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Trento

Cia sulle affermazioni di Faustini: “Scorretto. Io ho espresso un pensiero politico, lui mi attacca a livello personale, dimostrando disonestà intellettuale e di non essere informato”

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È scontro violento fra il consigliere provinciale di Agire Claudio Cia e il direttore dell’Adige Faustini.

Tutto nasce dalla pubblicazione di una lettera di Claudio Cia sul media diretto da Faustini dove vengono criticate le parola dell’arcivescovo Tisi dopo la pubblicazione del sondaggio della Diocesi sull’accoglienza in Trentino. (abbiamo riportato sotto l’articolo la lettera)

Quella che pareva essere una semplice lettera, un parere, come tanti, ha scatenato una vera guerra fra Cia e Faustini. Gaglioffa è stata un’altra lettera che il direttore dell’Adige ha voluto pubblicare dove veniva criticata la scelta del direttore di pubblicare la lettera di Cia definita troppo lunga.

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Faustini risponde al lettore, ma le sue parole – secondo Cia – non raccontano la verità dei fatti.

Il consigliere provinciale allora replica senza peli sulla lingua.

IL COMUNICATO DI CLAUDIO CIA – Ho letto con delusione la risposta che il direttore del quotidiano “l’Adige”, Alberto Faustini, somministra oggi ad un lettore che, nello spazio dedicato alle lettere, critica la pubblicazione di una mia lettera il giorno precedente, a suo dire troppo lunga.

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Faustini scrive che il lettore ha ragione, che “la lettera era troppo lunga e andava tagliata”, e aggiunge: “Ho pensato che Cia mi avrebbe accusato d’essere un censore e mi sono trattenuto”. No caro direttore, lei è scorretto. Io ho chiamato il suo giornale, chiedendo espressamente di lei, per avvisare che avrei spedito una lettera più lunga del normale, chiedendo cortesemente di valutarne la pubblicazione su l’Adige. Questa è la verità. Perché a differenza di altri politici, magari ex direttori di quotidiani, io non ho mai chiamato in redazione per lamentarmi della non pubblicazione di quanto invio, o per contestare articoli di altri.

Ma il direttore va oltre e, dopo aver vantato la sua risposta contro il sottoscritto, si inerpica a rispondere al lettore in merito a quella che è una vera e propria leggenda metropolitana: Cia che rincorre e fa “arrestare un innocente solo perché di pelle nera”. Faustini scrive che il ragazzo “non aveva colpe” ma, gli “pare di ricordare” che alla fine venne archiviata anche la presunta diffamazione di Cia, “consigliere che avrebbe comunque potuto gestire in modo diverso la vicenda, se non altro cospargendosi il capo di cenere. Niente meno! Caro direttore, anche qui si dimostra scorretto. Invece che nascondersi dietro ai “pare di ricordare” le riassumo io la vicenda: il procedimento è stato archiviato perché gli elementi acquisiti non sono stati ritenuti idonei a sostenere l’accusa. Addirittura il P.M. ha evidenziato come il soggetto aveva una situazione già compromessa per una precedente denuncia di spaccio e per alcuni comportamenti di violazione delle regole cui seguì l’arresto, e non certo per la pubblicazione di alcune foto su Facebook da parte del sottoscritto, che non hanno in alcun modo danneggiato l’imputato, ma addirittura, scrive il P.M., “aumentarono il suo prestigio criminale”. Lei difenda pure queste persone, ne ha tutto il diritto e ha fatto la sua scelta, ma non si permetta di dirmi che dovrei anche cospargermi il capo di cenere.

Ma non è finita qui, Faustini chiude la sua replica scrivendo che “Cia, per quanto possa sembrare assurdo, ha una certa coerenza in merito: ce l’ha da sempre con gli stranieri e persino con la Chiesa che osa accoglierli, mi par d’aver capito”. Anche qui, nascosto dietro un “mi par d’aver capito”, Faustini spara la sua sentenza, il suo giudizio, forse più un pregiudizio: Cia ce l’ha con stranieri e Chiesa, da sempre. Non ci si scappa, così ha sentenziato. Ovviamente è una sua considerazione personale, non sostenuta da alcun elemento oggettivo, che però ferisce e infastidisce. Io nella mia lettera del giorno precedente e nei miei interventi esprimo un pensiero politico, lui mi attacca invece a livello personale, dimostrando disonestà intellettuale e di non essere informato, e questo preoccupa, perché dalla sua posizione di direttore di giornale contribuisce con le sue uscite a fare “opinione”, facendo passare un messaggio non veritiero.

