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Arte e Cultura

Palazzo Fugger Galasso: il demonio tra leggenda e realtà

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In queste notti che si vuole siano di paura e di mostri quale potrebbe essere la location più adatta a Trento?

Una di queste potrebbe essere palazzo Fugger Galasso in via Giannantonio Manci, all’inizio del centro storico di Trento, proveniendo dalla stazione.

La leggenda vuole che questo palazzo sia stato costruito in una sola notte dal diavolo, che strinse un patto con il banchiere Georg Fugger, il quale era disperatamente innamorato di una donna appartenente alla famiglia Madruzzo e per riuscire a sposarla decise di vendergli la sua anima.

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Con Belzebù si firmano sempre contratti dettagliati, così Fugger fece scrivere nelle clausole che, una volta terminato il palazzo, il diavolo avrebbe dovuto raccogliere tutti i chicchi di riso sparsi al suo interno.

Borioso, il demonio accettò la sfida e, dopo aver edificato il tutto, si mise a raccogliere i chicchi.

Missione complicata poiché Fugger ne aveva nascosto uno proprio sotto il crocefisso, dove presumeva che il diavolo non avrebbe voluto guardare.

Il demonio adirato sprofondò così nel suo inferno e nel farlo una grande fiamma si alzò annerendo un muro del palazzo, che prese così l’attuale caratteristico aspetto.

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Leggenda interessante questa di Palazzo Fugger, tanto che in queste notti giovani mascherati da mostri si sarebbero potuti dare appuntamento davanti alla sua facciata.

Un unicum trentino questo Palazzo del Diavolo?

No, perché se andiamo a cercare altrove troveremo per esempio a Napoli un Palazzo Penne sempre chiamato “del Diavolo” e con una storia analoga: edificio che sarebbe stato costruito in una sola notte dal Diavolo per un uomo innamorato, con la stessa vicenda dell’inganno dei chicchi di riso e del demonio che sprofonda negli abissi.

Ma anche Torino ospita un Palazzo del Diavolo il cui portone sarebbe spuntato dal nulla in una notte.

Il demonio, questa volta, infastidito dall’invocazione satanica di un giovane, lo avrebbe imprigionato proprio all’interno del portone.

Folklore, leggende o cos’altro? Non sappiamo se il diavolo esiste per davvero, ma nella notte di Hallowen abbiamo visto girare per Trento decine e decine di suoi epigoni.

 

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Musica

È uscito il videoclip «Ti Dicono Che» di Maire Brusco

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Lei si chiama Maire Brusco, ed è una giovane cantautrice trentina con alle spalle però molte esperienze.

Pochi giorni fa è stato pubblicato sul suo canale YouTube il videoclip del suo primo: «Ti dicono che».

La canzone è l’inizio di un progetto musicale che prevede l’uscita di un EP nel 2020.

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Il singolo è stato arrangiato e prodotto da Lorenzo Scrinzi – giovane musicista e produttore altoatesino – ed è stato registrato presso Nologo Recording Studio Laives (BZ).

Il video è stato girato ad Avio (Trento) da Tommaso Prugnola.

Il brano vuole essere di stimolo alle nuove generazioni, ma non solo, per ricordarsi il piacere delle cose semplici, dei valori che si stanno un po’ perdendo per strada… “sempre più attaccati ai bisogni, dimenticando cosa serve davvero”.

E nella frase «Vorrei fermare il tempo solo un po’ per ritrovare il senso di quel che ho», c’è forse il senso di tutta la canzone e di un messaggio positivo verso le nuove generazioni.

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Il sound è molto accattivante e la melodia è di quelle che entrano subito in «circolo».

Ottime le immagini del video che danno un senso di riappacificazione con l‘ambiente e la natura e alcuni particolari (vedi metronomo) che sembrano voler fermare il tempo.

Il testo è anche un messaggio in alcuni passaggi triste dove si scorge da parte dell’artista un senso di «quello che potrebbe essere ma non è», ma subito arriva l’entusiasmo verso la vita e «quel dire di no» cantato nel ritornello che lancia una nuova speranza per credere nei valori che forse oggi sono passati e non esistono più.

