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Piana Rotaliana

Mezzolombardo incontra papà Gianpietro, un uomo che dopo aver perso tutto ha dato un senso più grande alla sua vita

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Ho incontrato per la prima volta Gianpietro nella basilica di Sanzeno, in Val di Non, durante una delle sue serate. Era il 2016, una tiepida sera di primavera.

Lo avevo intervistato per un servizio che sarebbe andato in onda sulla web tv “Tele Cuore Trentino”, all’interno del “Tg Socialmente”, e mi era bastato guardarlo per un istante negli occhi, sinceri e profondi, e ascoltare poche sue parole per capire che Gianpietro è un papà speciale.

Una persona con un carisma e una personalità unici, capace di rapire l’attenzione, di coinvolgere, di incantare, grazie a quella scintilla difficile da spiegare, che sa di buono, che sa di luce.

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Ma forse Gianpietro è semplicemente un papà. Un papà che quasi sei anni fa ha dovuto affrontare il dolore più grande, più devastante che un genitore possa provare. Un papà che, nonostante tutto, nonostante abbia perso tutto, ha trovato e trova ogni giorno la forza di testimoniare che la vita è un dono prezioso, irrinunciabile, imprescindibile.

Emanuele aveva 16 anni quando una sera, dopo aver assunto delle droghe a una festa con amici, si è buttato nelle acque gelide del Chiese, il fiume che passa vicino a casa sua a Gavardo, nel Bresciano. Lo stesso fiume nel quale dieci anni prima aveva liberato un pesciolino rosso, da cui il nome dell’Associazione  “Ema PesciolinoRosso”, voluta fortemente da Gianpietro, che si occupa di aiutare i giovani a “trovare la luce”.

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Domani sera papà Gianpietro tornerà in Trentino, a Mezzolombardo, dove al teatro San Pietro racconterà la propria storia e quella di suo figlio Emanuele: una testimonianza di vita per cercare di condividere l’idea che non solo si può sopravvivere al dolore, ma che le sofferenze e le difficoltà ci possono rendere persone migliori, perché quello che oggi sembra farci cadere può essere quello che domani ci aiuterà a stare in piedi.

L’incontro, intitolato “Lasciami volare”, inizierà alle 20.30 ed è aperto a tutti con ingresso libero fino a esaurimento posti.

Per presentare l’appuntamento Konrad Vedovelli, responsabile per il Trentino-Alto Adige dell’Associazione “Ema PesciolinoRosso”, mi lancia un’idea: “Sarebbe bello uscire con un’intervista a Gianpietro”.

Prendo in mano il cellulare, compongo il numero… dall’altra parte riconosco la sua voce calda e profonda.

Allora Gianpietro, parlaci un po’ dell’Associazione “Ema PesciolinoRosso”: che cos’è, com’è nata, di cosa si occupa.

“Ema PesciolinoRosso” nasce alla fine 2013, dopo la morte di Emanuele avvenuta il 24 novembre. Quella notte mi sono trovato sopra un fiume a 200 metri da casa, a Gavardo, in provincia di Brescia. Mi avevano appena raccontato che mio figlio si era buttato nel fiume dopo una festa con amici, durante la quale aveva ingerito droghe sintetiche. Su quel fiume mi sono trovato di fronte a una scelta: raggiungere mio figlio o rialzarmi e dare un senso diverso e più grande alla mia vita. Ho scelto di vivere e dopo due giorni ho sognato che salvavo Emanuele dall’acqua del fiume. Nello svegliarmi ho sentito una grande energia e avevo tutto chiaro: dovevo salvare altri giovani. Dieci giorni dopo è nata l’associazione, con la quale abbiamo tenuto quasi 1600 incontri in poco meno di 6 anni e scritto 7 libri. Il principale è “Lasciami volare”, che contiene la lettera che ho scritto la notte in cui ho sognato Emanuele.

In questi anni hai girato l’Italia in lungo e in largo, da nord a sud, tenendo una marea d’incontri e lasciando il segno in tanti ragazzi. Come credi, o speri, di essere riuscito ad aiutarli?

Guardo solo le risposte che mi arrivano. Spesso nelle scuole trovi anche 100 ragazzi che fanno la fila per venirti ad abbracciare, qualcuno ti sussurra all’orecchio “Mi hai salvato la vita”, riceviamo un sacco di lettere. Ogni incontro ha un senso, anche fossimo riusciti a “salvare” solo uno di loro.

