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Spettacolo

Al teatro sociale Goldoni con «La Bancarotta»: il tramonto dei valori umani di fronte al vizio e al denaro

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Ancora per tre giorni, fino a domenica, sarà possibile vedere al teatro Sociale di Trento La bancarotta di Vitaliano Trevisan, commedia tratta dall’omonima opera di Carlo Goldoni, diretta da Serena Sinigaglia. Produce il teatro Stabile di Bolzano.

La storia è incentrata sulla figura di Pantalone de’ Bisognosi, imprenditore edile sull’orlo del fallimento (l’opera goldoniana ebbe quale titolo originale proprio Il mercante fallito) a causa dei vizi suoi e della seconda moglie Aurelia.

Incastrato in questa situazione è il figlio di primo letto Leandro che, dopo un passato turbolento risolto grazie a un lungo periodo in comunità, si sbraccia nel tentativo di salvare ditta e decoro familiari.

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Pantalone e consorte vorrebbero separarsi, e un avvocato, cercando di salvare il salvabile dai creditori, propone ai due di affidare quanto resta proprio a Leandro, restando beninteso in controllo di tutto.

Da qui prende avvio un intreccio di manovre incentrate sul denaro, cui prendono parte anche il conte Silvio, principale creditore dei de’ Bisognosi, un gentiluomo trafficone partenopeo (Don Marzio) e Clarice, nell’originale settecentesco una “cantatrice” e qui esplicitamente spinta dalla madre alla prostituzione.

Il tutto culmina con i preparativi per una serata con un sottosegretario giunto da Roma, serata da trascorrersi con quanti più travestiti possibile.

Senza dare anticipazioni, segnaliamo che lungo la commedia fa la sua comparsa una pistola, e come il buon Anton Cechov insegnava, quando in scena appare un’arma, prima della fine dell’opera quella dovrà far fuoco.

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Questa Bancarotta è una commedia dal passo rapidissimo (è basata su un originale in tre atti, dopotutto), ed è incentrata sul tramonto dei valori umani di fronte al vizio e al denaro.

Pantalone è un piccolo imprenditore che quasi si vanta di essersi divorato il capitale inseguendo i suoi spassi. A suo vedere, il figlio ha già avuto la sua parte nel periodo in cui si faceva, e la moglie spendacciona anche.

Gli presta volto e voce Natalino Balasso, volto ben noto dello spettacolo italiano. Trasandato nell’aspetto quanto energico nei modi, grida al mondo che non è l’uomo finito che tutti credono, e anche quando è ridotto a invocare l’aiuto di personaggi dalla reputazione ambigua cerca di far mostra di essere sempre un pezzo grosso.

Balasso non lesina con la caratterizzazione, regalando il ritratto di un individuo a corto di dignità ma sempre spinto all’azione, che rifiuta di restare sotto nonostante vi sia spinto di sua mano. Vedendo il monologo che rivolge alla moglie defunta ho creduto che il suo crollo morale fosse dovuto alla scomparsa di lei.

Contro di lui Aurelia (Marta Dalla Via), moglie straniera interessata soltanto alla bella vita, il cui solo interesse per quanti ruotano intorno a lei è incentrato su quanti soldi (e vestiti, tanti vestiti) le resteranno.

Il suo gustoso dialogo con l’avvocato Lombardi (Massimo Verdastro) riassume in pochi minuti tutto il personaggio della maritata per interesse, avida quanto vacua.

Il figlio Leandro ha seguito il percorso opposto al padre: ha messo la testa a posto, e vorrebbe la possibilità di vivere la sua vita e avere Clarice, che ama, senza dover ripartire da zero. Denis Fasolo rende bene il personaggio, costretto ormai al lavoro manuale per il bene della ditta ma ancora (come il padre) deciso a rimarcare la sua posizione sociale, sul lavoro o declamando a squarciagola passi dell’Amleto).

En passant, la scelta del brano scespiriano da parte di Trevisan non può essere casuale: “Quale capolavoro è l’uomo! Così nobile nella ragione, così infinito nelle facoltà […] simile a un angelo nelle azioni e a un dio nella mente!”. Puro sarcasmo.