La canzone è disponibile su tutti i portali digitali per lo streaming e il download.

Maire ha studiato musica fin da piccola, frequentato il Liceo Musicale e il Triennio Pop al Conservatorio F.A.Bonporti di Trento.

In seguito ha proseguito la sua formazione musicale e artistica presso il C.E.T. di Mogol e partecipando ad alcuni concorsi canori nazionali, ottenendo molte soddisfazioni dalla critica

Maire Brusco ha partecipato alle selezioni di Sanremo Giovani.

Canta soul, funky e jazz, la musica della grande Aretha  Franklin.

Da sola ha ideato e messo in piedi un musical a livello regionale  con due cast di strumentisti e uno tecnico.

 

 

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eventi

Inaugurata la mostra “I giovani campioni si mettono in mostra”

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Nella mattinata di sabato 7 dicembre 2019 si è svolta presso lo Stadio del Ghiaccio di Miola di Piné l’inaugurazione della mostra fotografica “I giovani campioni si mettono in mostra”.

Il curatore Pierluigi Bernardi ha introdotto e presentato il lavoro svolto. Bernardi ha ideato un progetto fotografico e coinvolto il Gruppo Fotoamatori Pergine durante le due gare internazionali di pattinaggio di velocità disputate nel febbraio di quest’anno: le Finali di Coppa del Mondo Junior e i prestigiosi Campionati Mondiali Junior.

I fotoamatori hanno effettuato migliaia di scatti dai quali sono state poi selezionate circa 50 fotografie  suddivise in sei tematiche: la pista, gli eventi, la tecnica, sport e bellezza, la passione e i volontari.

Le immagini sono esposte all’interno della manifestazione “El paes dei presepi”, in due luoghi: la ex canonica di Miola e l’atrio dello Stadio del Ghiaccio.

Inoltre è stato stampato un libro/catalogo che diventa un importante testimonianza delle attività che si svolgono presso lo stadio del ghiaccio di Baselga di Piné.

Il curatore ha successivamente presentato al folto gruppo di interessati le autorità con lui presenti.

Molto stimolanti i vari interventi, a partire dal presidente della CoPiné Walter Dorigatti, il consorzio è stato il capofila e l’editore dell’iniziativa.

Il presidente ha ringraziato Bernardi per il lavoro svolto, ricordando che Baselga di Piné è sede designata per il pattinaggio di velocità per le Olimpiadi Invernali Milano – Cortina 2026 e gli operatori economici e turistici dell’Altopiano di Piné sono entusiasti per questa grande manifestazione.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento del presidente dell’APT Piné Cembra, Alessandro Cadrobbi, che ha rimarcato come l’APT sia sempre stata partner dell’Ice Rink Piné per la promozione degli eventi e l’ospitalità dei tanti sportivi che sono arrivati a Piné e che arriveranno nel prossimo futuro.

Successivamente Nicola Dallepiatte, presidente del Gruppo Fotoamatori Pergine, ha ringraziato per essere stati coinvolti in questa interessante iniziativa.

Per molti fotoamatori era la prima esperienza a bordo ghiaccio, non sempre è facile catturare immagini con gli atleti che sfrecciano a velocità attorno ai 60 Km/h, ma la loro competenza ed esperienza ha portato molti ad effettuare degli scatti memorabili.

Nicola Condini, direttore dell’Ice Rink Piné, portando i saluti del presidente Enrico Colombini, ha ringraziato Bernardi e tutti i fotoamatori, che hanno contribuito assieme a molti volontari alla perfetta riuscita delle gare internazionali.

A Piné sono sportivamente nati tutti i grandi campioni del pattinaggio di velocità e questa iniziativa rappresenta la continuità della tradizione del ghiaccio a Piné. Infine Bernardi ha concluso ricordando la storia raccontata nel libro, uscito nel 2017 e da lui curato, “Ice in the heart – Il ghiaccio nel cuore”, a Piné lo sport del pattinaggio è nato nel 1946 sul lago della Serraia per poi spostarsi allo stadio del ghiaccio negli anni settanta.

