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Società

Ius soli e Ius Culturae: la cittadinanza per tutti

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Il governo sembra determinato nel suo obbiettivo. Lo Ius soli. Nel prossimo futuro essere Italiano diventerà la cosa più semplice in questo paese tormentato da mille problemi.

Ogni società basa la propria crescita sociale, come cittadino, sui diritti e doveri derivanti dalla cittadinanza. L’identificazione tra l’essere cittadino e la patria diviene quindi fondamentale.

Nell’Italia sognata dal Governo Rosso-Giallo, invece, il futuro del bel paese si basa sullo svilimento della cittadinanza.

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La proposta di legge tende a ridurre tempistiche e requisiti, come l’obbligo della residenza, per aver diritto alla cittadinanza.

Con la proposta del Pd la cittadinanza verrebbe acquisita per nascita da chi nasce da genitori stranieri di cui uno almeno regolarmente soggiornante in Italia da almeno un anno  al momento della nascita del figlio oppure nato da due genitori stranieri di cui almeno uno nato in Italia.

L’obbiettivo è quello di rendere più facile da parte degli stranieri la possibilità di diventare italiano.

Ma una riflessione la si dovrebbe fare. Rendere cosi’ semplice l’acquisizione della cittadinanza Italiana rende anche più facile l’accesso all’Europa. Chi diviene Italiano con questa facilità diverrà anche cittadino Europeo.

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Nulla di male, sicuramente, ma il problema è nel nostro sistema paese. Un paese incapace di crescere un cittadino capace di identificarsi con i valori della sua comunità e della patria e così facendo capace di far sentire uno straniero sempre più isolato.

Nelle scuole si crescono i cittadini del futuro. Se nelle scuole non si insegnano i principi fondamentali della nostra società e i nostri valori si tenderà sempre ad avere un noi e un loro. Si continuerà a dividere e non ad unire.

Lo Ius Culturae che permette di ricevere la cittadinanza ai minori che abbiano frequentato un corso di istruzione primaria o secondaria di primo grado ovvero secondaria di secondo grado presso istituti scolastici o percorsi di istruzione e formazione professionale, ha come fine di far diventare stranieri più Italiani possibili.

Una proposta che indebolirà il sistema paese invece di fortificarlo. L’analisi finale è molto semplice, la cittadinanza semplice potrebbe sembrare una buona idea nel breve periodo ma l’errore più grande nel lungo periodo.

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Società

Impunità per infermità mentale abusata? La migrazione può essere un fattore di rischio

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“Queste voci mi dicevano (aveva tentato di spiegare ai periti) che la popolazione africana, la parte del nord, anche loro stavano uccidendo le persone a picconi quindi mi sono sentito anch’io di fare la stessa cosa“.

Kabobo, il 36enne ghanese è stato condannato a 20 anni di reclusione per aver ammazzato l’11 maggio 2013 tre passanti a colpi di piccone nel quartiere Niguarda di Milano

Ora lui studia, dal programma delle scuole elementari, lavora portando il cibo ai detenuti ma per chi è morto per mano sua non vi sarà soddisfazione alcuna nel sapere che è stato condannato a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente e a tre anni di casa di cura e custodia.

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Ma se non possiede nulla chi risarcirà le famiglie delle vittime almeno materialmente?

Lo Stato è responsabile di chi circola senza permesso e danneggia i cittadini vessati da tasse e burocrazia? “I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi” affermava la Signora Presidentessa Laura Boldrini, per coloro che non rispettano le nostre leggi però molti sperano di no, vivamente.

La migrazione come fattore di rischio di disturbo mentale – Il dottor Luca Cimino Psichiatra, psicoterapeuta, medico legale, criminologo e psichiatra forense dell’ Università di Bologna conferma infatti nei sui studi che: “La salute mentale dei migranti è da considerarsi oggi in Italia e in Europa uno dei maggiori problemi di salute individuale e pubblica.

