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Società

Nuove piste da sci in Trentino: ha senso investire?

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Ha senso investire in nuove piste da sci, magari all’interno dei Parchi e nelle aree più suggestive delle nostre montagne?

Il dibattito è vivace: c’è chi, come i gestori delle funivie, le chiedono a gran voce e c’è chi invece, in questo caso il presidente del parco Adamello – Brenta, dice basta, senza tralasciare associazioni come la Sat che chiude a ogni possibilità futura di nuovi impianti.

Di certo le piste da sole non sono in grado di risolvere i problemi della stagione invernale, che deve fare i conti con i mutamenti climatici che non solo fanno nevicare meno, ma anche fuori tempo massimo: è neve primaverile e nelle migliori delle ipotesi pasquale.

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Allora gli impianti, nuovi o vecchi che siano, chiedono bacini per produrre neve artificiale in quantità sempre maggiore.

La vecchia striscia bianca in mezzo a prati verdi è antiestetica ed allora si vuole allargare il più possibile il manto nevoso, ma anche così non siamo alla soluzione del problema.

A condizionare tutto il sistema c’è inoltre la crisi economica (sono sempre meno gli italiani che possono permettersi la settimana bianca).

Poi c’è l’eterna contrapposizione che divide gli sciatori. Per i più raffinati è impossibile sciare sulla neve artificiale, mentre altri si accontentano. Alla fine basta fare qualche chilometro in più e si è in Austria, le cui montagne sono da anni baciate dalla fortuna di avere neve naturale in abbondanza; ma anche in Italia non mancano le alternative alla neve artificiale.

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Allora ha un senso pensare ad investire in nuovi impianti, creare reti di piste da sci che collegano anche Province diverse? Una via di mezzo potrebbe essere quella indicata dall’assessore Tonina, ovvero revisione dei Piani Regolatori a livello locale per ampliare laddove possibile, le aree sciistiche.

Mentre i nuovi impianti dovrebbero essere affidati totalmente agli investimenti dei privati, valutate ovviamente le problematiche di carattere ambientale, ma con una clausola: in caso di fallimento della società di gestione e mancata vendita a terzi, la proprietà dovrebbe garantire la copertura dei costi d’abbattimento dei tracciati.

Nei nuovi progetti, dal momento che si tratta di investimenti ad alto rischio, il privato deve farsi carico di tutte le spese che in caso di fallimento, non potranno essere a carico dei cittadini.

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Io la penso così…

Ma le tasse dei pensionati sono soldi di serie B? – di Adriano Bertolasi

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Caro Direttore,

Leggendo le varie proposte che in questi giorni stanno “girando” per il “Palazzo”, la cosa più sconcertante è che il cuneo fiscale riguarderà solo i lavoratori e non i pensionati.

Mi risulta che pure i pensionati pagano le tasse (e a volte inique rispetto a certe pensioni al limite della sopravvivenza), ma questi ultimi dopo avere lavorato una vita, non vengono presi in considerazione, se non di tanto in tanto, per rosicchiare loro ciò che percepiscono da uno Stato, che usa il termine “pensionati” da parte di qualche partito politico, solo per aggiungere maggiore cassa di risonanza durante la propaganda politica pre-elettorale.

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Mi chiedo veramente se a questo punto le tasse pagate dai pensionati siano il frutto di ciò che pensava tempo addietro la Merkel, ovvero di costituire L’Euro A e L’Euro B! I pensionati secondo le singole circostanze in cui vengono tirati in ballo usano l’Euro A quando devono pagare e vengono a ritrovarsi l’Euro B quando fanno i conti con le loro tasche.

Questo governo nato con il chiaro ed esclusivo intento anti-lega, ne inventa una ogni giorno con operazioni di brainstorming di matrice psichiatrica! Si parte da idee folli come la tassa sulle merendine, alle bibite gassate, per poi ritrovarsi a volere aumentare la tassa sulla fortuna, tassando i vari giochi in caso di vincite.

Partendo dal presupposto che i “giochi” di Stato sono un’importante entrata per le casse erariali fine a se stesse e che le probabilità di vincita sono sempre a favore del “banco” e mai del giocatore, così facendo si va a disincentivare alla fonte una potente fonte di entrate fiscali, con riflessi che non saranno certamente positivi per  quanto riguarda le entrate. L’unica cosa positiva sarà che verrà parzialmente limitato il fenomeno del gambling (gioco d’azzardo compulsivo).