Completano l’ensemble il conte Silvio di Fulvio Falzarano, prodigo di frecciate contro il servo e sadicamente lieto di vedere Pantalone affondare.

Il servo Truffa, che ispira a Raffaele Musella un classico ritratto di servitore infido e che tuttavia considera le sue malefatte quasi parte del suo ruolo.

Massimo Verdastro oltre all’avvocato incarna anche Don Marzio, donandogli falsa bonomia e la gioiosa prepotenza di chi si sa protetto dai suoi scherani anche solo parlando di tabacchi.

La Clarice di Celeste Gugliandolo è forse il personaggio più innocente del testo: ricattata moralmente dalla madre invalida (?), è felice che Leandro la tratti con rispetto e spera di poter cambiare vita con lui.

Questa madre cinica e disincantata è affidata a Carla Manzon, che pur confinata in una sedia a rotelle riesce a mettersi in luce, grugnendo ferocemente mentre manovra la figlia prima, dispensando sprezzante saggezza poi.

Si parla di una commedia d’insieme, e tutti svolgono la loro parte egregiamente; Natalino Balasso ha più materiale, e lo valorizza con l’abilità dell’animale da palcoscenico, ma tutti quanti, anche nei ruoli più minuti, si valorizzano egregiamente.

Si veda la scena con i sarti (Musella e Giuseppe Aceto, anche il bistrattato servo del conte): poteva essere solo un dialogo espositivo, ma il dialogo pieno di allusioni e la coreografia accurata lo rendono un momento notevole.

Indubbiamente di ciò va ringraziata anche la regia di Serena Sinigaglia, che non lascia un momento morto lungo l’intera rappresentazione.

La scena è un vecchio palazzo, le cui porte, finestre e balconi permettono l’andirivieni dei personaggi. Ne è responsabile Maria Paola Di Francesco, anche autrice dei bei costumi.

Non ho potuto non notare che Pantalone e Leandro indossano abiti molto simili ma laddove il padre si è evidentemente trascurato il figlio cerca di essere in ordine anche mentre pianta chiodi.

Un bel tocco, come ad indicare la similarità tra i due, come un tempo era l’uno e come potrebbe ancor diventare l’altro.

Roberta Faiolo ha curato luci e suono, che aiutano a scandire l’evolversi della vicenda e a rimarcare con un boato o una eco cavernosa al momento giusto gli sfoghi dei personaggi.

In sala si è riso spesso, ed alla fine si è applaudito con calore. Mi è in effetti spiaciuto vedere posti vuoti in platea: La bancarotta diverte dall’inizio alla fine, e avrebbe meritato il pienone.

Prima dello spettacolo la compagnia Emit Fiesti ha proposto un dialogo tra moglie e marito, lei interessata solo alla moda e lui in fuga dai creditori. Spiritosa e ben intonata allo spettacolo che introduce, ha messo a suo agio il pubblico presente.

Il cast incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 13 e sabato 14 dicembre alle 20 e 30 e ancora domenica 15 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 20.

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Overload: l’uomo contemporaneo nel mare/acquario dell’ipertesto

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Giovedì 16 gennaio alle ore 20 e 30, all’auditorium Melotti di Rovereto, andrà in scena Overload, “ipertesto teatrale sull’ecologia dell’attenzione”, opera del collettivo Sotterraneo vincitrice nel 2018 del premio Ubu quale spettacolo dell’anno.

Produce Sotterraneo stesso insieme a Teatro Nacional D. Maria II nell’ambito di APAP – Performing Europe 2020, Programma Europa Creativa dell’Unione Europea.

Prendendo le mosse dalla vicenda artistica e umana di David Foster Wallace (1962-2008), Overload mira a sottolineare come la condizione di iperstimolazione cui è sottoposto l’uomo contemporaneo l’ha ridotto ad avere una capacità di attenzione – ed empatia – inferiore a quella dei pesci rossi.

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Claudio Cirri presta la voce a Foster Wallace stesso in mezzo alle interruzioni e alle possibilità/distrazioni ipertestuali proposte dalla scena e dai colleghi, con la partecipazione del pubblico.