La sempre maggiore presenza dei migranti che accedono ai servizi di salute mentale ha evidenziato non solo nuove e peculiari espressioni di disagio psichico legate alle specifiche dimensioni culturali ed etniche di ogni singola popolazione, ma soprattutto che i migranti rappresentano una popolazione piuttosto fragile e a rischio di sviluppare disturbi mentali. “

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Il problema è serio, sia per i costi sociali che per cercare di far ottenere Giustizia alle vittime, in termini di punizione dei colpevoli e di risarcimento del danno subito, che spesso, essendo gli autori totalmente incapienti e incapaci di produrre reddito alcuno resterebbe comunque solo sulla carta.

Con l’abrogazione dei reati di omessa custodia e omessa denuncia di malattie mentali (stabilità dall’art. 11 della l. n. 180/1978), l’esplicito riconoscimento all’ infermo psichico del potere di autodeterminazione circa il trattamento sanitario, sembra confermare l’esigenza di una ridefinizione dell’incapacità di intendere e di volere, non più deducibile in via automatica.

Una strada per ottenere l’impunità fin troppo facilmente? – Il destino dei disturbi mentali purtroppo è quello di superare, per incidenza, le patologie cardiovascolari, a cui attualmente è attribuito il primato.In Italia soffrono di disturbi mentali 17 milioni di persone, in Europa il 38% della popolazione, 450 milioni nel mondo le persone che soffrono di disturbi neurologici, psichiatrici o comportamentali, molti mai diagnosticati, altre stime parlano di 900 milioni.

In particolare nel mondo, il 10-20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi mentali e le condizioni neuropsichiatriche sono attualmente la principale causa di disabilità nei giovani di tutte le Regioni Oms.

Ma non tutti i disturbi possono essere fonte di impunità, molto, anzi troppo spesso delinquenti si riparano dietro la linea sottile che distingue un criminale da un malato, le strutture destinate a coloro che sono in cura e T.S.O. ( trattamenti sanitari obbligatori) sono insufficienti a garantire la loro sicurezza, quella degli operatori, ma anche di tutti i cittadini sani.

I disturbi della personalità (nevrosi o psicopatie) possono essere apprezzati alla luce delle norme degli articoli 88 ed 89 C.P., con conseguente pronuncia di totale o parziale infermità di mente dell’imputato, a condizione che essi abbiano, riferiti alla capacità di intendere e di volere, le seguenti qualità: globalmente in grado di incidere sulla capacità di autodeterminazione dell’autore del fatto illecito e cioè: consistenza e intensità intese come volere concreto e forte; rilevanza e gravità presente come dimensione importante del disagio stabilizzato; rapporto motivante con il fatto commesso, apprezzato come correlazione psico-emotiva rispetto al fatto illecito” (Cass.pen, sez. IV, 5 maggio 2011, n. 17305).

“La situazione della salute mentale nel mondo non è affatto buona. Le malattie mentali e neurologiche sono infatti in aumento, così come cresce l’uso di sostanze. Al primo posto nella classifica delle problematiche legate alla salute mentale globale c’è la depressione, che non conosce distinzioni di tipo socioeconomico, perché colpisce indistintamente tutti. C’è poi un abbassamento dell’età in cui si presentano questi disturbi, così come si abbassa l’età dei suicidi“, lo affermava già il direttore del Dipartimento di Salute Mentale presso l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Devora Kestel nel 2019.

La correlazione tra vizio di mente totale o parziale, l’imputabilità e riflessioni sulla capacità d’intendere e di volere riscontrabile in capo all’imputato sono temi delicati ma attualissimi. Per dichiarare l’effettiva sussistenza, in sede processuale penale, del vizio totale o parziale di mente in capo all’imputato, va riscontrata l’incidenza di tali stati patologici “sulle capacità intellettive e volitive della persona” (sez. III 11/15157) che devono quindi estrinsecarsi affette da “una grave e permanente compromissione”  (sez VI 11/17305) .

Non è sufficiente accertare in sede giudiziale, che l’imputato soffra di una malattia mentale (neanche la più grave), ma occorre riscontrare senza ombra di dubbio che la stessa abbia azzerato la capacità di intendere e di volere, ed anche per questo si invitano gli operatori del settore e gli agenti di polizia interessati nelle operazioni a denunziare sempre.