Altra scelta politica “irresponsabile e demenziale”,   riguarda la costante penalizzazione del mercato dell’automobile, inventando soluzioni da trattamento sanitario obbligatorio! Anziché promuovere il mercato dell’automobile con tutti i vantaggi anche per  per  gli indotti di settore, come è avvenuto negli anni passati in America, dove di conseguenza l’economia americana ha ripreso quota dopo un periodo di lungo stallo,  si cerca di penalizzare costantemente quella che potrebbe diventare l’asse portante della nostra economia.

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Si tassano autovetture di grossa cilindrata in tutte le maniere, dal costante aumento delle accise sui carburanti ai super-bolli- ai “malus” “sulle emissioni inquinanti oltre certi parametri”,  permettendo solo ai super-ricchi di possederle, in quanto sono gli unici in grado poi di sostenere le spese di mantenimento delle stesse e limitando quindi un mercato in possibile espansione, con conseguenti limitazioni di introito di IVA a favore delle casse erariali!

Vengono sponsorizzate le auto elettriche per “ragioni di inquinamento ambientale”, quando non esiste ancora un’ adeguata rete di ricarica delle stesse sul territorio nazionale, senza tenere presente altri diversi fattori di non secondaria importanza.

Riusciranno quando saranno a regime gli impianti di distribuzione di ricarica elettrica, le singole società di distribuzione ad erogare in tutta Italia l’energia che verrà consumata? Oggi come oggi ricaricare una macchina elettrica presenta dei grossi problemi sia logistici sia di tempo per la  ricarica stessa, inoltre nessuno mai, informa dei costi delle batterie di tali autovetture!

Una casa automobilistica garantisce la batteria mediamente per otto anni di durata. Dopo tale periodo di tempo una batteria quando dovrà essere sostituita, avrà  un costo diretto a carico del proprietario, ma nessuno affronta pubblicamente i costi di tali batterie, che secondo il tipo di autovettura, partono sempre da diverse migliaia di euro: ( attualmente i prezzi oscillano orientativamente intorno ai 10-15 mila euro e anche più a batteria, secondo il modello delle singole autovetture). Inoltre nessuno ha pensato seriamente ad un programma di base, finalizzato allo smaltimento di tutte le batterie che si riverseranno nei vari centri di raccolta rifiuti,….con i problemi che si determineranno a causa delle difficoltà di smaltimento delle stesse.

La salvaguardia ecologica è argomento serio e importante e non semplice e irresponsabile spot elettorale!…Questi concetti sarebbe utile farli presenti a coloro che pontificano  “Green” dalla mattina alla sera, senza avere minimamente cognizione di causa, di quale immenso impatto ambientale  dovremmo affrontare nei prossimi anni!   Ora in aggiunta a tutte queste “oculate” scelte governative, si vuole  limitare anche l’uso del contante nei prossimi mesi, che dovrebbe scendere fino a 1000 euro nel 2021, convinti di arginare in tale maniera l’evasione fiscale….
Una scelta al limite del ridicolo!

Iniziamo invece nel giro di due mesi, a mettere fuori corso tutti i biglietti da 200 e 500 euro in tutta Europa e poi potremo vedere quanti forzieri si apriranno magicamente, per fare emergere tutto il sommerso che in questi anni è finito nelle banche estere e non solo! Ma in realtà ci sono troppi interessi intrecciati tra mafia e politica per avere il coraggio di intraprendere iniziative e scelte radicali per dare un serio stop all’evasione fiscale.

 Adriano Bertolasi – Trento 

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Telescopio Universitario

Erasmus vincente all’Università di Trento

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Sono 13 i progetti Erasmus+ che vedono coinvolta l’Università di Trento e che hanno ottenuto il finanziamento complessivo di oltre 13 milioni e mezzo.

Le risorse della Commissione europea che saranno gestite direttamente da UniTrento ammontano a oltre 4 milioni di euro grazie alla partecipazione nell’ambito della call Erasmus+ 2019 in qualità di coordinatore o di partner delle molteplici azioni previste dal programma europeo.

Le risorse saranno ora investite a favore della mobilità e della cooperazione internazionale. L’Ateneo, che si conferma tra i principali snodi europei di mobilità studentesca, dà l’opportunità di partecipare a un’ampia gamma di percorsi integrati di formazione e di crescita.

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Tra i progetti finanziati all’interno della categoria Erasmus Mundus Joint Master Degrees c’è l’International Master in Security, Intelligence & Strategic Studies (IMSISS), il nuovo corso di laurea magistrale congiunto della Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento con un budget complessivo di 4.370.000 euro in sei anni.

