collettivo.

Il suo calcio totale è aggressivo, arcigno e dispendioso caratterizzato da velocità di esecuzione e pressing con marcature dedicate sul green.

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Lo scambio tra centrocampisti e trequartista, i movimenti sincroni e il supporto del segmento basso in fase di impostazione alla linea nevralgica sono il canovaccio articolato e la trama dei nerazzurri di “Bérghem”.

Il modulo scelto è il 3-4-3, che muta a seconda delle fasi di aggressione o di ripiego. Nella transizione di non possesso gli esterni si piegano mentre i trequartisti ostruiscono la mediana. Sui calci da fermo la difesa è burbera e personalizzata.

Le pedine si muovono sicure e consapevoli attraverso uno spartito, senza limitare l’esuberanza e il genio del reparto avanzato.

L’Atalanta non è più una squadra rivelazione, ma è una realtà del calcio nostrano. Il percorso in Champions League (in questa stagione) è la dimostrazione della caratura e dello scorza dell’undici atalantino. Uno spogliatoio forgiato, attraverso un lavoro quotidiano e laborioso, da Gasperini a sua immagine e somiglianza.

Lo scorso anno perde la finale di Coppa Italia giocata a Roma contro la Lazio, una dose di fortuna e un pizzico di mestiere mancano, nella circostanza, ai ragazzi di Gasp per centrare la storica vittoria.

In carriera, inoltre, conquista una promozione in Serie A nel 2007 e l’accesso alla Europa League (2008-2009) con il Grifone. Sul campo con i rossoblù raggiunge ancora la qualificazione europea (2014-2015), ma alla società di Villa Rostan non viene rilasciata la licenza Uefa.

Meno fortunate e con risvolti differenti sono le avventure a Palermo e Milano (sponda nerazzurra).

In Sicilia è difficile il rapporto con il vulcanico presidente Maurizio Zamparini, mentre alla Beneamata, reduce dalla parentesi vincente del “triplete”,  trova uno spogliatoio logoro e con la pancia piena, poco incline alle rivoluzioni e ai cambiamenti tattici.

Gian Piero nasce a Grugliasco, comune della cintura torinese (tra Rivoli e Collegno), il 26 gennaio del 1958. Per ironia della sorte è nato lo stesso giorno di Josè Mourinho, il portoghese 5 anni più giovane.

Il suo segno zodiacale è l’acquario, miscuglio di generosità, altruismo e sensibilità e undicesimo segno dello Zodiaco.

Sposato dal 1980 con Cristina (lavora in una scuola torinese), la coppia ha 2 figli, Davide ed Andrea.

Il Gasp con le scarpette chiodate gioca nel Pescara di Giovanni Galeone, mentore anche di Massimiliano Allegri, un “saggio” moderno  da cui attingere tattica e filosofia.

Alla cloche della Juventus Primavera vince il prestigioso Torneo di Viareggio (2003). In qualità di allenatore guida in carriera il Crotone, Genoa, Inter, Palermo ed Atalanta.

Gian Piero Gasperini, maestro di calcio.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

L’ultimo goal di Pietro Anastasi

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Si è svolto a Varese, presso il Battistero di San Vittore, il funerale di Pietro Anastasi.

Molti i volti noti presenti: tra gli altri spiccano Roberto Bettega, Claudio Gentile, Lele Oriali, Pavel Nedved, Fabio Capello, Mauro Bellugi, Ivano Bordon, Alessandro Scanziani e l’AD dell’Inter Beppe Marotta. Centinaia di persone (tifosi, amici e gente comune) hanno gremito il luogo di culto e lo spazio antistante.

Scanziani compagno di squadra all’Inter ed Ascoli lo rammenta così: “E’ stato un grande uomo. Un giocatore esemplare per comportamento e correttezza; non ricordo una polemica nei confronti dei compagni, allenatori o arbitri.”

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L’ex attaccante della Juventus e della Nazionale italiana si è spento nella città varesina il 17 gennaio, all’età di 71 anni, dopo una lunga malattia. Pietruzzo, come veniva chiamato dagli amici più stretti, ha lottato contro la Sla, malattia degenerativa che colpisce il sistema nervoso.

