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Io la penso così…

«Il Trentino era uno dei luoghi più culturalmente arretrati tra tutti quelli in cui ho vissuto e lavorato» – Bufera e denuncia di razzismo su una docente universitaria Trentina

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nella foto Federica Ricci Garotti

Spett.le direttore de la voce del Trentino,

Le scrivo per denunciare ciò che ho letto ieri su un media provinciale.

Ieri su L’Adige ho letto un articolo “profughi e aiuti ai disabili“a firma della sig.ra Federica Ricci Garotti, al cui interno troviamo un paragrafo che ha profondamente ferito ed offeso me e soprattutto i nostri avi e nello specifico: “Il Trentino è molto cambiato da quando sono arrivata qui, ma per molti anni dal mio arrivo lo ritenevo uno dei luoghi più culturalmente arretrati fra tutti quelli in cui ho vissuto e lavorato. Chiusura, diffidenza, tre cinema di cui uno porno, un teatro in disuso, strade deserte (e alcolisti) dopo le otto di sera”. Questo è quanto scrive la gentile sig.ra Ricci.

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Per formazione culturale, civica, politica e filosofica, sono convinto che ognuno possa esprimere liberamente le proprie idee purché parli o scriva con cognizione di causa ed onestà intellettuale: il Trentino che vedeva e che forse vede ancora la signora, è quello dello stereotipo del montanaro rozzo ed ignorante, sospettoso, che non trova riscontro nella realtà trentina, a meno di non voler attribuire alla riservatezza (sentimento nobile) della nostra gente, le caratteristiche negative indicate dalla signora.

In effetti il Trentino dei Trentini è una meta preferita da milioni di turisti che ne apprezzano le bellezze (che qualcuno ha conservato) in parallelo con le doti di accoglienza e di organizzazione degli operatori. La Società Trentina ha creato una rete di solidarietà ed aiuto che tutta Italia e non solo, ci invidia: mi riferisco ai Volontari dei VV.FF, al soccorso Alpino, ai Volontari del Trasporto Infermi, ai NU.VO.LA degli Alpini per la protezione civile che in tante occasione di disastri si sono prestati, in silenzio, con grande professionalità e disponibilità.

Questa è la Cultura di cui siamo orgogliosi.

D’altronde il livello culturale di una popolazione non può essere parametrato con il numero dei cinema o di un teatro (come pensa di fare la signora).

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In Trentino esiste una filiera di associazioni, anche della Bella Età, che tramite le filodrammatiche (anche con commedie dialettali) veicolano un messaggio culturale e non solo, in ogni angolo del Trentino.

Ribadisco che il contenuto  è fortemente razzista in quanto indirizzato ad’una intera popolazione da una signora che oltretutto si firma quale docente e le cui doti linguistiche avemmo modo di valutare allorché, in un precedente articolo su L’Adige, scrisse testualmente “di ciò non vedo tracce nel futuro” confondendo la lingua italiana e la scienza con la cultura  dell’università del Mago Otelma.

Danilo Bonetti

Per completezza sotto riportiamo quanto scritto da Federica Ricci Garotti 

Una bella storia di integrazione –  I profughi e l’aiuto ai disabili

Vorrei raccontarle questa storia. Una mia amica ha un figlio gravemente disabile e, non potendo assisterlo 24 ore al giorno, ha assolutamente bisogno di qualcuno che lo sollevi, lo lavi, lo medichi, compia insomma tutte quelle azioni anche fisiche che una donna esile e di una certa età non può più assolvere.

Il ragazzo ha una disabilità corporea, ma è lucidissimo e intelligente, molto colto, studia, legge e si documenta continuamente su molti temi. Ha frequentato le scuole superiori e continua a studiare.

Da circa due anni è assistito da un ragazzo egiziano, di poco più giovane, che per non incorrere in problemi chiamerò Ahmed. Ahmed viene da una famiglia molto povera, lui e le sue sorelle sono arrivati in Italia con una nave di soccorso di una Ong non italiana dopo essere passati attraverso l’inferno dei campi libici, nei quali una delle sorelle di Ahmed è stata più volte violentata, è rimasta incinta, è stata costretta ad abortire in condizioni disperate ed è infine morta per gli abusi subiti e varie complicazioni.

