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Arte e Cultura

L’uomo tigre compie 50 anni. Grazie a lui nacquero i cartoon giapponesi e il wrestling

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L’ Uomo Tigre è stato il precursore dei cartoon giapponesi arrivati in Italia: un super eroe cattivo nei combattimenti, ma buono con i piccoli orfani.

Compie 50 anni, la sigla cantata dai Cavalieri del Re, che è una delle colonne sonore dei cartoni animati più conosciute in Italia, e le sue sono strisce, ancora ricercatissime dagli appassionati di fumetti.

44 anni fa il debutto di Goldrake che arrivò in Italia nel 1978.

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Mentre Candy Candy, il manga dell’orfanella inglese, nacque nel 1975 e sbarcò in Italia nel 1980 ed è ancora uno dei cartoni animati più seguiti.

Il protagonista è Naoto Date, un orfano cresciuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale che si riscatta emergendo nel wrestling americano, grazie ad un combattimento feroce che gli vale il sopranome di “ demone giallo”.

Dopo il successo, torna in Giappone, ma la mafia che controlla gli incontri ha una regola inderogabile: vuole incassare pesanti tangenti da tutti gli incontri.

L’Uomo Tigre invece devolve tutti i suoi guadagni ai bambini dell’orfanotrofio dov’era cresciuto: è scontro con la mafia. Una storia ancora attuale della lotta perenne tra il bene il male, di un gigante buono dal cuore d’oro.

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Colpisce la storia, ma anche la crudezza dei disegni che lasciano ben poco all’immaginazione, cambiano gli avversari, cambiano le armi utilizzate, ma l’Uomo Tigre vince sempre.

Alla fine è anche un precursore di quel carrozzone che sarà il wrestling targato Usa che inizierà a spopolare negli anni ottanta.

Il suo fu anche un esempio se in Giappone si segnalano ancora donazioni a favore degli orfanotrofi a nome Naoto Date.

Negli anni ‘80 il lottatore Satoru Sayama ne indossò i panni per combattere sul ring dal vivo.

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Spettacolo

Al teatro sociale Goldoni con «La Bancarotta»: il tramonto dei valori umani di fronte al vizio e al denaro

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Ancora per tre giorni, fino a domenica, sarà possibile vedere al teatro Sociale di Trento La bancarotta di Vitaliano Trevisan, commedia tratta dall’omonima opera di Carlo Goldoni, diretta da Serena Sinigaglia. Produce il teatro Stabile di Bolzano.

La storia è incentrata sulla figura di Pantalone de’ Bisognosi, imprenditore edile sull’orlo del fallimento (l’opera goldoniana ebbe quale titolo originale proprio Il mercante fallito) a causa dei vizi suoi e della seconda moglie Aurelia.

Incastrato in questa situazione è il figlio di primo letto Leandro che, dopo un passato turbolento risolto grazie a un lungo periodo in comunità, si sbraccia nel tentativo di salvare ditta e decoro familiari.

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Pantalone e consorte vorrebbero separarsi, e un avvocato, cercando di salvare il salvabile dai creditori, propone ai due di affidare quanto resta proprio a Leandro, restando beninteso in controllo di tutto.

Da qui prende avvio un intreccio di manovre incentrate sul denaro, cui prendono parte anche il conte Silvio, principale creditore dei de’ Bisognosi, un gentiluomo trafficone partenopeo (Don Marzio) e Clarice, nell’originale settecentesco una “cantatrice” e qui esplicitamente spinta dalla madre alla prostituzione.

Il tutto culmina con i preparativi per una serata con un sottosegretario giunto da Roma, serata da trascorrersi con quanti più travestiti possibile.

Senza dare anticipazioni, segnaliamo che lungo la commedia fa la sua comparsa una pistola, e come il buon Anton Cechov insegnava, quando in scena appare un’arma, prima della fine dell’opera quella dovrà far fuoco.

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Questa Bancarotta è una commedia dal passo rapidissimo (è basata su un originale in tre atti, dopotutto), ed è incentrata sul tramonto dei valori umani di fronte al vizio e al denaro.

Pantalone è un piccolo imprenditore che quasi si vanta di essersi divorato il capitale inseguendo i suoi spassi. A suo vedere, il figlio ha già avuto la sua parte nel periodo in cui si faceva, e la moglie spendacciona anche.

Gli presta volto e voce Natalino Balasso, volto ben noto dello spettacolo italiano. Trasandato nell’aspetto quanto energico nei modi, grida al mondo che non è l’uomo finito che tutti credono, e anche quando è ridotto a invocare l’aiuto di personaggi dalla reputazione ambigua cerca di far mostra di essere sempre un pezzo grosso.

Balasso non lesina con la caratterizzazione, regalando il ritratto di un individuo a corto di dignità ma sempre spinto all’azione, che rifiuta di restare sotto nonostante vi sia spinto di sua mano. Vedendo il monologo che rivolge alla moglie defunta ho creduto che il suo crollo morale fosse dovuto alla scomparsa di lei.