C’è poi l’European Master Program in Language and Communication Technologies, sviluppato sul corso di studio in Scienze cognitive del CIMeC – Centro interdipartimentale mente/cervello dell’Università di Trento, con un budget complessivo di 4.274.000 euro in sei anni. In entrambi i casi, a fine percorso, studenti e studentesse conseguiranno titoli accademici validi in tutti i Paesi aderenti al consorzio.

Oltre a 1.517.000 euro di risorse europee a sostegno del tradizionale e molto apprezzato tra gli/le universitari/e di tutta Europa programma Erasmus che promuove la mobilità di studenti, docenti e personale amministrativo all’interno dei Paesi europei, l’Università di Trento ha ottenuto anche un importante finanziamento pari a 1.159.865 euro all’interno dell’iniziativa International Credit Mobility, che si riferisce alla mobilità studentesca e di personale docente e tecnico-amministrativo da e per Paesi extra-europei. In questo caso la mobilità potrà avvenire da e verso 28 atenei extra-Ue su 13 Paesi diversi nell’arco di 3 anni.

Altri quattro progetti approvati afferiscono alla categoria Strategic Partnerships e hanno l’obiettivo di sostenere lo sviluppo, il trasferimento di conoscenze e l’attuazione di pratiche innovative a livello organizzativo e istituzionale: Core Technologies for Education and Innovation in Life Sciences (InnoCore), coordinato dal Dipartimento Cibio dell’Università di Trento (budget di 449.930 euro); Teaching Col-lab: Collaborative Platform for Teaching Excellence & Innovation (budget complessivo 182.000 euro); Inclusive Childhood Education Supported by Multimedia and Digital Storytelling, promosso dal Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento con un budget complessivo di 450.000 euro; Urban diversities: challenges for social work promosso dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento per un budget di 140.000 euro.

All’interno della categoria Capacity Building, volta a sostenere modernizzazione, accessibilità e internazionalizzazione dell’istruzione superiore nei Paesi partner, è stato approvato anche il progetto Introducing Recent Electrical Engineering Developments into Engineering undergraduate curriculum, promosso dal Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell’Informazione dell’Università di Trento per un budget complessivo di oltre 800.000 euro.

Finanziati, infine, quattro progetti nell’ambito dell’azione Jean Monnet, volta a valorizzare iniziative che promuovono il processo di integrazione europea, una cittadinanza europea attiva, il dialogo tra popoli e culture e il ruolo dell’UE in un mondo globalizzato: Internationalization and Soft Skills for Change Management in Europe (budget 26.892); Trento Artificial Intelligence Laboratory (41.497); Financial Innovation For Active Welfare Policies (56.946); North Africa Middle East Politics and EU Security (55.575).

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Telescopio Universitario

UniTrento/Eurac Research – Lo stile di vita minaccia i batteri intestinali: una conferma da Ötzi

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Il microbioma intestinale è un delicato ecosistema composto da miliardi e miliardi di microrganismi, soprattutto batteri, che aiutano le nostre difese immunitarie, ci difendono da virus e agenti patogeni e ci aiutano nell’assorbimento dei nutrimenti e della produzione di energia.

Ma il processo di industrializzazione delle popolazioni occidentali ha avuto un impatto rilevante sulla varietà della sua composizione. La conferma arriva da uno studio condotto sui batteri trovati nell’intestino di Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio, ritrovato nel 1991 tra le nevi delle Alpi Venoste al confine tra Italia e Austria.

Il DNA dei batteri della mummia, analizzato dagli esperti di Eurac Research, ha confermato ciò che i ricercatori dell’Università di Trento avevano evidenziato analizzando il genoma dei microrganismi intestinali di oltre 6500 persone di tutti continenti.

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Ricerche precedenti dell’Università di Trento avevano dimostrato che esiste un collegamento tra la composizione batterica del microbioma e l’aumento in Occidente dell’obesità, delle malattie autoimmuni e gastrointestinali, delle allergie e di molte altre patologie complesse. In uno studio pubblicato oggi sulla rivista Cell Host & Microbe i ricercatori del Cibio dell’Università di Trento e di Eurac Research di Bolzano dimostrano come le differenze tra il nostro microbioma occidentale e quello non-occidentale o preistorico siano legate alla riduzione di alcuni tipi di batteri legati al processamento di fibre complesse e vegetali nel nostro intestino.