Come presentano l’opera i Sotterraneo stessi, “L’attenzione è una forma d’alienazione: il punto è saper scegliere in cosa alienarsi.

Per questo sembriamo sempre tutti persi a cercare qualcosa, anche quando compiamo solo pochi gesti impercettibili attaccati a piccole bolle luminose e non si capisce chi ascolta e chi parla, chi lavora e chi si diverte, chi trova davvero qualcosa e chi è solo confuso. Sei arrivato fin qui senza spostare lo sguardo?

Davvero? E non è insopportabile questo sforzo di fare una cosa soltanto alla volta? Guardati attorno: quante altre cose attirano la tua attenzione? Ora guardati dall’alto: riesci a vederti?”

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Daniele Villa, responsabile del testo, chiarisce: “Ci stiamo spostando verso un’acquisizione del sapere non più verticale ma orizzontale. Questo implica un cambiamento a vari livelli: verità, consapevolezza, capacità di stare nel presente.

In Overload, a partire da un discorso centrale, i performer offrono continuamente link a contenuti nascosti che innescano possibili azioni e immagini.

Gli spettatori possono rifiutare i collegamenti e continuare a seguire il discorso; oppure attivarli, perdendosi in un labirinto di distrazioni, in una rincorsa al frammento molto simile a quello che sperimentiamo tutti i giorni”.

Overload

concept e regia Sotterraneo, in scena Sara BonaventuraClaudio CirriLorenza GuerriniDaniele Pennati, Giulio Santolini, scrittura Daniele Villa, luci Marco Santambrogio, costumi Laura Dondoli, sound design Mattia Tuliozi, props Francesco Silei, grafica Isabella Ahmadzadeh

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Spettacolo

Dracula, il Male che resta con le vittime

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Fino a domenica va in scena al teatro Sociale Dracula, che Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini (anche regista) hanno adattato dall’omonimo romanzo di Bram Stoker. Produce Nuovo Teatro.

Pare superfluo ripercorrere nel dettaglio una storia tanto famosa, ripresa e riadattata in teatro e al cinema tante volte (citiamo almeno il Nosferatu di Murnau) che solo chi si oppone nettamente al fantastico non ne conoscerà perlomeno i punti salienti, ma a buon conto:

Il giovane avvocato Harker (Luigi Lo Cascio) si reca in Transilvania allo scopo di definire i dettagli dell’acquisto di una residenza a Londra da parte di tale conte Dracula (Geno Diana).

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Questi lo trattiene/imprigiona nel suo castello con la scusa di migliorare il suo inglese mentre si prepara per il suo vero piano: trasferirsi in una grande, affollata città piena di gente all’oscuro del folclore carpatico da degustare in tranquillità.

Mentre il conte si fa caricare su una nave, Harker riesce fortunosamente a rimpatriare, per quanto affetto da disturbi che richiamano chiaramente un PTSD.

Harker, accompagnato dalla moglie Mina (Alice Bertini), sceglie per riprendersi un sanatorio proprio vicino a dove sbarca la nave di Dracula, con l’effetto che il conte decide di approfondire la conoscenza con la sua dolce metà.

Incuriosito dai sintomi della coppia, il direttore dottor Seward (Roberto Salemi) decide di chiedere l’aiuto del suo antico maestro, il professor Van Helsing (Rubini stesso). Segue lotta dei nostri eroi contro il Male Incarnato, fino alla fine.

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Adattare Dracula è sempre una sfida: è un romanzo lungo, narrato tramite lettere, diari, articoli di giornale, ricco di personaggi che fatalmente trovano poco o punto spazio in un paio d’ore.

Non stupirà quindi che Cavalluzzi e Rubini abbiano eliminato Lucy Westenra e i suoi corteggiatori in favore dei personaggi che non mancano mai.

Altrove hanno operato piccole modifiche, peraltro veniali: l’epilogo si svolge tre anni dopo gli eventi anziché sette (forse perché un passeggino dopo un intervallo di sette anni sarebbe potuto parere tardivo), e lo scontro finale anziché all’arma bianca si risolve con il caro vecchio paletto di frassino.

Nel complesso questo Dracula rende bene la storia, regalando uno spettacolo denso di avvenimenti e persino prossimo al libro originale negli esiti.