Contro di lui Aurelia (Marta Dalla Via), moglie straniera interessata soltanto alla bella vita, il cui solo interesse per quanti ruotano intorno a lei è incentrato su quanti soldi (e vestiti, tanti vestiti) le resteranno.

Il suo gustoso dialogo con l’avvocato Lombardi (Massimo Verdastro) riassume in pochi minuti tutto il personaggio della maritata per interesse, avida quanto vacua.

Il figlio Leandro ha seguito il percorso opposto al padre: ha messo la testa a posto, e vorrebbe la possibilità di vivere la sua vita e avere Clarice, che ama, senza dover ripartire da zero. Denis Fasolo rende bene il personaggio, costretto ormai al lavoro manuale per il bene della ditta ma ancora (come il padre) deciso a rimarcare la sua posizione sociale, sul lavoro o declamando a squarciagola passi dell’Amleto).

En passant, la scelta del brano scespiriano da parte di Trevisan non può essere casuale: “Quale capolavoro è l’uomo! Così nobile nella ragione, così infinito nelle facoltà […] simile a un angelo nelle azioni e a un dio nella mente!”. Puro sarcasmo.

Completano l’ensemble il conte Silvio di Fulvio Falzarano, prodigo di frecciate contro il servo e sadicamente lieto di vedere Pantalone affondare.

Il servo Truffa, che ispira a Raffaele Musella un classico ritratto di servitore infido e che tuttavia considera le sue malefatte quasi parte del suo ruolo.

Massimo Verdastro oltre all’avvocato incarna anche Don Marzio, donandogli falsa bonomia e la gioiosa prepotenza di chi si sa protetto dai suoi scherani anche solo parlando di tabacchi.

La Clarice di Celeste Gugliandolo è forse il personaggio più innocente del testo: ricattata moralmente dalla madre invalida (?), è felice che Leandro la tratti con rispetto e spera di poter cambiare vita con lui.

Questa madre cinica e disincantata è affidata a Carla Manzon, che pur confinata in una sedia a rotelle riesce a mettersi in luce, grugnendo ferocemente mentre manovra la figlia prima, dispensando sprezzante saggezza poi.

Si parla di una commedia d’insieme, e tutti svolgono la loro parte egregiamente; Natalino Balasso ha più materiale, e lo valorizza con l’abilità dell’animale da palcoscenico, ma tutti quanti, anche nei ruoli più minuti, si valorizzano egregiamente.

Si veda la scena con i sarti (Musella e Giuseppe Aceto, anche il bistrattato servo del conte): poteva essere solo un dialogo espositivo, ma il dialogo pieno di allusioni e la coreografia accurata lo rendono un momento notevole.

Indubbiamente di ciò va ringraziata anche la regia di Serena Sinigaglia, che non lascia un momento morto lungo l’intera rappresentazione.

La scena è un vecchio palazzo, le cui porte, finestre e balconi permettono l’andirivieni dei personaggi. Ne è responsabile Maria Paola Di Francesco, anche autrice dei bei costumi.

Non ho potuto non notare che Pantalone e Leandro indossano abiti molto simili ma laddove il padre si è evidentemente trascurato il figlio cerca di essere in ordine anche mentre pianta chiodi.

Un bel tocco, come ad indicare la similarità tra i due, come un tempo era l’uno e come potrebbe ancor diventare l’altro.

Roberta Faiolo ha curato luci e suono, che aiutano a scandire l’evolversi della vicenda e a rimarcare con un boato o una eco cavernosa al momento giusto gli sfoghi dei personaggi.

In sala si è riso spesso, ed alla fine si è applaudito con calore. Mi è in effetti spiaciuto vedere posti vuoti in platea: La bancarotta diverte dall’inizio alla fine, e avrebbe meritato il pienone.

Prima dello spettacolo la compagnia Emit Fiesti ha proposto un dialogo tra moglie e marito, lei interessata solo alla moda e lui in fuga dai creditori. Spiritosa e ben intonata allo spettacolo che introduce, ha messo a suo agio il pubblico presente.

Il cast incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 13 e sabato 14 dicembre alle 20 e 30 e ancora domenica 15 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 20.

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Arte e Cultura

Torre Vanga riapre i battenti con una nuova mostra

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In attesa che il nuovo Museo nazionale storico degli alpini sul Doss Trento, inaugurato lo scorso 13 ottobre e oggi in fase di allestimento, venga aperto al pubblico (in primavera), Torre Vanga riapre i battenti, tornando al centro dell’offerta culturale trentina.

Lo farà, innanzitutto, con un nuovo allestimento: venerdì 13 dicembre 2019, alle 17.00, inaugurerà al primo piano la mostra “A colpi di matita. La Grande Guerra nella caricatura”, realizzata dalla Sezione Ana di Trento e dall’Associazione Amici del Museo Nazionale Storico degli Alpini in collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino.

