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Politica

Ecco come il governo giallorosso ha ucciso 500 mila partite IVA

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Ci sono due piccole norme nell’ultima manovra finanziaria e che entrano in vigore da oggi, nascoste nelle pieghe dei commi, e che danno il senso di come un governo di sinistra continui ad avere i medesimi pregiudizi economici di sempre.

La disamina molto approfondita di queste due norme la pubblica Nicola Porro sul Giornale.it e oggi sul suo seguitissimo Blog

La prima norma riguarda le partite Iva che godevano della flat tax. E la seconda riguarda quei proprietari di immobili commerciali, negozi e botteghe.

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Entrambe hanno cancellato il regime di maggior favore introdotto nel 2019.

Comporteranno aumenti di imposta a carico di quel ceto medio impoverito, vessato da imposte e burocrazia kafkiana.

Sono i nostri invisibili, troppo poveri per avere eco mediatica, troppo ricchi, si fa per dire, per essere considerati davvero poveri.

È come quella generazione perduta del maschio cinquantenne del nord, che ha perso il lavoro. Troppo vecchio per avere gli incentivi dei giovani, troppo giovane per andare in pensione e dotato di un piccolo gruzzolo, forse, da renderlo ceto medio con la sola prospettiva di diventare povero.

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Sono categorie fuori dai radar. Non hanno vissuto di assistenza, non ci hanno mai puntato e provocano allergia alla sinistra economica che ci governa da anni. Il caso della flat tax è clamoroso.

È bastata una piccola modifica per far fuori dal regime del 15 per cento, mezzo milioni di partite Iva. Senza grandi clamori mediatici il governo giallorosso, ha cancellato un beneficiario del regime forfettario ogni quattro. Avete capito bene.

Cinquecentomila persone che l’anno scorso pagavano il 15 per cento sulle loro fatture e che da quest’anno dovranno tenere libri contabili, fatturare con l’Iva, compilare modelli e pagare saldi e acconti dell’Irpef con l’aliquota presumibilmente doppia del loro reddito e non con quella agevolata del 15 per cento.

Questi «delinquenti» hanno avuto la colpa di produrre redditi da lavoro dipendente, o pensioni, o erano amministratori e soci di società e cooperative e si portavano a casa un gruzzoletto superiore ai 30 mila euro. Ebbene la flat tax è cambiata. E coloro che nel 2019 (poco importa se quel reddito da lavoro dipendente nel 2020 non ci sarà più) arrotondavano lo stipendio con una collaborazione, da oggi si vedranno raddoppiare la loro tassazione sul lavoro autonomo.

Qualche esempio concreto: il maestro in pensione che nel 2019 dava ripetizioni poteva applicare la flat tax; o l’amministratore di una srl che faceva qualche consulenza; o il dipendente privato che faceva qualche lavoretto. Il mondo del lavoro è complesso, stipendi e pensioni non sono da favola, e chi può cerca di fare di più. Mal gliene incolse. Chi ci governa non lo trova giusto.

Se un contribuente ha un reddito dipendente decente (30 mila lordi, non sono neanche duemila euro al mese) non può avere la flat tax sui lavoretti che fai extra impiego. È il solito principio dell’invidia sociale. Invece di rendere, per questa via, meno pesante il costo del lavoro autonomo, si cerca di mettere tutti sullo stesso piano, che è sempre quello dell’aliquota fiscale più alta.

È del tutto evidente ciò che avverrà: ci saranno 400 mila (su 500 mila) nuovi possibili evasori di necessità: è il modo migliore per alimentare il nero. Figlio della stessa filosofia è l’intervento che ha visto l’abolizione della cedolare secca del 21 per cento sugli immobili locati ai commercianti.

Da una parte si dice di voler fare le mirabolanti web tax contro i campioni del digitale e di voler aiutare i piccoli negozi di prossimità e poi li si bastona per fare cassa. Si impongono scontrini chilometrici che obbligano a cambiare le macchine per stamparli, li si considera fonte di evasione primaria scrivendolo in un documento ufficiale e poi si toglie un incentivo indiretto rappresentato appunto dalla cedolare secca.

Se il proprietario paga poco (anche qui, relativamente) su quanto incamera dall’affitto, è incentivato ad affittarlo, in primis, e a non alzare troppo il prezzo di conseguenza.

Difficile dire meglio di quanto ha commentato subito a caldo il presidente della Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «La necessità della cedolare era talmente evidente che a richiederla erano state anche le associazioni dei commercianti, convinte anch’esse che l’eccesso di tassazione sui proprietari dei locali affittati ostacolasse l’apertura di nuove attività.

In assenza della cedolare, che era stata prevista per i contratti stipulati nel 2019, il proprietario è infatti soggetto all’Irpef, all’addizionale regionale Irpef, all’addizionale comunale Irpef e all’imposta di registro, per un carico totale che può superare il 48 per cento del canone e al quale deve aggiungersi la patrimoniale Imu-Tasi, oltre alle spese di manutenzione dell’immobile e al rischio morosità (per non parlare degli effetti provocati dalla preistorica regolamentazione dei contratti di locazione interessati)»

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Politica

La Calabria passa al centro destra, fallito l’attacco di Salvini in Emilia Romagna. Evaporati i cinque stelle

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Ieri domenica 26 gennaio si è votato in due Regioni italiane, l’Emilia-Romagna e la Calabria.