Nato a Catania il 7 aprile del 1948, Pietro è l’icona del ragazzo del sud che lascia la propria terra per inseguire i propri sogni.

Comincia la sua carriera a Varese (1966-68), poi passa alla Juventus (1968-1976), la sua squadra del cuore sin dalla gioventù.

Con la Vecchia Signora colleziona 205 presenze, segnando 78 reti e vincendo 3 Scudetti. Successivamente alza al cielo la Coppa Italia con la maglia dell’Inter. Chiude la carriera agonistica nell’Ascoli e poi nel Lugano.

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E’ uno degli artefici della vittoria dell’unico campionato Europeo vinto dalla Nazionale Italiana (1968).

Oltre allo sconforto, Claudio Gentile esprime pubblicamente il suo disappunto: “E’ vergognoso che ad Anastasi non sia stato tributato un minuto di raccoglimento su tutti i campi della Serie A. C’è grande amarezza.”

Il campione d’Europa con la maglia azzurra del 1968 è stato ricordato con un minuto di silenzio solo nelle gare di Juventus-Parma e Lecce-Inter. Emozionante e da brividi il “minuto al buio” celebrato allo Stadium di Torino.

Infine, Beppe Marotta prova a stemperare le polemiche: “ A Lecce lo abbiamo ricordato come club. Era un doveroso gesto di riconoscenza verso una figura di grandi valori. Per il resto mi pare sia stata una situazione contingente. La Federazione lo ricorderà nei prossimi impegni delle Nazionali.”.

L’ultimo goal di Pietro Anastasi.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Sinisa Mihajlovic, l’uomo copertina del 2019

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La retorica talvolta è irriverente, spesso fastidiosa.

Vi sono frangenti della vita che vanno vissuti con equilibrio e compostezza. Coniugare il rispetto del dolore e il dovere di cronaca è un confine talmente esile e labile che si finisce per debordare.

Da queste colonne, in passato, abbiamo attribuito copiosi elogi al tecnico di Vukovar per la sua professionalità, impegno e dedizione. E’ l’uomo che prevale prima del personaggio pubblico, è l’anima che drappeggia la solidarietà umana.

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A muso duro non scivola nella volgarità, il carattere burbero ma profondamente buono e il temperamento marcato anticipano l’indole e la sensibilità.

A Sinisa concediamo pertanto volentieri la nostra copertina, limpido esempio di compostezza e rettitudine, umanità e perseveranza.

Il 13 luglio scorso Sinisa Mihalojvic annuncia in una conferenza stampa di essere affetto dalla leucemia mieloide acuta.

L’allenatore serbo nella circostanza si commuove e dichiara: “Affronterò la malattia col petto di fuori, non vedo l’ora di partire con le cure.”

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Con fierezza che contraddistingue il suo animo, rivela: “Vincerò anche questa sfida, vincerò per la mia famiglia.”

Poi con occhi lucidi e voce rotta aggiunge: “Non sono lacrime di paura: la malattia la rispetto ma la vincerò guardandola negli occhi, giocando all’attacco. E’ una malattia in fase acuta ma si può guarire e sconfiggere.”

Infine, concede un gesto di generosità citando l’importanza della prevenzione per la tutela della salute.

Dopo 44 giorni di cure torna in sella, sulla panchina dei Felsinei allo stadio Marcantonio Bentegodi nonostante la chemioterapia cui si sta sopponendo all’ospedale Sant’Orsola. E’ il 25 agosto, il match Verona-Bologna finisce in parità (1-1). Il successo, però, è rivedere l’uomo Sinisa dirigere con spirito e abnegazione i propri giocatori da bordo campo.

Il 29 ottobre Sinisa Mihajlovic è sottoposto al trapianto di midollo osseo da donatore non familiare e dimesso il 22 novembre.

“In Italia ci sono pochi donatori. E invece bisognerebbe donare di più, perché più cresce il numero di donatori e più è facile che un malato di leucemia ottenga un midollo osseo compatibile per il trapianto. E il trapianto può salvare una vita” sono le parole, l’accorato appello rilasciato con emozione dal tecnico dopo l’operazione.