Una lunga storia, che Bernardi ha voluto far ricordare brevemente dal dott. Giuseppe Morelli, storico farmacista del pinetano, presidente dell’APT Piné e pioniere nell’organizzazione di eventi di pattinaggio di velocità.

Morelli ha ringraziato i pinetani, a partire dai molti abitanti di Miola che avevano donato e venduto i terreni per poter realizzare il primo anello di pattinaggio nella Palustella.

Inoltre il dott. Morelli ha chiesto a Bernardi e ai presenti di impegnarsi a portare questa testimonianza nelle scuole, per educare i giovani alla storia sportiva locale.

La presentazione si è conclusa con il dono di una copia del libro a tutti i presenti e un rinfresco all’Ice Bar.

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Arte e Cultura

Al Castello del Buonconsiglio il ritorno delle principesse

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Al Castello del Buonconsiglio in mostra da venerdì dopo un lungo e delicato restauro, il dipinto di Jacob Seisenneger.

L’esposizione, curata da Lia Camerlengo insieme con Francesca de Gramatica, Alessandro Pasetti Medin e Francesca Raffaelli, che celebra la restituzione al pubblico dell’importante dipinto, è una preziosa occasione per indagare la storia delle principesse figlie dell’imperatore Ferdinando I.

Elisabetta, Anna, Maria, Maddalena, Caterina: sono le cinque figlie di Ferdinando d’Asburgo re dei Romani e futuro imperatore. Le ritrae nel 1534 l’illustre artista di corte Jakob Seisenegger.

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La maggiore ha otto anni, uno appena la più piccola. Avvolte in abiti elegantissimi, giocano ignare del loro prossimo destino. Il grande dipinto faceva parte di una fastosa serie di ritratti della famiglia asburgica, destinati a decorare l’appartamento privato del principe vescovo di Trento Bernardo Cles. Del pregevole insieme rimane oggi solo questa tavola, tornata, dopo un lungo restauro, curato dalla Soprintendenza per i beni culturali di Trento, alla sua antica dimora, il Castello del Buonconsiglio.

L’esposizione, curata da Lia Camerlengo insieme con Francesca de Gramatica, Alessandro Pasetti Medin e Francesca Raffaelli, che celebra la restituzione al pubblico dell’importante dipinto, è  una preziosa occasione per indagare la storia delle piccole principesse, nel gioco politico delle dinastie europee, per approfondire il ruolo del principato trentino nello scacchiere internazionale in un momento storico cruciale, e per riscoprire un pittore insigne, che fu contemporaneo e contendente di Tiziano.

Quattro erano i ritratti di Jakob Seisenegger nel palazzo di Bernardo Cles, dove rimasero fino all’inizio dell’Ottocento. Tre di essi andarono poi perduti. Raffiguravano Ferdinando I,  la consorte Anna di Boemia e Ungheria, i figli maschi Massimiliano e Ferdinando.

L’unica tavola oggi conservata rappresenta le figlie, cinque all’epoca della realizzazione del dipinto. Nate tra il 1526 e il 1533, le piccole principesse, in abiti elegantissimi, giocano insieme, all’apparenza ignare del loro destino, vincolato alle strategie politiche della famiglia asburgica. Promessa sin da piccola a Sigismondo Augusto Jagellone, futuro re di Polonia, Elisabetta lo sposerà nel 1543. Anna sarà unita in matrimonio nel 1546 con Alberto di Wittelsbach, dal 1550 signore del ducato di Baviera.

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Maria andrà in sposa nel 1546 a Guglielmo, potente duca di Jülich Kleve Berg. Maddalena si dedicherà alla vita religiosa e fonderà il convento femminile di Hall. Caterina sposerà nel 1549 Francesco Gonzaga, duca di Mantova, e poi, nel 1553, Sigismondo, già consorte di Elisabetta, divenuto re di Polonia nel 1548.

La grande tavola di Seisenegger, tornata ora al Castello del Buonconsiglio, riallaccia il dialogo con  le opere degli artisti presenti alla corte di Bernardo Cles, impegnati a celebrare, con ritratti e richiami araldici, le relazioni tra il principe vescovo e gli Asburgo: Dosso e Battista Dossi, Girolamo Romanino, Marcello Fogolino, Alessio Longhi.

