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Schumacher, il fenomeno diventato mito della Ferrari

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Il Festival dei fenomeni celebra il mito di Michael Schumacher.

All’Auditorium Santa Chiara è andato in scena uno degli incontri più attesi del Festival dello Sport perché in Italia, e non solo, la Formula Uno è sinonimo di Ferrari. E l’uomo che ha legato il proprio nome al mito Ferrari è proprio Michael Schumacher.

La nascita della leggenda Schumacher è nel racconto di Todt, allora capo della scuderia Ferrari: “Tutto iniziò a Suzuka 2000 quando, al termine di una gara tiratissima, vinse il primo titolo, riportando il mondiale in Ferrari dopo anni di attesa. Lui continuava a gridare ‘We did it, we did it!’. Quello è stato il mio momento più importante della mia carriera sportiva e professionale.

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Sul podio gli dissi: ‘Da oggi nulla sarà come prima’. E così fu. Non si fermò più nella sua cavalcata verso la storia della Ferrari e della Formula Uno”. Eppure per arrivare al mito, Schumacher trascorse quattro anni – dal 1996 al 2000 – a lavorare su una Ferrari che non riusciva a ritrovare la via del successo. “Ogni anno ho visto una persona determinata e costante. Tutti i team lo cercavano ma lui voleva fare qualcosa di grande per la Ferrari”, svela il suo compagno di squadra Eddie Irvine. Ei i tifosi questo lo capirono, eleggendolo a mito.

La Ferrari è l’unica scuderia da sempre presente nel Mondiale di F.1, ha vinto con motori alloggiati all’anteriore della vettura e poi al posteriore, con aspirati e ibridi con 6,8,10 e 12 cilindri.

Ma la sua epoca di maggiore successo l’ha attraversata nel decennio scorso quando, dal 2000 al 2004, ha conquistato 10 titoli iridati, divisi tra piloti e costruttori. Un’era che ha avuto come protagonista assoluto Michael Schumacher, che proprio quest’anno ha compiuto 50 anni. Quella Ferrari, la più forte di sempre, è tornata a riunirsi oggi al Festival dello Sport di Trento.

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A celebrare il mito Schumacher e la stagione straordinaria della Ferrari erano presenti sul palco del Festiva dello Sport il figlio del fondatore, Piero Ferrari, che è ancora il numero 2 dell’azienda che porta il suo nome; Stefano Domenicali, presidente della Lamborghini, e a quell’epoca direttore sportivo della scuderia; in collegamento da Bruxelles Jean Todt, oggi presidente della Fia e allora capo della scuderia Ferrari; e Sabine Kehm, storica manager del pilota tedesco ed ora del figlio Mick.

Quindi, il primo compagno di squadra di Michael a Maranello, l’irlandese Eddie Irvine; e il pilota collaudatore Luca Badoer.

Il segreto di quelle vittorie fu sicuramente la bravura di Michael ma anche il grande lavoro del team: “Non abbiamo mai dato nulla per scontato – ricorda Todt -, abbiamo lavorato con umiltà sui dettagli per sconfiggere la paura di non raggiungere l’obiettivo, la vittoria”.

Eppure il suo arrivo non fu proprio semplicissimo, anche se annunciato. Ancora Todt: “La firma arrivò un fine settimana del 2005 a Montecarlo. Avevamo prenotato una stanza per la mattina ma dovemmo chiedere di rimanere anche nel pomeriggio. Dopo tanto discutere, chiudemmo la trattativa a casa sua”.

Todt ancora oggi è una delle poche persone ammesse a casa Schumacher dopo l’incidente sugli sci. La loro storia è anche la storia di un’amicizia nata sul campo, giorno dopo giorno: “Michael è speciale – svela Todt -. Mi ricordo un giorno a Monza, prima del 2000, che, nel mezzo di un periodo avaro di risultati, lui uscì con una dichiarazione a sorpresa: ‘Se Todt lascia la scuderia Ferrari, vado via anch’io’. Nessuno di noi gli aveva chiesto nulla e, a mia insaputa, lui prese le mie difese. Non lo dimenticherò mai”.

Al suo arrivo in Ferrari, Michael Schumacher lasciò subito il segno. “Si presentò con bloc notes e penna per segnarsi le cose da migliorare con meccanici ed ingegneri”, ricorda Stefano Domenicali.

Chi lo aveva incontrato prima era il suo compagno di scuderia Eddie Irvine: “Ero in pista quando a un certo punto mi superò un pilota che guidava in maniera pazzesca. Ai box chiesi “ma chi è questo?’ E mi risposero: ‘Michael Schumacher’. Lui è stato davvero il pilota più veloce di sempre”.

Michael ha trovato un amico in pista: Luca Badoer, collaudatore della Rossa vincente: “Lui era semplicemente il più bravo. E’ difficile per un pilota ammettere che l’altro è più veloce ma con lui non c’era storia. Lui si fidava ciecamente del mio lavoro e così il rapporto di lavoro divenne in amicizia. A casa ho ancora le moto con cui andavamo a divertirci in Appennino. Lui è il padrino dei due miei figli”.

Sull’uomo Schumacher ha parlato la manager, Sabine Kehm: “Michael si prendeva tanto tempo per gli altri. Era attento con le persone, mai scortese. Lui aveva sempre un’attenzione particolare verso coloro che lo circondavano”.

Infine il ricordo di Pero Ferrari, figlio del fondatore: “In alcune occasioni ospitai Michael a casa. Durante la cena lui continuò a chiedere della storia della Ferrari, dei piloti e delle macchine. Era come se volesse entrare ancor di più nella scuderia, nella nostra famiglia. E così è stato”.

Immancabile la domanda sull’erede di Schumacher e, in particolare, sul duello tutto interno alla Rossa, tra Charles Leclerc e Sebastian Vettel. Ancora una volta è Irvine a rompere gli indugi: “Non c’è gara, Leclerc è più veloce ed elegante. L’altro, dopo anni di Formula Uno, continua a fare gli stessi errori. A Monza, Charles ha fatto un capolavoro, è lui il futuro della Ferrari”.

A sorpresa la chiusura va proprio al predestinato Leclerc, con un messaggio video registrato: “Ciao Trento, Michael l’ho visto vincere da bimbo e l’ho pensato molto quando quest’anno ho vinto a Monza il mio primo Gran Premio, sulla sua  pista. E’ un onore correre nella stessa scuderia, la sua storia è uno stimolo ulteriore per far tornare grande la scuderia”. I futuro della Ferrari è già qui.

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