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Sport

La pirateria che uccide lo sport

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Quanti sono gli italiani che guardano lo sport grazie alla pirateria?

Per gli sport in particolare, i più seguiti attraverso modalità illegali sono il calcio (tre utenti su quattro), la Formula 1, il Moto GP e il tennis.

Seguono il basket e lo sci. Se n’è parlato oggi allo Sport Tech District, coordinato da Trentino Sviluppo, l’area dedicata alla tecnologia applicata allo sport e alla relazione tra sport innovazione e business nel Festival dello Sport di Trento.

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A parlare del difficile rapporto tra “sport in chiaro” e quella tramesso dalle iptv (cioè i televisori illegali internet) per accedere a contenuti audiovisivi sono stati Luigi De Siervo, il nuovo amministratore delegato della Lega Serie A, Roberto Scrivo, Public Affairs Director Sky Italia, Federico Bagnoli Rossi, Segretario Generale FAPAV Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali. L’incontro era moderato dal giornalista Marco Ilaria.

Nel 2018 gli atti di pirateria relativi ad eventi sportivi live sono stati circa 22 milioni, con una crescita del 52% rispetto ai dati del 2017. Poco meno di 5 milioni di persone hanno dichiarato di aver visto illegalmente contenuti sportivi live.

A livello generale, il fenomeno della pirateria vale più di un miliardo di euro in termini di perdita del fatturato, per un danno sul Pil del paese che raggiunge quota 455 milioni. Senza dimenticare che tutti questi sono soldi “rubati” allo sport, che si trova ad avere meno possibilità di investimento per federazioni, squadre, settori giovanili e infrastrutture. Numeri allarmanti quelli che fanno riferimento al rapporto 2018 Ipsos-Fapav, e sulla base dei quali la Lega della serie A ha anche lanciato la sua campagna per la lotta alla pirateria audiovisiva nello sport.

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Un impegno su più fronti, perché solamente con unità di intenti è possibile combattere il fenomeno.

“Abbiamo ottenuto un budget di 1 milione di euro per incrementare la lotta alla pirateria” – ha spiegato Luigi De Siervo, a.d. della Lega di serie A – “Per prima cosa, verranno potenziate le modalità di contrasto alle piattaforme di streaming illegali, con una conseguente velocizzazione dei tempi di blocco delle Iptv (le piattaforme trasmettono segnali televisivi attraverso reti informatiche). In secondo luogo, verrà avviata una campagna di sensibilizzazione sul tema diretta a tifosi e cittadini. Solo cambiando la mentalità delle persone, però, si possono avere concreti risultati”.

Secondo la FAPAV, la gestione degli abbonamenti illegali viene gestita da organizzazioni criminali che suddividono i costi legati all’affitto di server posizionati in varie location. I server garantirebbero la fluidità del segnale decriptato distribuito illecitamente. Chi fornisce il servizio illecito acquisterebbe una certa quantità di abbonamenti legali per costituire delle centrali da cui partono poi dei segnali decriptati che vengono convogliati in flussi letti dai dispositivi client in dotazione ai fruitori degli abbonamenti illegali.

La diffusione del fenomeno è aumentata soprattutto negli ultimi anni con l’avvento della IPTV (Internet Protocol Television), un sistema di trasmissione di segnali televisivi su reti informatiche che consente di vedere i canali tv su internet.

Questo sistema viene utilizzato dai pirati per trasmettere illegalmente i canali a pagamento attraverso il “set top box“, un decoder che permette di intercettare e quindi bucare il segnale IPTV. Si tratta del cosiddetto “pezzotto“, dal nome con cui in dialetto napoletano viene definita la ’scatoletta’ che consente di vedere illegalmente le pay tv di tutto il mondo.

“Dietro questo fenomeno c’è solo un comune denominatore: fare del business. Tanto che anche le organizzazioni criminali hanno trovato terreno fertile per i loro affari anche a motivo dello scarso rischio che la pirateria comporta. La pena prevista per la violazione del diritto d’autore arriva ad un massimo di quattro anni, ma può ridursi col patteggiamento. La diffusa rete di server, inoltre, consente di sostituire facilmente un’emissione spenta dalle autorità” – ha detto Federico Bagnoli Rossi, Segretario Generale FAPAV Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali.  Per gestire il business fuori legge, i pirati si sono attrezzati anche con nuove tecnologie, attraverso una rete di piattaforme e di server collocati anche all’estero, che alcuni grandi gruppi tecnologici stranieri non esitano a mettere a disposizione a chi ne paga il noleggio. La maggior parte di queste strutture – secondo recenti indagini – è situata in Olanda (56% del totale), soprattutto grazie al colosso Worldstream, che si è sempre rifiutato di interrompere le emissioni a degli operatori illegali.

Ma i flussi provengono anche da piattaforme francesi (12%), dagli Emirati Arabi (9%), dalla Germania (8%) e dalla Repubblica Ceca (4%). Tra i paesi inclusi, anche Russia e Ucraina. Roberto Scrivo, Public Affairs Director Sky Italia, ha aggiunto inoltre che “la pirateria non è un atto di furbizia, ma qualcosa che deve essere sanzionato. Certo, è un percorso su cui non bastano le leggi, ma deve crescere complessivamente il senso civico”.

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