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Trento

Terza commissione: sopralluogo nelle aree delle discariche contestate a Sardagna e a Pilcante

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La Terza Commissione del Consiglio competente in materia ambientale presieduta da Ivano Job, ha visitato oggi due siti che nei prossimi anni potrebbero ospitare altrettante discariche di grandi dimensioni: l’ex cava Italcementi di Sardagna appartenente alla Sativa, e la cava Manara a Pilcante di Ala.

Il condizionale – “potrebbero ospitare” – è d’obbligo sia perché le proprietà che hanno chiesto di realizzare la discarica in queste aree sono in attesa delle necessarie valutazioni, verifiche tecniche, pianificazioni di settore e conseguenti autorizzazioni – e il termine di legge entro il quale la Provincia dovrà rispondere è il 31 dicembre 2020 –, sia in quanto contro la realizzazione dei due progetti sono scesi in campo in entrambe i casi comitati di cittadini.

E ad opporsi al progetto di Pilcante c’è anche il consiglio comunale.

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Ai sopralluoghi hanno partecipato oltre a Job (Lega) anche i consiglieri Alessio Manica e Sara Ferrari del Pd, Filippo Degasperi (5 stelle), Lucia Coppola (Futura), Lorenzo Ossanna (Patt), Denis Paoli, Gianluca Cavada e Katia Rossato, tutti e tre della Lega, accompagnati da alcuni dirigenti, funzionari e tecnici dei diversi servizi provinciali impegnati nell’istruttoria e negli accertamenti del caso.

Sardagna, la pesante eredità dell’Italcementi e il problema della frana incombente – Dopo essere stati accolti a Sardagna dai rappresentati del Comitato SOS Sardagna – Alessandra Degasperi, Antonio Lovise e Annamaria Berloffa – e dal presidente della circoscrizione Alberto Pedrotti, i consiglieri della Terza Commissione sono stati accompagnati dall’amministratore delegato e dal titolare della Sativa Lorenzo e Nicola Zampedri a visionare l’area dell’ex cava e della vecchia discarica Italcementi, abbandonata dal dicembre 2008 e ormai “riconquistata” dalla vegetazione circostante.

Ad emergere dalla boscaglia che avvolge e ricopre quasi per intero i 13 ettari della proprietà Sativa sono solo la vecchia, arrugginita ma imponente teleferica per il trasporto a valle degli inerti e il tetto dell’edificio dedicato al personale. Più in alto sbucano ancora dal terreno come iceberg le vette delle colline formate da cumuli di vari materiali, evidentemente non solo strappati alla montagna.

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Con la riattivazione della discarica, che occuperebbe 9 ettari, la Sativa vorrebbe riempire l’ex cava nella quale potrebbe conferire fino ad 1 milione e 220 mila tonnellate di inerti. Gli ettari rimanenti verrebbero ceduti dalla società al Comune. Due sono però i problemi.

Da un lato il comitato SOS Sardagna, che si oppone con forza al progetto e ha spiegato il perché ai consiglieri provinciali incontrati l’11 settembre scorso: il sobborgo che sovrasta Trento ha già subito nel secolo scorso un immane scempio ambientale causato dall’Italcementi, per cui ora dice basta e, anche per i dubbi legati alla natura non ancora chiara degli inerti che verrebbero conferiti, chiede alla Provincia di acquisire l’area della Sativa per farne una zona verde. L’altro elemento che blocca il progetto è la frana incombente sopra la strada comunale e l’ex cava-discarica, in parte carrabile e in parte sterrata, che da Sardagna conduce a Ravina e lungo un tratto della quale i rappresentanti del comitato anti-discarica hanno condotto i consiglieri.

Il terreno argilloso scivola lentamente dalla montagna a valle e il fenomeno franoso si accentua in occasione di precipitazioni forti e prolungate. Insomma, per i geologi della Provincia, prima di pensare al ripristino della discarica è necessario evitare rischi mettendo in sicurezza l’area per arrestare e neutralizzare lo smottamento con misure adeguate.