Il dipinto, insieme agli altri tre della serie, era in origine collocato nella prima stanza dell’appartamento privato del principe vescovo, al secondo piano del palazzo. In occasione di questa esposizione, è presentato, temporaneamente, nella Camera delle Udienze. Spazio politico per eccellenza, affrescato da Romanino nel 1531, questo ambiente presenta sulla volta una celebrazione della casa d’Austria. Carlo V e Ferdinando I; Carlo il Temerario, Filippo il Bello e Massimilano I conversano idealmente con gli imperatori romani: una galleria di Uomini illustri, cui le figlie di Ferdinando si accostano, proponendo una serie parallela di Donne Illustri.

Nato nel 1505 in un luogo ancora ignoto dei domini asburgici, Jakob Seisenegger si dedicò fin dall’inizio della sua carriera alla ritrattistica, seguendo i grandi esempi della pittura nordica contemporanea.

Si affermò grazie a questa specializzazione negli ambienti imperiali, ottenendo nel 1531 la nomina di Hofmaler, artista di corte, presso Ferdinando d’Asburgo, fratello dell’imperatore Carlo V. Contemporaneo e contendente di Tiziano, con i numerosi ritratti degli anni Trenta, tra cui il celebre Carlo V con il cane ora a Vienna, divenne uno dei principali interpreti e diffusori in Europa del profondo rinnovamento portato dagli Asburgo, a partire da Massimiliano, alla politica delle immagini dinastiche.

Unico dipinto di Jakob Seisenegger conservato in un museo italiano, l’opera è stata ritirata dall’esposizione permanente del Castello del Buonconsiglio, a causa di problemi conservativi, legati principalmente al suo supporto ligneo e alla sua grande dimensione. Per valutare il comportamento delle tavole lignee che la compongono, è stata a lungo monitorata, inizialmente nei depositi del museo e poi nel laboratorio di restauro della Soprintendenza. Al tempo stesso, sono state condotte indagini sui colori e sulla sottostante preparazione, per orientare accuratamente il restauro, sia del supporto che della superficie pittorica.

Al termine dell’intervento, il dipinto è stato collocato in una teca climatizzata, appositamente realizzata per garantire condizioni climatiche stabili e una sicura movimentazione Il dipinto è stato realizzato su un supporto molto sottile di tavole di pero.

La natura igroscopica del legno, che provoca inevitabili movimenti e deformazioni, ha richiesto nel corso del tempo vari interventi di restauro. L’ultimo, eseguito nella seconda metà del Novecento, è consistito in una massiccia parchettatura e nell’incollaggio di due tavole originariamente libere.

L’esito è stato un irrigidimento del supporto, con la conseguente formazione di fessurazioni e quindi di sollevamenti e cadute del colore. Nell’ attuale intervento di restauro, è stato quindi necessario sostituire questa parchettatura rigida con un nuovo telaio più leggero dotato di molle metalliche regolabili, che, pur fornendo un supporto statico alle tavole, le lascia libere nei naturali movimenti del legno.

Le indagini scientifiche condotte durante il restauro hanno consentito di ricostruire la particolare tecnica pittorica utilizzata dall’artista. Il supporto ligneo è stato preparato con un doppio strato di carbonato di calcio e colla animale, il tipico fondo bianco dei dipinti cinquecenteschi di area nordica. Su questa base, l’artista ha iniziato a operare realizzando l’impianto pittorico a tempera, con pigmenti impastati con latte/caseina.

Ha quindi proseguito con la stesura a velature dei vari colori, miscelati con olio di lino. In questo modo, facendo anche abbondante uso di lacche rosse e resinati di rame verdi, intendeva conferire al dipinto un aspetto lucido, quasi smaltato: un effetto splendente che nel tempo si è in parte perduto. Alcuni di questi colori, brillanti ma fragili, si sono infatti progressivamente opacizzati e scuriti in modo irreversibile.

 

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