In Stoker il vampiro compare principalmente nella prima parte, al castello. Successivamente la storia sposta la sua gravità verso il gruppo degli eroi e l’effetto che Dracula ha sulle loro vite, come un segno indelebile che si espande ed influenza tutti quelli con cui hanno a che fare.

Eccettuato il climax, la vera storia è quella della lotta dei mortali per salvare l’umanità, e il loro stesso equilibrio, da un predatore che agisce anche come un virus.

Il cast, guidato da volti famosi come Lo Cascio e Rubini, lavora splendidamente con il materiale, mantenendo interessanti e gustosi anche gli inevitabili momenti di pura esposizione.

Luigi Lo Cascio regala un’ottima prova con il suo Harker, inizialmente attonito e sempre più spaventato in una landa straniera, poi oppresso da ricordi che cerca di rimuovere per non esserne travolto, infine deciso a combattere per salvare la sua famiglia.

Il Van Helsing di Sergio Rubini è molto simile all’originale: un compassato, lucido professore di medicina che fortunatamente è dotato delle conoscenze necessarie a lottare contro un vampiro. Rubini, eccettuata una risata causata da nervosismo e meraviglia per le circostanze inattese, lo mantiene generalmente padrone di sé e alieno dall’eccentricità spesso associata al personaggio.

La Mina Harker di Alice Bertini affronta efficacemente una parabola simile a quella del marito: da ragazza dell’era vittoriana combatte uno stimolo interiore che la spinge progressivamente a perdere autocontrollo e inibizioni, passando da mogliettina devota a virago disinibita.

Forse il Seward di Roberto Salemi è il ruolo più ingrato tra quelli disponibili. Anche lui scienziato scettico e professionale, può dare il meglio di sé solo nelle scene di/su Renfield, venendo un poco eclissato da Van Helsing col proseguire della vicenda.

Ah già, Renfield. Un personaggio tanto indimenticabile quanto superfluo alla storia. Intendo in assoluto, non nel presente adattamento: incontriamo Renfield in manicomio, incapace di influire su chicchessia in un modo o nell’altro, inutile al conte quanto privo di nuove informazioni per gli eroi della storia.

Se tutti i Dracula dacché esiste il conte Dracula lo includono è perché è precisamente un personaggio memorabile, diventato ormai un tipo narrativo indipendente e riconoscibile. Lorenzo Lavia va a nozze con quest’essere la cui persona si frantuma sotto l’effetto del vampiro lasciando solo momenti di incontrollata espressione.

Rimane da notare il conte stesso, che inizialmente appare dal buio della sala come una minaccia che sorge da vicino a noi.

(E posso ben dirlo, giacché all’inizio della rappresentazione l’interprete si è seduto proprio di fianco a me in attesa del suo momento).

Geno Diana ha offerto un Dracula fuori dagli schemi, né Max Schreck, né Christopher Lee, né Bela Lugosi. Piuttosto il suo è stato un Falstaff bohémien, con gesto imperioso ed eloquio tonante. Bella l’idea di non fargli usare l’italiano ricorrendo invece a quello che, Stoker alla mano, dovrebbe essere ungherese, con una spruzzata di altre lingue.

La scena, di Gregorio Botta, prevede alcuni paraventi ed un elemento elevato, ma combinata con gli effetti e le luci (di Tomaso Toscano) offrono splendida versatilità a questa opera dal passo rapido.

Sempre parte di un progetto dai dettagli curatissimi, le musiche gotiche di Giuseppe Vadalà e gli effetti sonori di G.U.P. Alcaro rimarcano l’azione e le molteplici crisi dei personaggi.

Gli amanti del fantastico dovrebbero certamente apprezzare questa versione di una delle storie classiche del genere; lo spettatore generico troverà comunque una storia interessante, recitata e diretta con passione e stile ineccepibili. Stasera il pubblico ha certamente gradito.

Prima dell’opera vera e propria la coppia in perenne crisi di Emit Fiesti è tornata ad introdurre la serata, stavolta esibendosi in un bizzarro tentativo di roleplay a sfondo vampiresco.