LA LETTERA DI CLAUDIO CIA DEFINITA TROPPO LUNGA DAL LETTORE – Mercoledì 25 settembre è stata presentata alla stampa da Mons. Tisi un’indagine commissionata dalla Chiesa trentina e denominata “Accogliere per crescere”, la quale ha avuto il proposito
di raccogliere le impressioni di Comuni e Parrocchie che hanno ospitato dei soggetti richiedenti protezione internazionale (RPI). Durante la presentazione gli oratori hanno parlato di pregiudizi e di paura del diverso dipingendo, forse accidentalmente, la gente trentina come un popolo gretto e impaurito, distante dai doveri di solidarietà ai quali siamo tutti chiamati.

È bene ricordare che l’istinto di solidarietà è essenza stessa del popolo trentino il quale, ben prima dell’esplosione dei flussi migratori, si è sempre prodigato per l’assistenza ai bisognosi, come nel caso di calamità naturali o progetti con paesi in via di sviluppo.

L’arcivescovo Tisi, accogliendo forse le istanze di chi lo vorrebbe più politicamente impegnato (al punto da chiedere “un intervento diretto” “come ama fare papa Francesco”), nel corso della presentazione ha ripetuto il suo mantra: “Chi non accoglie va contro il Vangelo”.

E’ bene quindi prendere in mano quelle fonti di Autorità che sono i Vangeli, e leggerli. Chi aprirà il Vangelo di Luca, troverà la nota “Parabola del buon Samaritano”, che ci invita a ragionare sul significato di “prossimo tuo”.

Contrariamente a ciò che si fa di solito, io credo che grande attenzione andrebbe posta sul sacerdote e sul levita. Essi, nella visione tradizionale, non aiutano l’uomo e passano oltre: chissà magari quante persone hanno aiutato sulla via di Gerico, oppure chissà quali emozioni li hanno spinti a scegliere di non aiutare l’uomo. Essi potrebbero essersi diretti verso Gerico per cercare aiuto, ma questo – e altre cose – non è dato sapersi.

Io credo che la Chiesa di oggi si stia comportando come il sacerdote e il levita: avendo lo sguardo rivolto a chi viene da lontano, finisce per non accorgersi di chi è qui, al ciglio della strada, ed ha bisogno di aiuto. Non è detto che sia un approccio sbagliato, chissà quante persone sta aiutando, tuttavia non volge lo sguardo al suo “prossimo”.

Non credo sia quindi corretto parlare di “popolazione trentina con pregiudizi verso il diverso”. Penso sia più giusto parlare di “popolazione trentina che vuole vederci chiaro e che pretende una gestione trasparente ed oculata del fenomeno migratorio”. Non si può pensare di continuare secondo la logica del “più siamo e meglio stiamo”, perfettamente consci di come questo modo di gestire i flussi migratori (che coinvolgono indistintamente RPI, immigranti economici e climatici) abbia creato povertà, sofferenza e delinquenza.

Un’accoglienza oculata permetterebbe di dare dignità alla persona, così come richiesto dalla Carta costituzionale e dalle convenzioni internazionali, e libererebbe chi è giunto in Trentino molto tempo fa, ed oggi è perfettamente integrato, da quell’equivoco di sentirsi estraneo, solo perché associato al recente flusso migratorio che travolge e annulla l’idea stessa di integrazione. In questa situazione il compito della Chiesa è sicuramente quello di ispirare alla bontà e ai sentimenti cristiani ma è compito della politica, e della politica sola, adottare le misure che si ritengono necessarie per regolare il fenomeno migratorio, promuovendo politiche equilibrate che non diano adito a conflitti e ad ingiustizie sociali.  È poi incontrovertibile che un’immigrazione incontrollata, di quantità e non di qualità, non porti altro che braccia da sfruttare e malcontento sociale, con una notevole diminuzione dei diritti dei lavoratori, soppiantati da una manodopera a basso prezzo. Quella dell’immigrazione è, per il sottoscritto, la sfida che la politica dovrà affrontare nei prossimi anni, mettendo al centro le persone, perseguendo fini concreti e ambiziosi, ma con la consapevolezza che solo la collaborazione, la mutualità e il rispetto dei ruoli ci permetteranno di raggiungere quei risultati che i trentini ci chiedono.

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