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La Sfera e lo Spillo

Giorgio Tosatti, il giornalista e la passione per il Grande Torino

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Era un mercoledì, un pomeriggio del 4 maggio del 1949. La storia del Grande Torino s’infrange alle ore 17.05 contro un terrapieno orientale della Basilica di Superga sulla collina torinese.

Il velivolo proveniente da Lisbona s’imbatte con la fitta coltre di nebbia e pioggia pungente.

Nella dolorosa circostanza perdono la vita 31 persone: i giocatori granata, lo staff tecnico, i dirigenti e 3 giornalisti al seguito.

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Luigi Cavallero, Renato Casalbore e Renato Tosatti, inviati rispettivamente delle testate giornalistiche, La Stampa, Tuttosport e la Gazzetta del Popolo, sono i cronisti caduti svolgendo il proprio lavoro.

Giorgio Tosatti, il figlio di Renato, segue con orgoglio le orme del padre. Nato a Genova nel 1937 a pochi giorni dal Santo Natale, è stato un giornalista di razza. Muore a Pavia nel 2007.

Il piccolo Giorgio all’epoca della sciagura aveva 11 anni. Vive con angoscia e con gli occhi appassionati di un bambino quelle ore drammatiche.

Le lacrime davanti alla sede del giornale, i pensieri, i ricordi del papà al Filadelfia sulle gradinate di legno e un pallone firmato da Valentino Mazzola sono le immagini sbiadite del tempo.

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Giorgio Tosatti rappresenta la carriera di un professionista, del giornalista che muove i primi passi per stare accanto, almeno nella memoria, al proprio padre. Condivide una professione difficile, ricca di soddisfazioni e amarezze.

E’ da ritenersi un maestro del giornalismo sportivo e un grande amante del calcio. Possedeva, tra l’altro, il tesserino di direttore tecnico conferito “ad honorem” a Coverciano. Dalla biografia emerge la sua fede per i colori rossoblù del Genoa, intrecciati dal vissuto con il colore granata del Torino.

Portava con sé il fardello, il dolore silente di un avvenimento che tocca, ancora oggi, le coscienze limpide e le anime candide degli sportivi italiani. La carriera professionale di Tosatti si descrive da sé: esperienze nella redazione di Tuttosport, in seguito si trasferisce in veste di caporedattore e direttore al Corriere dello Sport.

E’ abile opinionista in Rai alla Domenica Sportiva e sui canali Fininvest nella trasmissione Pressing condotta dall’indimenticato Raimondo Vianello.

Uomo lucido, si contraddistingue nel variopinto panorama editoriale per onestà intellettuale. Studiava sempre con ardore i dati e le statistiche che snocciolava durante le dirette tv. I numeri sono sostenuti da argomentazioni brillanti e coerenti, le sue analisi mai banali, descritte con pudore e umanità.

Giorgio Tosatti, il giornalista e la passione per il Grande Torino.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Gian Piero Gasperini, maestro di calcio

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L’inizio a Bergamo non è certo dei migliori. L’approccio è complicato tra schemi e moduli, tra preparazione fisica e tattica. La stagione è quella 2016-2017. Il debutto è amaro, il finale radioso.

Nelle prime 5 giornate l’Atalanta conquista solo 3 punti, il nuovo tecnico è già sulla graticola. Le sconfitte casalinghe contro Lazio e Palermo e quelle esterne contro Sampdoria e Cagliari, nonostante la vittoria con il Torino (alla 3° giornata), incrinano la fiducia nel coach piemontese.

Stando alla stampa dell’epoca, Gian Piero Gasperini sembra essere sul punto di essere esonerato; sei reti realizzate e undici gol subiti è un ruolino di marcia insufficiente, cui si aggiunge il penultimo posto in classifica.

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Il club bergamasco guidato con lungimiranza da Antonio Percassi, invece, mantiene con freddezza la barra dritta confermando, nonostante i rumors,  Gasperini sulla panca orobica.

Alla sesta giornata la Dea affronta il Crotone (ultimo in classifica) e i nerazzurri espugnano (1-3) lo stadio Scida. E’ il 26 settembre, da quel giorno si volta pagina, cambia il destino dell’Atalanta e del suo fiero condottiero Gian Piero Gasperini.

La dote riconosciuta a Gasp  è la capacità di valorizzare il parco giocatori a disposizione, esaltando le caratteristiche dei singoli a servizio dell’impianto di gioco collettivo.

Il suo calcio totale è aggressivo, arcigno e dispendioso caratterizzato da velocità di esecuzione e pressing con marcature dedicate sul green.