Va esclusa la rilevanza degli stati emotivi e passionali per espressa previsione legislativa ex articolo 90 c.p., in quanto tali stati “non escludono ne diminuiscono l’imputabilità”, nell’cipotesi in cui vengano “in sé e per sé considerati”, mentre rilevano processualmente in favore dell’imputato qualora in essi sia ravvisabile un indice di uno stato patologico.

Si è dunque da tempo registrata una tendenza diretta a separare la nozione di «colpevolezza» da quella di «imputabilità», fino a configurare l’imputabilità come categoria del tutto autonoma in ragione delle diverse funzioni che le due nozioni assolvono nel meccanismo normativo.

Non può infatti escludersi – a fini civilistici – che il fatto sia stato commesso dall’incapace in un momento di lucidità, sicché risulta giustificata la reazione del risarcimento del danno.

Soltanto introducendo una nozione di «colpevolezza» indipendente dal dolo o dalla colpa, può allora essere giustificata anche la tesi secondo la quale la previsione del 2046 condiziona l’operatività del criterio basato sul dolo o sulla colpa allo stato di capacità dell’autore del danno

L’accertamento dell’imputabilità in sede penale non potrebbe fare stato automaticamente anche in sede civile – Problemi interpretativi di eccezionale rilevanza sono sorti con riferimento al trattamento che la previsione di cui al 1° co. dell’art. 1277 c.c. (richiamato, per la responsabilità extracontrattuale, dall’art. 2056 c.c.) sembrerebbe riservare allo stato di incapacità naturale. Secondo questa previsione «Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate» come riportato anche sul sito Altalex.

L’allarme sociale suscitato dal fatto reato si conserva anche nel difetto del requisito dell’imputabilità: non vi è quindi ragione per negare protezione agli interessi tutelati dalla legge civile.

Pertanto deve ritenersi ammissibile il risarcimento di tutti i danni – patrimoniali e non – che derivano da quel fatto, indipendentemente dalla circostanza che l’autore dell’illecito sia un inimputabile sotto il profilo penale.

Come emerge dal “Il sole 24 ore” c’è un forte gap tra soggetti che accedono e vengono seguiti in Italia da Dipartimenti di Salute Mentale e soggetti che invece secondo le stime sono affetti da Disturbi Mentali, con uno scarto di circa il 75% di popolazione affetta che rimane fuori, si renderebbe pertanto necessaria prevenzione come per molte altre malattie e soprattutto idonee strutture.

Il PTSD (Disturbo da stress post-traumatico) è riportato essere del 9-36% tra i rifugiati mentre dell’1-2% tra la popolazione ospite.

“La salute mentale del migrante, che di suo può già risentire di esperienze traumatiche legate al percorso migratorio, può addirittura peggiorare, come nel caso della depressione, una volta raggiunto il Paese di destinazione, per via delle cattive condizioni socioeconomiche e dell’isolamento sociale.”

Questi i dati ufficiali.

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Io la penso così…

Per combattere la microcriminalità a Trento serve una seria programmazione – di Sandro Bordignon

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Egregio direttore,

alla luce dei recenti episodi di microcriminalità – si pensi solamente a quanto successo domenica sera nel parco di Martignano, dove due giovani sono stati aggrediti con coltello e pistola in un tentativo di mano armata -, credo sia necessario ribadire come sia fondamentale che il Comune di Trento si impegni maggiormente sul tema della sicurezza.

Per amministrare una città che ha bisogno di essere protetta e amata tutti i giorni e non a corrente alterna, non è sufficiente, né può tanto meno rappresentare un motivo di valore, intervenire solamente nel momento in cui si accende la tensione, come puntualmente vediamo fare da alcuni esponenti della maggioranza in Comune che sui social tuonano “ho presentato più di 50 atti in Consiglio sulla sicurezza e ne sono orgoglioso”, inconsapevoli del fatto che, se i loro atti fossero stati veramente efficaci, probabilmente ne sarebbero bastati la metà.