La compagnia incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 10 e sabato 11 gennaio alle 20 e 30 e ancora domenica 12 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 45.

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Spettacolo

Tolo Tolo: il trailer che ha ingannato milioni di italiani

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Che Zalone, fino a oggi, si fosse dimostrato un genio della comicità italiana non c’erano dubbi.

Quello che è successo con Tolo Tolo sembra essere però un’altra storia.

Il film era stato lanciato come l’ennesimo successo annunciato. La quinta pellicola che avrebbe consacrato il Checco nazionale in quell’Olimpo della commedia italiana a fianco di grandi come Paolo Villaggio.

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Sì, perché il pregio di Zalone, così anche come di mostri sacri del cinema italiano come Paolo Villaggio, è stato quello di riuscire a interpretare l’Italia in cui vivevano. Gag esilaranti e macchiette caratterizzanti nascondevano, dietro l’ironia e la comicità, i limiti stessi della società che raccontavano.

Fantozzi era l’eterno sconfitto, subalterno e sfruttato, sposato con una donna che non amava e sempre alla ricerca di un riscatto che non avveniva mai.

Zalone aveva creato un personaggio capace di far sorridere dietro all’ingenuità concreta di un meridionale alla ricerca (anch’esso) del riscatto personale.

Innamorato di Marika con il padre leghista (Cado dalle Nubi 2009), eroe ingenuo che sventa un attacco terroristico (Che bella giornata 2011), padre in piena crisi economica (Sole a Catinelle 2013).

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Infine, in un’Italia sempre più multietnica, l’attore e regista pugliese racconta l’odissea della ricerca del posto fisso, a cui nessuno vuole, alla fine, rinunciare (Quo Vado 2016).

Come non ricordare, sempre nello stesso film, uno Zalone in difficoltà in un ambiente culturale diverso come il nord Europa, in scenari che mostrano i limiti italici ma nello stesso tempo la nostra unicità.

Momenti di sottile comicità, sempre in Quo Vado, anche nel “periodo equino”, che denuncia una deriva sentimentale sempre più imperante.

Tolo Tolo doveva essere, dicevamo, il film della consacrazione ma si è dimostrato un capolavoro mancato. Certo l’incasso di 8 milioni nei primi giorni racconta un’altra realtà, ma per capire quell’incasso bisogna analizzare ciò che lo precede.

Zalone veniva in primis da quattro film che non hanno deluso l’aspettativa e da un trailer, quello di Tolo Tolo, che racconta un film diverso da quello che poi si è rivelato.

La trama risulta modesta, semplice e scontata. L’inizio sembra una forzatura come del resto il finale. Lo stile della narrazione è inesistente così come la comicità all’interno del film.

A Zalone è mancato il coraggio di raccontare un’Italia alle prese con i problemi dell’integrazione. Un’Italia in un periodo storico certamente delicato.

Una narrazione filmica in cui vi è l’assenza dell’elemento comico nel trattare temi importanti come il populismo, con il clima sempre più anti immigrati che va avanzando nel nostro Paese. Non si menziona il grande cuore che comunque alla nostra gente non manca.

A Zalone, è mancato invece il coraggio di una comicità spicciola incentrata sulla convivenza reciproca tra immigrati e italiani. Quel rapporto ben centrato nel suo trailer.

L’insistenza del pulivetri, dell’immigrato fuori dal supermercato. Tutte esche. Il trailer risulta più coraggioso di quanto poi riveli la reale sostanza del film. Non per nulla quell’anteprima così bene studiata ha convinto oltre un milione di Italiani. Il film invece no.

Poteva essere un capolavoro e invece è stato un flop. Una commedia in potenziale, un film banale. Zalone non ha voluto osare, sfidare il potere. Ha avuto paura di essere il comico geniale, ma politicamente onesto, che tutti vedevamo.

Certo un film che esce a gennaio e che parla dell’integrazione e delle sue problematiche poteva risultare pericoloso per chi aspetta con ansia i risultati delle prossime elezioni regionali in Emilia, ma un artista non dovrebbe curarsi della politica.

Tolo Tolo poteva essere un capolavoro, invece è rimasta un’opera incompiuta.

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