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Lo scambio tra centrocampisti e trequartista, i movimenti sincroni e il supporto del segmento basso in fase di impostazione alla linea nevralgica sono il canovaccio articolato e la trama dei nerazzurri di “Bérghem”.

Il modulo scelto è il 3-4-3, che muta a seconda delle fasi di aggressione o di ripiego. Nella transizione di non possesso gli esterni si piegano mentre i trequartisti ostruiscono la mediana. Sui calci da fermo la difesa è burbera e personalizzata.

Le pedine si muovono sicure e consapevoli attraverso uno spartito, senza limitare l’esuberanza e il genio del reparto avanzato.

L’Atalanta non è più una squadra rivelazione, ma è una realtà del calcio nostrano. Il percorso in Champions League (in questa stagione) è la dimostrazione della caratura e dello scorza dell’undici atalantino. Uno spogliatoio forgiato, attraverso un lavoro quotidiano e laborioso, da Gasperini a sua immagine e somiglianza.

Lo scorso anno perde la finale di Coppa Italia giocata a Roma contro la Lazio, una dose di fortuna e un pizzico di mestiere mancano, nella circostanza, ai ragazzi di Gasp per centrare la storica vittoria.

In carriera, inoltre, conquista una promozione in Serie A nel 2007 e l’accesso alla Europa League (2008-2009) con il Grifone. Sul campo con i rossoblù raggiunge ancora la qualificazione europea (2014-2015), ma alla società di Villa Rostan non viene rilasciata la licenza Uefa.

Meno fortunate e con risvolti differenti sono le avventure a Palermo e Milano (sponda nerazzurra).

In Sicilia è difficile il rapporto con il vulcanico presidente Maurizio Zamparini, mentre alla Beneamata, reduce dalla parentesi vincente del “triplete”,  trova uno spogliatoio logoro e con la pancia piena, poco incline alle rivoluzioni e ai cambiamenti tattici.

Gian Piero nasce a Grugliasco, comune della cintura torinese (tra Rivoli e Collegno), il 26 gennaio del 1958. Per ironia della sorte è nato lo stesso giorno di Josè Mourinho, il portoghese 5 anni più giovane.

Il suo segno zodiacale è l’acquario, miscuglio di generosità, altruismo e sensibilità e undicesimo segno dello Zodiaco.

Sposato dal 1980 con Cristina (lavora in una scuola torinese), la coppia ha 2 figli, Davide ed Andrea.

Il Gasp con le scarpette chiodate gioca nel Pescara di Giovanni Galeone, mentore anche di Massimiliano Allegri, un “saggio” moderno  da cui attingere tattica e filosofia.

Alla cloche della Juventus Primavera vince il prestigioso Torneo di Viareggio (2003). In qualità di allenatore guida in carriera il Crotone, Genoa, Inter, Palermo ed Atalanta.

Gian Piero Gasperini, maestro di calcio.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Sinisa Mihajlovic, l’uomo copertina del 2019

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La retorica talvolta è irriverente, spesso fastidiosa.

Vi sono frangenti della vita che vanno vissuti con equilibrio e compostezza. Coniugare il rispetto del dolore e il dovere di cronaca è un confine talmente esile e labile che si finisce per debordare.

Da queste colonne, in passato, abbiamo attribuito copiosi elogi al tecnico di Vukovar per la sua professionalità, impegno e dedizione. E’ l’uomo che prevale prima del personaggio pubblico, è l’anima che drappeggia la solidarietà umana.

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A muso duro non scivola nella volgarità, il carattere burbero ma profondamente buono e il temperamento marcato anticipano l’indole e la sensibilità.

A Sinisa concediamo pertanto volentieri la nostra copertina, limpido esempio di compostezza e rettitudine, umanità e perseveranza.

Il 13 luglio scorso Sinisa Mihalojvic annuncia in una conferenza stampa di essere affetto dalla leucemia mieloide acuta.

L’allenatore serbo nella circostanza si commuove e dichiara: “Affronterò la malattia col petto di fuori, non vedo l’ora di partire con le cure.”

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Con fierezza che contraddistingue il suo animo, rivela: “Vincerò anche questa sfida, vincerò per la mia famiglia.”

Poi con occhi lucidi e voce rotta aggiunge: “Non sono lacrime di paura: la malattia la rispetto ma la vincerò guardandola negli occhi, giocando all’attacco. E’ una malattia in fase acuta ma si può guarire e sconfiggere.”

Infine, concede un gesto di generosità citando l’importanza della prevenzione per la tutela della salute.

