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Trento

Annalisa Ravagni: il racconto degli ultimi sei mesi di vita insieme a Michele

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Oggi la parola “cancro”,  evoca sentimenti di ansia, paura e smarrimento; è vero di cancro ancora si muore, ma l’alone terrifico che questa malattia porta con sé è rimasto intatto negli anni nonostante i progressi della ricerca scientifica.

Ancora oggi la diagnosi di cancro viene percepita come una condanna a morte, per cui quando viene posta la diagnosi tumorale ad una persona, la persona stessa e tutta la sua famiglia (con modalità diverse) sentono di cadere nel baratro dell’irreversibile, in un tunnel da cui non vi è possibilità di ritorno.

Il cancro diventa così una malattia familiare, investe come un tornado le vite di tutti i membri della famiglia e sembra che la vita si fermi.

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Per il familiare della persona malata inizia il vortice delle emozioni: la paura della perdita, la preoccupazione per la salvaguardia della sfera emotiva del malato, l’incertezza per il cambiamento dei ruoli in famiglia, l’ansia per gli eventuali risvolti economici, la fragilità delle vecchie certezze che la routine quotidiana regala.

Il cancro prima spaventa e poi uccide, a volte senza scrupolo alcuno, senza distinzione, senza  riguardo.

Quando si tratta di un famigliare anziano, chi resta se ne fa una ragione in virtù dei tanti anni felici passati insieme, ma quando a mancare è una persona giovane invece le domande e le riflessioni sono molte e i rimpianti e i rimorsi spesso durano una vita.

Michele Longhi di Mattarello è uno di questi, un ragazzo di 42 anni che il primo di aprile del 2019 scopre di avere un cancro alla milza e al fegato.

La biopsia fatta a Milano non perdona, la diagnosi è: angiosarcoma alla milza e al fegato, un tipo di cancro rarissimo. 

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«È una tegola in testa che ti arriva senza nessun avvertimento e non sai nemmeno cosa pensare. Ho cercato di approfondire molte cose per capire il perché dello scatenarsi di questo incubo forse dovuto da una grande stress provato da Michele nella sua giovinezza. Sono cose che ti rimangono dentro e se magari non le risolvi condizionano anche il tuo stato fisico. Michele era un bel ragazzone simpatico e molto disponibile con tutti, un volontario bravo e sempre presente, ed è rimasto nel cuore di tutti. Non pensavo che la malattia fosse così devastante, l’abbiamo perso in soli sei mesi» – Ricorda la moglie Annalisa Ravagni

L’inizio della chemioterapia concordata con il team dei medici di Milano con somministrazione a Trento all’inizio porta a qualche miglioramento dei valori ematologici ma non a quelli del fegato.

Per Annalisa inizia un periodo di paure, titubanze, punti interrogativi, sconforto.

«In queste situazioni non si sa dove andare, e con chi confrontarsi – spiega Annalisa – al di là di fidarsi dei medici che incontri».

Comincia un periodo travagliato, un angoscia che non ti lascia tregua: «chi assiste un paziente ammalato di tumore si muove su più fronti e acquisti una forza incredibile per poterlo aiutare perché sai che è la madre di tutte le battaglie, quella con la vita»

Chi è vicino ad un malato di cancro deve aiutarlo e trovare la giusta soluzione e contemporaneamente deve organizzazione e conciliare il lavoro, l’educazione dei figli e la casa.

«È stato davvero difficile – aggiunge Annalisa – ma le energie le trovi, perché ti continui a dire che la speranza c’è. Michele, mio marito, ha fatto un percorso molto bello, non ha mai avuto paura, e non si è mai sentito  “ammalato”. In sintonia prendevamo tutte le decisioni del caso. Insieme».

Annalisa passa da momenti di felicità e quelli di estremo sconforto: «Il primo di agosto la Tac diceva che il fegato era migliorato, e da li, proseguendo con la chemioterapia, abbiamo trascorso un estate abbastanza in serenità e speranza. La situazione valori era abbastanza stabile. Il 28 settembre però arriva un peggioramento.»

Michele improvvisamente si sente male, fa fatica a respirare per un grande dolore alla milza, viene ricoverato in ospedale ma la situazione precipita.

«Michele non ce la fatta, è morto – racconta Annalisa – anche se i medici fin da subito mi avevano detto che la malattia era incurabile dentro di me c’era la speranza che potesse resistere di più, chissà, magari anche di guarire. Il dolore alla milza era diventato insopportabile, non poteva rimanere ne in piedi ne a letto, poi lo hanno riempito di morfina per non soffrire».

Molto spesso il percorso con chi è aggredito da questa malattia può essere una grande scuola di vita, «Sono molto serena – sottolinea Annalisa – in questi anni ho fatto un grande percorso di consapevolezza che mi è davvero servito. Purtroppo per nostra figlia di 10 anni è più difficile, a lei Michele manca molto»

È come un grande momento durante il quale riesci a comprendere chi ti ama e ti stima. È un attimo di crescita interiore, dell’introspezione profonda, della valutazione e rivalutazione di momenti che pensavi dimenticati, o importanti, o insignificanti.

Come ha detto più volte Annalisa è il tempo della consapevolezza, della lucida analisi e della valutazione di se stessi.

Quando il tuo caro muore ti accorgi che la tua vita è stata completamente stravolta, che sei quasi diversa, più forte di prima e conosci persone fantastiche che hanno condiviso con te lo stesso percorso.

Per il malato di cancro le priorità cambiano, la malattia insegna a sapersi accontentare delle piccole e semplice cose che prima non ti accorgevi che nemmeno esistevano. Se prima eri felice quando raggiungevi una vetta, dopo ore di camminata, adesso godi quando riesci a fare due passi in centro.

E questo per chi rimane è un grande insegnamento ed un’opportunità per vivere con più consapevolezza la vita. 

«Da 10 anni sono fondatrice e responsabile Presidente di un’ associazione onlus Artici «Le ali della coccinella», ho fatto questa esperienza vicino a mio marito e riesco a capire la vera necessità che sussiste nella nostra comunità di questo servizio socio assistenziale. Ora voglio continuare con ancora più tenacia in questo progetto e nel suo ricordo». – conclude Annalisa

Dell’associazione di Annalisa Ravagni «Le ali della coccinella» il nostro giornale si occuperà diffusamente nei prossimi giorni pubblicando un articolo per conoscere bene il grande lavoro dei 18 volontari che da dieci anni fanno sul territorio trentino.

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