Nella vita non c’è nulla come morire dentro. Io cerco di stimolare i giovani a credere in se stessi e a cercare se stessi, magari facendosi aiutare dai genitori. Per liberarsi dalle chiusure e dalle paure, avere il coraggio di raccontarsi, essere autentici e non indossare una maschera. Quando c’è un dolore si cerca di spegnerlo e per questo si arriva a fare uso di certe sostanze. Dico sempre ai ragazzi di far esplodere quella bolla in cui si sono chiusi.

In ogni tuo incontro lasci ai ragazzi un’emozione forte, il ricordo di un momento che difficilmente scorderanno. Tu invece cosa ti porti via da ogni incontro con loro?

Per me ogni incontro è un riaprire delle ferite mai chiuse. Ma proprio grazie ai ragazzi, all’attenzione che mi pongono, mi accorgo che la mia storia può aiutare qualcuno. Non tanto come insegnamento, ma come stimolo a cercare le risposte che sono dentro di loro. Cerco di far capire ai giovani che non sono il successo, la fama, il denaro a renderci felici. In realtà la gioia di vivere non è nel possedere tante cose, nel primeggiare sugli altri. Cerchiamo sempre di avere tutto sotto controllo, ma c’è ben poco che possiamo controllare davvero. Bisogna affidarsi e saper cogliere quello che accade. Dobbiamo cercare dentro di noi la serenità.

Capita spesso che i ragazzi di oggi siano afflitti da problemi che non riescono ad affrontare e a raccontare. E non riescono a chiedere aiuto, rifugiandosi in scappatoie come può essere l’uso della droga. Come credi si possa andare loro incontro, dando loro una mano?

Quando incontro i giovani non parlo tanto di droga, perché il problema secondo me è a monte, sono i disagi che vivono. Quello che cerco di fare è stimolarli a credere in se stessi e a nutrirsi di cultura, di conoscenza. Solo così si può cambiare. Il cervello non va spento davanti allo schermo di un telefonino, ma va acceso con letture di valore che ci rendono liberi. Conoscenza e cultura sono la vera libertà.

L’Associazione “Ema PesciolinoRosso” porta avanti diversi progetti. Ce ne puoi parlare?

Con la nostra associazione ci concentriamo molto sulla testimonianza, perché abbiamo capito che l’esperienza diretta è quella che arriva di più. Negli anni si sono aggiunti a me altri interlocutori che portano le loro esperienze di vita importanti. Portiamo avanti anche diversi progetti editoriali, crediamo molto, infatti, nella parola scritta, che è capace di stimolare il pensiero. Abbiamo degli altri progetti in vista, come il concorso letterario che lanceremo a breve per dare spazio agli scrittori che non riescono ad avere attenzione. Poi dipenderà anche dalle risorse, da quanti ci affiancheranno nelle nostre iniziative. C’è inoltre l’idea di creare una serie di “Rifugi di Ema”, dei luoghi dove i ragazzi possano essere accolti e ascoltati e che creino dei collegamenti in giro per l’Italia. Vogliamo dare ai giovani l’opportunità di avere qualcuno che li ascolti.

Nel tuo ultimo libro “Era tutto perfetto” ti racconti, ti metti a nudo, parli di un padre che “rinasce dalle sue sconfitte”. Dove hai trovato la forza di rinascere e di far nascere questo libro?

La mia vita è tutta ribaltata. Si pensa che il successo corrisponda ad avere tante cose: denaro, potere, una posizione sociale di rilievo, un lavoro di responsabilità. In realtà il vero successo è avere il coraggio di cercare noi stessi e ciò che abbiamo dentro. Quante persone fanno un lavoro che non amano, o la vita stessa che fanno non è in linea col proprio essere? Ci hanno convinto che l’importante è avere una sicurezza economica, viviamo in un mondo in cui tutto è basato sul denaro. In verità più cose possediamo, più siamo deboli e ci allontaniamo dalla serenità. Ci hanno riempito di paure.

Io oggi ho ribaltato la vita: perdendo tutto mi sono liberato dalle paure e ho ritrovato me stesso. Un abbraccio, tendere la mano a una persona che soffre, questi sono i veri valori.

Prima di chiudere la telefonata, Gianpietro mi chiede un po’ di me. Parliamo per qualche minuto del mio lavoro, delle aspettative e dei sogni che custodiamo.

A Sanzeno aveva detto “I giovani sono diventati la mia forza e la mia salvezza”. Per più di qualcuno di loro, Gianpietro, sei tu la forza e la salvezza.

Un momento dell’intervista a papà Gianpietro nella basilica di Sanzeno, nel 2016

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