La causa sarebbe da ricercare nelle conseguenze del processo di occidentalizzazione. Il cambiamento della dieta, più ricca di grassi e povera di fibre, lo stile di vita più sedentario e urbanizzato, lo sviluppo di nuove abitudini igieniche e la diffusione di antibiotici e altri medicinali hanno senz’altro reso la nostra vita più sicura, ma hanno anche avuto un impatto sul delicato equilibrio del nostro microbioma.

I ricercatori di Eurac Research di Bolzano hanno sequenziato il DNA dell’Iceman, ricostruendo il suo patrimonio di batteri e i ricercatori dell’Università di Trento lo hanno confrontato con quello di alcune popolazioni contemporanee non occidentalizzate (in particolare in Tanzania e in Ghana), cioè non abituate a consumare cibi raffinati e che hanno stili di vita e condizioni igienico sanitarie diverse da quelle occidentali. Con risultati sorprendenti.

Lo studio si è concentrato in particolare su “Prevotella copri”, un batterio che, quando presente, è quasi sempre il più abbondante nel nostro intestino. Prevotella copri colonizza il 30% circa dell’intestino gli occidentali. «Per prima cosa abbiamo scoperto che non si tratta di una sola specie, piuttosto di quattro specie distinte, anche se strettamente imparentate» spiega Nicola Segata, coordinatore dello studio insieme a Adrian Tett, sempre del Cibio dell’Università di Trento.

«Poi abbiamo notato che almeno tre di queste quattro specie sono quasi sempre tutte presenti nelle popolazioni non-occidentalizzate, ma sono invece molto meno prevalenti nella popolazione occidentale. E quando invece in queste ultime si trova, vi è tipicamente una sola delle quattro specie. Abbiamo ipotizzato che il complesso processo di occidentalizzazione abbia una grossa influenza sulla possibile perdita di tale batterio. La nostra ipotesi è stata confermata dall’analisi di DNA antichi a cui abbiamo avuto accesso grazie alla collaborazione con Frank Maixner dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research. Nell’intestino dell’Iceman, infatti, tre delle quattro le specie sono chiaramente identificabili. La stessa presenza multipla delle quattro specie è confermata anche nei campioni di feci fossilizzate dal Messico che risalgono a oltre mille anni fa. Resta da capire in futuro quali siano le conseguenze biomediche di un microbioma che è mutato rapidamente negli ultimi decenni ma che si trova a colonizzare il corpo umano che è rimasto invece praticamente immutato geneticamente negli ultimi secoli». «L’uso di campioni “antichi” – continua Tett – ci ha anche permesso di studiare l’evoluzione di queste specie per le quali abbiamo ora evidenza che si siano geneticamente diversificate assieme al genere umano e prima delle iniziali migrazioni umane fuori dal territorio africano».

Lo studio è stato condotto in stretta collaborazione con il gruppo di ricerca di Albert Zink e Frank Maixner di Eurac Research di Bolzano. Il team del centro di ricerca altoatesino ha svolto la parte di raccolta e pre-analisi dei campioni di DNA dell’Iceman. «Il rapporto tra l’evoluzione del genere umano e la varietà dei microrganismi intestinali è un filone di studio ancora poco esplorato che in futuro darà risposte importanti grazie all’esame del DNA antico. Per questo la ricerca di tecniche sempre più avanzate e meno invasive per estrarre e analizzare il DNA dai reperti umani è uno dei principali focus del nostro Istituto” conclude il microbiologo di Eurac Research Frank Maixner.

L’articolo, dal titolo “The Prevotella copri complex comprises four distinct clades underrepresented in Westernised populations”, è stato pubblicato oggi da “Cell Host & Microbe”.

È stato scritto da: Adrian Tett, Kun D. Huang, Francesco Asnicar, Hannah Fehlner-Peach, Edoardo Pasolli, Nicolai Karcher, Federica Armanini, Paolo Manghi, Kevin Bonham, Moreno Zolfo, Francesca De Filippis, Cara Magnabosco, Richard Bonneau, John Lusingu, John Amuasi, Karl Reinhard, Thomas Rattei, Fredrik Boulund, Lars Engstrand, Albert Zink, Maria Carmen Collado, Dan R. Littman, Daniel Eibach, Danilo Ercolini, Omar Rota-Stabelli, Curtis Huttenhower, Frank Maixner, Nicola Segata.
L’articolo è disponibile in open access sul sito di Cell Host & Microbe e su https://www.biorxiv.org/content/10.1101/600593v1.abstract (DOI10.1016/j.chom.2019.08.018)

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