Dopo 44 giorni di cure torna in sella, sulla panchina dei Felsinei allo stadio Marcantonio Bentegodi nonostante la chemioterapia cui si sta sopponendo all’ospedale Sant’Orsola. E’ il 25 agosto, il match Verona-Bologna finisce in parità (1-1). Il successo, però, è rivedere l’uomo Sinisa dirigere con spirito e abnegazione i propri giocatori da bordo campo.

Il 29 ottobre Sinisa Mihajlovic è sottoposto al trapianto di midollo osseo da donatore non familiare e dimesso il 22 novembre.

“In Italia ci sono pochi donatori. E invece bisognerebbe donare di più, perché più cresce il numero di donatori e più è facile che un malato di leucemia ottenga un midollo osseo compatibile per il trapianto. E il trapianto può salvare una vita” sono le parole, l’accorato appello rilasciato con emozione dal tecnico dopo l’operazione.

Sinisa è il discepolo di Vujadin Boskov, tecnico e padre della Sampdoria dell’indimenticato Paolo Mantovani.

Del mister di Begec eredita l’arguzia, la sottile ironia e la filosofia di gioco. E’ istrionico in conferenza stampa, diretto e senza peli sulla lingua.

Sinisa, come Boskov, lega le sue fortune ai gemelli del goal: Gianluca Vialli e Roberto Mancini.

Le vittorie sportive maturano, invece, nella Lazio, Inter e Roma.

In madre Patria conquista 3 titoli nazionali; con la Stella Rossa vince 1 Coppa dei Campioni e 1 Coppa Intercontinentale. Veste la maglia della Nazionale Jugoslava per 63 volte segnando 9 reti.

In qualità di allenatore guida il Bologna, Catania, Fiorentina, Serbia, Sampdoria, Milan, Torino e una veloce apparizione allo Sporting Lisbona.

Oggi non prevalgono le lodi all’ex calciatore e allenatore di calcio. L’esempio di coraggio, forza e di rettitudine nelle difficoltà superano di gran lunga i radiosi successi sportivi. Come in uno spogliatoio sono sempre gli uomini, prima dei calciatori, a vincere le battaglie.

 Sinisa Mihajlovic, l’uomo copertina del 2019.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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L’ombra della Brexit sul calcio inglese

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Le elezioni politiche inglesi di giovedì 12 dicembre con la vittoria di Boris Johnson decretano la maggioranza dei Conservatori nel Parlamento di Westminster. A questo punto diviene più probabile il processo della Brexit, seppur governata con misura dalla classe dirigente.

Un voto che non sorprende gli analisti attenti e quella parte di critica che ben conosce le profondità di un Paese diviso e in sofferenza sociale da almeno un decennio. La controversia scozzese e le spine nel nord d’Irlanda sarà il vero banco di prova del nuovo esecutivo.

Il Primo Ministro, sino a oggi tatticamente vestito da falco per limitare gli estremismi, sarà domani una colomba, un mediatore prudente e audace, un camaleonte.

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe alterare gli equilibri anche in ambito calcistico.

Finiscono sotto la lente d’ingrandimento il tesseramento dei giocatori extracomunitari, l’eventuale gap economico che s’innesca e la capacità di acquisire players delle squadre britanniche dopo l’eventuale e sofferto divorzio.

Il calcio britannico, nel suo complesso, è contrario alla Brexit per le drastiche e risapute ripercussioni finanziarie.

Oggi la Premier League è considerata il primo campionato europeo per spettacolo e per giro d’affari.

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I diritti televisivi e il merchandising rappresentano le primarie fonti di guadagno del torneo d’Oltremanica.

I lavoratori, compresi i calciatori, possono circolare liberamente nell’Unione europea. L’exit dell’Impero di Sua Maestà potrebbe scardinare l’impalcatura della Sentenza Bosman.

Il provvedimento adottato nel 1995 dalla Corte di giustizia dell’Unione europea regolamenta il trasferimento dei calciatori nelle federazioni calcistiche all’interno dell’UE.

I club inglesi perderebbero il fascino e l’appeal che in questi decenni hanno contraddistinto la superiorità, lo strapotere commerciale del brand anglosassone.

La concorrenza dei team europei sarebbe più agguerrita attivando un blackout del circuito, inceppando il flusso di denaro e ricchezza verso il calcio inglese. Il business internazionale potrebbe ritrarsi, limitando l’attrattività e chiudendo, di fatto, i rubinetti del finanziamento.

La competitività del sistema sarebbe a rischio, svoltando nel rinnovato isolamento, minando alle fondamenta il modello vincente studiato anche dalle federazioni estere.

Infine, secondo uno studio, sarebbero almeno 300 i giocatori interessati che potrebbero finire out dai tornei sull’isola.

L’ombra della Brexit sul calcio inglese.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

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