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Spettacolo

Dracula, il Male che resta con le vittime

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Fino a domenica va in scena al teatro Sociale Dracula, che Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini (anche regista) hanno adattato dall’omonimo romanzo di Bram Stoker. Produce Nuovo Teatro.

Pare superfluo ripercorrere nel dettaglio una storia tanto famosa, ripresa e riadattata in teatro e al cinema tante volte (citiamo almeno il Nosferatu di Murnau) che solo chi si oppone nettamente al fantastico non ne conoscerà perlomeno i punti salienti, ma a buon conto:

Il giovane avvocato Harker (Luigi Lo Cascio) si reca in Transilvania allo scopo di definire i dettagli dell’acquisto di una residenza a Londra da parte di tale conte Dracula (Geno Diana).

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Questi lo trattiene/imprigiona nel suo castello con la scusa di migliorare il suo inglese mentre si prepara per il suo vero piano: trasferirsi in una grande, affollata città piena di gente all’oscuro del folclore carpatico da degustare in tranquillità.

Mentre il conte si fa caricare su una nave, Harker riesce fortunosamente a rimpatriare, per quanto affetto da disturbi che richiamano chiaramente un PTSD.

Harker, accompagnato dalla moglie Mina (Alice Bertini), sceglie per riprendersi un sanatorio proprio vicino a dove sbarca la nave di Dracula, con l’effetto che il conte decide di approfondire la conoscenza con la sua dolce metà.

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Incuriosito dai sintomi della coppia, il direttore dottor Seward (Roberto Salemi) decide di chiedere l’aiuto del suo antico maestro, il professor Van Helsing (Rubini stesso). Segue lotta dei nostri eroi contro il Male Incarnato, fino alla fine.

Adattare Dracula è sempre una sfida: è un romanzo lungo, narrato tramite lettere, diari, articoli di giornale, ricco di personaggi che fatalmente trovano poco o punto spazio in un paio d’ore.

Non stupirà quindi che Cavalluzzi e Rubini abbiano eliminato Lucy Westenra e i suoi corteggiatori in favore dei personaggi che non mancano mai.

Altrove hanno operato piccole modifiche, peraltro veniali: l’epilogo si svolge tre anni dopo gli eventi anziché sette (forse perché un passeggino dopo un intervallo di sette anni sarebbe potuto parere tardivo), e lo scontro finale anziché all’arma bianca si risolve con il caro vecchio paletto di frassino.

Nel complesso questo Dracula rende bene la storia, regalando uno spettacolo denso di avvenimenti e persino prossimo al libro originale negli esiti.

In Stoker il vampiro compare principalmente nella prima parte, al castello. Successivamente la storia sposta la sua gravità verso il gruppo degli eroi e l’effetto che Dracula ha sulle loro vite, come un segno indelebile che si espande ed influenza tutti quelli con cui hanno a che fare.

Eccettuato il climax, la vera storia è quella della lotta dei mortali per salvare l’umanità, e il loro stesso equilibrio, da un predatore che agisce anche come un virus.

Il cast, guidato da volti famosi come Lo Cascio e Rubini, lavora splendidamente con il materiale, mantenendo interessanti e gustosi anche gli inevitabili momenti di pura esposizione.

Luigi Lo Cascio regala un’ottima prova con il suo Harker, inizialmente attonito e sempre più spaventato in una landa straniera, poi oppresso da ricordi che cerca di rimuovere per non esserne travolto, infine deciso a combattere per salvare la sua famiglia.

Il Van Helsing di Sergio Rubini è molto simile all’originale: un compassato, lucido professore di medicina che fortunatamente è dotato delle conoscenze necessarie a lottare contro un vampiro. Rubini, eccettuata una risata causata da nervosismo e meraviglia per le circostanze inattese, lo mantiene generalmente padrone di sé e alieno dall’eccentricità spesso associata al personaggio.

La Mina Harker di Alice Bertini affronta efficacemente una parabola simile a quella del marito: da ragazza dell’era vittoriana combatte uno stimolo interiore che la spinge progressivamente a perdere autocontrollo e inibizioni, passando da mogliettina devota a virago disinibita.

Forse il Seward di Roberto Salemi è il ruolo più ingrato tra quelli disponibili. Anche lui scienziato scettico e professionale, può dare il meglio di sé solo nelle scene di/su Renfield, venendo un poco eclissato da Van Helsing col proseguire della vicenda.

Ah già, Renfield. Un personaggio tanto indimenticabile quanto superfluo alla storia. Intendo in assoluto, non nel presente adattamento: incontriamo Renfield in manicomio, incapace di influire su chicchessia in un modo o nell’altro, inutile al conte quanto privo di nuove informazioni per gli eroi della storia.

Se tutti i Dracula dacché esiste il conte Dracula lo includono è perché è precisamente un personaggio memorabile, diventato ormai un tipo narrativo indipendente e riconoscibile. Lorenzo Lavia va a nozze con quest’essere la cui persona si frantuma sotto l’effetto del vampiro lasciando solo momenti di incontrollata espressione.

Rimane da notare il conte stesso, che inizialmente appare dal buio della sala come una minaccia che sorge da vicino a noi.

(E posso ben dirlo, giacché all’inizio della rappresentazione l’interprete si è seduto proprio di fianco a me in attesa del suo momento).

Geno Diana ha offerto un Dracula fuori dagli schemi, né Max Schreck, né Christopher Lee, né Bela Lugosi. Piuttosto il suo è stato un Falstaff bohémien, con gesto imperioso ed eloquio tonante. Bella l’idea di non fargli usare l’italiano ricorrendo invece a quello che, Stoker alla mano, dovrebbe essere ungherese, con una spruzzata di altre lingue.

La scena, di Gregorio Botta, prevede alcuni paraventi ed un elemento elevato, ma combinata con gli effetti e le luci (di Tomaso Toscano) offrono splendida versatilità a questa opera dal passo rapido.

Sempre parte di un progetto dai dettagli curatissimi, le musiche gotiche di Giuseppe Vadalà e gli effetti sonori di G.U.P. Alcaro rimarcano l’azione e le molteplici crisi dei personaggi.

Gli amanti del fantastico dovrebbero certamente apprezzare questa versione di una delle storie classiche del genere; lo spettatore generico troverà comunque una storia interessante, recitata e diretta con passione e stile ineccepibili. Stasera il pubblico ha certamente gradito.

Prima dell’opera vera e propria la coppia in perenne crisi di Emit Fiesti è tornata ad introdurre la serata, stavolta esibendosi in un bizzarro tentativo di roleplay a sfondo vampiresco.

La compagnia incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 10 e sabato 11 gennaio alle 20 e 30 e ancora domenica 12 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 45.

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