Entrambe erano amministrate, fino a ieri, dal centrosinistra: i governatori erano Stefano Bonaccini e Mario Oliverio.

I risultati del voto — a pochi seggi da scrutinare – danno vittoriosa in Calabria Jole Santelli del centrodestra con un nettissimo vantaggio

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In Emilia-Romagna, dove le sezioni scrutinate sono oltre 4200 su un totale di 4520, Bonaccini è al 51,33 per cento; Borgonzoni al 43,76; Simone Benini (Movimento 5 Stelle) al 3,4%.

Il Partito democratico si conferma primo partito, con il 34,6 per cento; la Lega è seconda con il 31,96 per cento.

I 5 Stelle sono fermi al 4,7 per cento: alcuni elettori pentastellati hanno votato in modo disgiunto (la lista del partito, ma Bonaccini presidente). I grillini nelle precedenti elezioni erano arrivati al 28%

In ogni caso, il risultato del Movimento, in una delle Regioni storicamente più importanti per i 5 Stelle, è drammatico. Male anche Forza Italia che si è fermata al 2,2 %

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In Calabria, dove le sezioni scrutinate sono invece ancora meno di 2000 su 2420, Santelli è al 56 per cento, Filippo Callipo (centrosinistra) al 30,1%; Francesco Aiello (5 Stelle) al 7,37%. Il primo partito è, anche qui, il Pd, con il 15,96%; Forza Italia è seconda con il 12,56%, seguita dalla Lega al 12 per cento e da Fratelli d’Italia (11,14%).

Il movimento cinque stelle potrebbe non entrare nemmeno in consiglio provinciale visto lo sbarramento all’8% in una regione dove nelle precedenti elezioni aveva superato il 26%

Fallito quindi l’attacco di Matteo Salvini all’Emilia Romagna che nonostante la grande affluenza (67,67% contro il 36,9% delle amministrative del 2014) rimane nella mani del centro sinistra. Per il centro destra si tratta certo di un grande risultato ma che non è però servito per governare una regione dove la lega primeggia in molti centri importanti.

Il drammatico risultato del movimento cinque stelle potrebbe ora influire sulla tenuta del governo vista la debolezza raggiunta nei consensi delle due tornate elettorali. L’incongruenza di un partito che rimane il primo in parlamento, anche se ha perso 31 deputati, nonostante sia ormai sparito dal paese. Ora il PD presenterà il conto e si mangerà quello che rimane dell’ormai ex partito di Grillo. 

Ora si guarda alle prossime elezioni in Toscana, Puglia e Basilicata e alle comunali in Trentino dove il 3 di maggio 2020 si voterà per eleggere tutti i nuovi sindaci della regione.

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Politica

Emilia Romagna, prima proiezione: centro sinistra avanti

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Alle 23.00 è iniziato lo spoglio delle elezioni regionali in Emilia Romagna. Nella prima proiezione sui dati reali il centro sinistra avanti con una forbice del 48,6 al/52%  mentre il centrodestra si ferma al 40/44%. Il campione preso in esame è del 3%. Il margine di errore non è superiore al 2%. Quindi la forbice fra i due concorrenti comincia ad essere ampia.

I due contendenti sono praticamente alla pari in una volata che probabilmente durerà fino a tarda notte. Per i risultati della Calabria  il candidato del centro destra è nettamente in vantaggio. Crollo del movimento cinque stelle che è al 2/4%

Il risultato totale dell’affluenza secondo i dati finali forniti dal Viminale in Emilia Romagna è del 65,12% riferita al totale di 328 sezioni contro il 35,90% delle elezioni del 2014

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Politica

Elezioni Emilia Romagna: primo exit pool, Bonaccini avanti

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Alla chiusura delle urne arrivano i primi risultati degli exit pool sui risultati delle elezioni provinciali dell’Emilia Romagna. 

Il primo exit pool da il centro sinistra avanti con una forbice del 47/51%  mentre il centrodestra si ferma al 44/48%.

I due contendenti sono praticamente alla pari. Da ricordare che gli exit pool sono puramente informativi e non costituiscono dati reali.

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Dalle 23.00 è in corso lo spoglio che porterà verso le 2.00 del mattina alla nomina del presidente dell’Emilia Romagna.

I primi risultati reali sullo spoglio saranno diffusi fra circa un’ora attraverso la prima proiezione. Per i risultati della Calabria  il candidato del centro destra è nettamente in vantaggio.  

Fin da stamane l’affluenza è stata in continua crescita per le elezioni regionali dell’Emilia Romagna che oggi è al centro di tutta Italia per l’importanza del suo risultato che potrebbe influire sull’andamento del governo romano.

Il risultato totale dell’affluenza secondo i dati finali forniti dal Viminale in Emilia Romagna è del 65,12% riferita al totale di 328 sezioni contro il 35,90% delle elezioni del 2014

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