Sinisa è il discepolo di Vujadin Boskov, tecnico e padre della Sampdoria dell’indimenticato Paolo Mantovani.

Del mister di Begec eredita l’arguzia, la sottile ironia e la filosofia di gioco. E’ istrionico in conferenza stampa, diretto e senza peli sulla lingua.

Sinisa, come Boskov, lega le sue fortune ai gemelli del goal: Gianluca Vialli e Roberto Mancini.

Le vittorie sportive maturano, invece, nella Lazio, Inter e Roma.

In madre Patria conquista 3 titoli nazionali; con la Stella Rossa vince 1 Coppa dei Campioni e 1 Coppa Intercontinentale. Veste la maglia della Nazionale Jugoslava per 63 volte segnando 9 reti.

In qualità di allenatore guida il Bologna, Catania, Fiorentina, Serbia, Sampdoria, Milan, Torino e una veloce apparizione allo Sporting Lisbona.

Oggi non prevalgono le lodi all’ex calciatore e allenatore di calcio. L’esempio di coraggio, forza e di rettitudine nelle difficoltà superano di gran lunga i radiosi successi sportivi. Come in uno spogliatoio sono sempre gli uomini, prima dei calciatori, a vincere le battaglie.

 Sinisa Mihajlovic, l’uomo copertina del 2019.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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L’ombra della Brexit sul calcio inglese

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Le elezioni politiche inglesi di giovedì 12 dicembre con la vittoria di Boris Johnson decretano la maggioranza dei Conservatori nel Parlamento di Westminster. A questo punto diviene più probabile il processo della Brexit, seppur governata con misura dalla classe dirigente.

Un voto che non sorprende gli analisti attenti e quella parte di critica che ben conosce le profondità di un Paese diviso e in sofferenza sociale da almeno un decennio. La controversia scozzese e le spine nel nord d’Irlanda sarà il vero banco di prova del nuovo esecutivo.

Il Primo Ministro, sino a oggi tatticamente vestito da falco per limitare gli estremismi, sarà domani una colomba, un mediatore prudente e audace, un camaleonte.

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe alterare gli equilibri anche in ambito calcistico.

Finiscono sotto la lente d’ingrandimento il tesseramento dei giocatori extracomunitari, l’eventuale gap economico che s’innesca e la capacità di acquisire players delle squadre britanniche dopo l’eventuale e sofferto divorzio.

Il calcio britannico, nel suo complesso, è contrario alla Brexit per le drastiche e risapute ripercussioni finanziarie.

Oggi la Premier League è considerata il primo campionato europeo per spettacolo e per giro d’affari.

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I diritti televisivi e il merchandising rappresentano le primarie fonti di guadagno del torneo d’Oltremanica.

I lavoratori, compresi i calciatori, possono circolare liberamente nell’Unione europea. L’exit dell’Impero di Sua Maestà potrebbe scardinare l’impalcatura della Sentenza Bosman.

Il provvedimento adottato nel 1995 dalla Corte di giustizia dell’Unione europea regolamenta il trasferimento dei calciatori nelle federazioni calcistiche all’interno dell’UE.

I club inglesi perderebbero il fascino e l’appeal che in questi decenni hanno contraddistinto la superiorità, lo strapotere commerciale del brand anglosassone.

La concorrenza dei team europei sarebbe più agguerrita attivando un blackout del circuito, inceppando il flusso di denaro e ricchezza verso il calcio inglese. Il business internazionale potrebbe ritrarsi, limitando l’attrattività e chiudendo, di fatto, i rubinetti del finanziamento.

La competitività del sistema sarebbe a rischio, svoltando nel rinnovato isolamento, minando alle fondamenta il modello vincente studiato anche dalle federazioni estere.

Infine, secondo uno studio, sarebbero almeno 300 i giocatori interessati che potrebbero finire out dai tornei sull’isola.

L’ombra della Brexit sul calcio inglese.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

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