La nuova esposizione, costruita sulla base di una ricca collezione privata composta da 15 riviste di satira politica europee, oltre mille immagini e le firme di 67 diversi artisti, è dedicata alla guerra combattuta non al fronte, ma sulle pagine delle riviste e dei giornali umoristici, attraverso l’abilità e la vena creativa dei più celebri caricaturisti e vignettisti dell’epoca. “Un’arte sottile, quella della satira, dove non sempre si ride, a volte si pensa”, si legge nel pannello introduttivo.

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Al primo piano anche una mostra fotografica dedicata al mulo, animale che ha fatto la storia al fianco degli alpini e degli artiglieri di montagna; mentre al piano terra e nei seminterrati sono esposti diversi reperti del Museo nazionale storico degli alpini, integrati da una ricca collezione di uniformi storiche – da fine Ottocento al 1970 -, da oggetti risalenti ai due conflitti mondiali e dalla ricostruzione di una trincea (gentilmente concessi dal generale ed ex direttore del museo Stefano Basset e da Luciano Rinaldi).

Gli orari di apertura di Torre Vanga sono dal martedì alla domenica, 9.00 – 12.00 e 13.00 – 17.00. – Chiuso il 24, 25 e 26 dicembre 2019 e il 1 e il 6 gennaio 2020.

“La riapertura di Torre Vanga, con l’allestimento della nuova mostra, sarà solo il primo di una serie di importanti appuntamenti che animeranno il 2020, anno del Centenario della nostra Sezione”, spiegano dalla Sezione Ana di Trento, che aveva preso “in affidamento” la prestigiosa location nel maggio 2018, in occasione dell’Adunata nazionale, come sede provvisoria del Museo nazionale storico degli alpini.

Da allora la storica torre medioevale, nel quartiere dela Portèla, ha ospitato una serie di esposizioni temporanee e di iniziative di carattere culturale sulla storia delle penne nere, accolte con grande entusiasmo da residenti e visitatori.

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Una sede temporanea che, seppur i lavori di riqualificazione del museo sul Doss Trento siano ultimati, continuerà anche il prossimo anno a raccontare una pagine di storia della città e delle nostre montagne: nel corso del 2020, anno in cui gli alpini trentini festeggeranno il secolo di vita, Torre Vanga sarà infatti al centro delle attività legate al Centenario della Sezione Ana di Trento.

Un anniversario che, senza svelare troppo, regalerà tante sorprese e un ricco calendario di appuntamenti, tra concerti, sfilate ed eventi culturali, aperti a tutti.

 

 

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Arte e Cultura

UNESCO “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”: il soprintendente Franco Marzatico nominato referente nazionale

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Il soprintendente per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento, Franco Marzatico, è il nuovo referente italiano del sito UNESCO “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” del quale fanno parte anche i siti archeologici di Fiavé e Ledro in Trentino.

Il Gruppo di Lavoro Italiano, riunitosi nei giorni scorsi a Milano, ha nominato all’unanimità il soprintendente trentino, che succede a Filippo Maria Gambari direttore del Museo delle Civiltà di Roma.

“Il dott. Marzatico – si legge nella motivazione – possiede una lunga e documentata esperienza nella tutela, ricerca, conservazione e valorizzazione dei contesti palafitticoli trentini”.

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A questo si aggiunge il Parco archeologico di Fiavé in corso di realizzazione, che assieme al Museo delle Palafitte costituirà un vero e proprio polo archeologico, immerso in un contesto ambientale unico.

Sono 111 i siti archeologici, fra i quali anche Fiavé e Ledro, che insieme costituiscono i “siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” dal 2011 inclusi nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

I sei Paesi interessati sono, oltre all’Italia (con le regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento), Francia, Svizzera, Germania, Austria e Slovenia. La decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale, di includere Fiavé e Ledro nella prestigiosa Lista, è il riconoscimento ufficiale della validità e dell’importanza dei due siti trentini.

I motivi della candidatura sono legati a diversi aspetti, a partire dalla scarsa rappresentanza, nel patrimonio mondiale, della preistoria, rispetto alla quale le palafitte costituiscono uno dei fenomeni più appariscenti, molto conosciuti dal grande pubblico e nel contempo ricchi di testimonianze di valore storico.

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I villaggi palafitticoli sono infatti una delle più importanti fonti archeologiche per lo studio delle comunità umane europee tra il 5000 e il 500 a.C. Le condizioni di conservazione in ambiente umido hanno permesso la sopravvivenza di materiali organici che contribuiscono in modo straordinario a comprendere il Neolitico, ovvero l’avvento delle prime società agrarie, l’età del Bronzo, caratterizzata dalla diffusione di tecnologie complesse come la metallurgia e gli scambi su lunga distanza, ed infine le interazioni fra gruppi umani e territorio a fronte dell’impatto dei cambiamenti climatici.

 

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