Noi di AGIRE per il Trentino crediamo sia fondamentale che il Comune si attivi per ampliare e ammodernare il sistema di videosorveglianza sul territorio, con moderne videocamere full HD e visione notturna, sostituendo le videocamere installate anni fa e ormai obsolete, poco utili ai fini del riconoscimento di chi commette atti delittuosi.

Oltre a ciò, è essenziale lo studio di un sistema per mettere queste videocamere in rete tra tutte le Forze dell’Ordine. In questo modo sarebbe possibile aumentare l’efficacia della vigilanza e la condivisione delle informazioni, visto che, per affrontare questi problemi, diventa fondamentale una sinergia ancora più intensa tra tutte le Forze dell’Ordine.

La realizzazione di questo sistema potrebbe essere affidata a Trentino Digitale, azienda di proprietà pubblica, con una quota di partecipazione anche del Comune di Trento, la quale potrebbe avvalersi della rete wireless di proprietà pubblica, gestita dall’azienda, per mettere in rete l’intero sistema di videosorveglianza della città di Trento.

E’ palese che per scongiurare ulteriori episodi di degrado e vandalismo, gli interventi in materia di sicurezza presuppongono una logica: oltre all’ammodernamento del sistema di videosorveglianza è essenziale un miglioramento dell’illuminazione pubblica oltre ad un migliore coinvolgimento della Polizia locale. Proprio essa potrebbe occuparsi, anche in orario serale del pattugliamento dei sobborghi che – vorrei ricordare agli attuali amministratori – fanno parte di Trento (visto che negli ultimi anni pare se ne siano dimenticati). Gli interventi descritti contribuirebbero a creare un argine nei confronti di una situazione che, se non viene affrontata con urgenza e raziocinio, non potrà che peggiorare.

Sandro Bordignon – Vicesegretario Politico di AGIRE per il Trentino

Potete inviare le vostre lettere al direttore da inserire nella rubrica «io la penso così» scrivendo a: redazione@lavocedeltrentino.it

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Società

Quasi 17 milioni di italiani non producono reddito. Un terzo vive con la pensione

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Se una famiglia su 3 sopravvive grazie alla pensione dei nonni il cui 36% percepisce un assegno annuale inferiore ai mille euro, vuol dire che il sistema Italia è arrivato al capolinea.

Non solo, ma altri dati scandalosi indicano che sono 7,4 milioni le famiglie per le quali le pensioni sono il 75% del reddito e 2,6 milioni i nuclei famigliari per i quali la pensione è l’unica fonte di guadagno.

Siamo arrivati all’assurdo, perché diversamente non si può definire una realtà nella quale quella che dovrebbe essere una cifra utile a garantire una vecchiaia più o meno serena, diventa invece l’unica forma di sostentamento per l’intero nucleo famigliare.

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E’ colpa della disoccupazione, del lavoro instabile, dei lavori  precari, ma è assurdo che la pensione si trasformi di fatto in un ammortizzatore sociale, anche perché una realtà già di per se stessa debole, diventa il supporto principale di nuclei economicamente vulnerabili raddoppiando così il rischio povertà.

Purtroppo sono 16,6 milioni gli italiani che non producono reddito e i dati forniti dall’Istat allarmano ancora di più quando si prende in considerazione realtà nelle quali l’assegno viene condiviso, pur vivendo sotto tetti differenti.

Paradossale anche il fatto che chi ha iniziato a lavorare negli anni settanta ed è andato in pensione con salari in crescita e regole di calcolo previdenziale più favorevoli rispetto ad oggi, percepisca una pensione più alta rispetto all’attuale media degli stipendi.

Tuttavia se il 36,3% riceve una somma mensile inferiore ai 1000 euro, il 12,2% non va oltre i 500 euro, un pensionato su quattro ( 24,7%) supera i 2000 euro.

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Se in Italia un terzo della popolazione vive di pensioni, il sistema welfare e previdenza rischia di non reggere anche perché il numero dei pensionati è destinato a crescere, mentre gli stipendi o si assestano o diminuiscono.

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