Tra queste, per stabilizzare il terreno, si è ipotizzato proprio il conferimento del materiale con la realizzazione della discarica. Intanto gli scostamenti anche minimi del terreno accanto al sentiero sono sottoposti dai tecnici ad un continuo monitoraggio.

D’altra parte l’ad della Sativa Zampedri è perentorio: “siamo una ditta di Trento e ci sentiamo affettivamente legati a questo territorio. Solo per questo non ci siamo ancora arresi nonostante i lunghi tempi di attesa”. “Ma dal 2014 in poi – ricorda – ogni anno che passa in assenza della VIA e per la mancata partenza del progetto, la manutenzione di quest’area e del personale ci costa tra gli 80 e i 100 mila euro. A questo punto – conclude Zampedri – se la risposta non ci arriverà entro un anno taglieremo i cavi della teleferica che così non potrà più essere utilizzata a servizio della discarica”.

Pilcante: no del consiglio comunale ma Manara è disposto a correggere il progetto – La Commissione si è poi recata a Pilcante di Ala, ricevuta all’ingresso della cava di ghiaia e sabbia dal titolare della ditta proprietà, Fabrizio Manara, e da cinque componenti del comitato “NO discarica”: Chiara Saiani, Renato Moschini, Claudio Soini e Antonella Simoncelli. Il sito in cui verrebbe collocata la discarica occuperebbe una superficie di 11 ettari rispetto ai 40 della cava.

Prima della visita all’interno dell’area il sindaco di Ala Claudio Soini (omonimo del membro del comitato) ha ricordato le ragioni per cui il Consiglio comunale ha deciso di opporsi con una mozione al progetto, chiedendone lo stralcio dal piano comprensoriale. “Non abbiamo ravvisato nell’opera un interesse pubblico – ha spiegato – e ci siamo attenuti al principio di precauzione per tutelare innanzitutto la salute dei cittadini. Inoltre la discarica confinerebbe con un’area agricola di pregio”.

Per il comitato contrario alla realizzazione dell’opera Chiara Saiani e Antonella Simoncelli hanno messo l’accento sulle principali preoccupazioni dei residenti: il gran numero di mezzi pesanti che transiterebbero per il trasporto dei materiali; le deroghe sugli inerti da conferire; l’esistenza di varie altre discariche, tra cui una di pneumatici, vicino a Pilcante; i venti frequenti che portano le polveri ovunque; le abitazioni prossime al sito; il fatto che non tutti i materiali arriverebbero dal Trentino; la falda acquifera situata 1-2 metri sotto l’area della futura discarica; non ci sono mai stati controlli sufficienti. “Sono problemi oggettivi – hanno concluso – che rendono il nostro ‘no’ motivato e non frutto di una chiusura preconcetta”.

Dal canto suo Manara ha espresso la ferma volontà di agire nel pieno rispetto dei limiti imposti dalle leggi e soprattutto la “disponibilità di rivedere e modificare il progetto iniziale che inizialmente – ha ammesso – poteva apparire aggressivo, per accogliere il più possibile le legittime esigenze del comitato e del Comune. Non è nostra intenzione inquinare i terreni e per questo abbiamo previsto un’impermeabilizzazione. Cercheremo di ridurre al minimo l’impatto del traffico. Prevediamo il passaggio di un minimo di 7 a un massimo di 40-45 camion al giorno facendo in modo che siano carichi sia all’andata che al ritorno. E intendiamo anche andare incontro ai dubbi dell’amministrazione”. “Ci aspettiamo però – ha sottolineato il titolare – una valutazione più precisa del progetto e dell’impatto che l’opera avrebbe. Anche perché dal 1974 ad oggi la nostra impresa ha sempre lavorato bene e non ha mai causato difficoltà alla popolazione locale. Non bisogna dimenticare – ha concluso – che discariche esistono perché ci sono materiali da conferire e che da qualche parte vanno quindi portati. Non vorremmo che questa vicenda fosse strumentalizzata e siamo più che disposti a confrontarci con la popolazione, a farci carico di tutte le obiezioni e a tentare di chiarire ogni dubbio”.

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