Dell’altra sorella Ahmed ha perso le tracce o in ogni caso non ne parla volentieri, presumibilmente perché anche lei è stata vittima di abusi e chissà poi che fine ha fatto.

Ahmed è un ragazzo forte, sano, molto allegro e intelligente e ha stabilito col figlio della mia amica un rapporto che va molto al di là di quello tra assistito e assistente. Lui lo ha assistito in modo perfetto, come se fosse un fratello e in cambio ha chiesto solo che gli venisse insegnato l’italiano.

Così il figlio della mia amica ha cominciato a dargli lezioni di italiano in cambio dell’assistenza. Dall’alfabeto sono passati alla grammatica, dalla grammatica alla frase e poi ai testi. Ahmed ha cominciato a leggere gli stessi testi che legge il suo assistito: articoli di giornali, di scienza, di antropologia, ha imparato a scrivere al computer, ha conosciuto tanti autori e scoperto tante cose.

Ma il più beneficiato da questa conoscenza è stato il ragazzo disabile che, come ha confessato alla madre, per la prima volta nella vita ha assunto il ruolo di maestro e non di allievo, non è stato solo un semplice malato da assistere, ma finalmente una persona che può insegnare quello che sa a qualcuno e che al tempo stesso può imparare dal suo allievo. La sua disabilità, che li ha inizialmente uniti, è diventata un fattore totalmente secondario rispetto all’impazienza e all’entusiasmo con il quale entrambi si gettavano in questa avventura di alfabetizzazione reciproca: Ahmed portando la sua allegria e la sua cultura levantina, il ragazzo disabile il suo sapere occidentale, senza mai farlo apparire superiore.

Quello che c’è di buono in questa storia è che nessuno dei due ha mai sentito la propria lingua o se stesso come superiore all’altro. Nemmeno il corpo sano e forte di Ahmed era un fattore di potere tra i due, poiché metteva la sua forza al servizio del più debole così come il ragazzo italiano non si è mai posto come il maestro della giusta causa, ma solo un ragazzo per puro caso nato e istruito in Occidente che poteva essere utile a chi per puro caso nato e istruito in Occidente non è.

Cara signora, se è vero che ha detto quella frase a Pinzolo, vorrei che riflettesse su questo: il Trentino è molto cambiato da quando io sono arrivata qui, ma per molti anni dal mio arrivo lo ritenevo uno dei luoghi più culturalmente arretrati tra tutti quelli in cui ho vissuto e lavorato. Chiusura, diffidenza, tre cinema di cui uno porno, un teatro in disuso, strade deserte (e alcolisti) dopo le otto di sera. Anziché deprimermi ho cercato di integrarmi: ho studiato la vostra storia, imparato il dialetto, cercato di insegnare quello che sapevo e adesso sono una forte sostenitrice dell’autonomia provinciale, ne ho capito e condiviso il senso.

In sintesi: il Trentino mi ha dato tanto e io mi sono sforzata di dare tanto al Trentino, come testimoniano le centinaia di studenti che ancora mi dimostrano il loro affetto. Perché non imparare dalle storie di integrazione e scambio? Perché rallegrarsi di essere sbarrati dentro, di non voler imparare niente da nessuno, di non voler accogliere nessuno, perché sentirsi superiori quando tutti possiamo imparare qualcosa da tutti? Da dove arriva questo senso di isolamento e superiorità in una terra che, come la vostra, si è sempre distinta per l’aiuto a chi ha bisogno, l’associazionismo, la solidarietà?

Vorrei solo ricordarle questa frase di Don Milani: «Se voi avete il diritto di dividere tra italiani e stranieri, allora io non ho patria e divido il mondo in diseredati e privilegiati, oppressi e oppressori. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri».

Lei, signora, è per me straniera, oppressore e privilegiata e, al pari di lei, mi rallegrerei molto se tutti i miei stranieri, oppressori e privilegiati scomparissero alla mia vista.

Federica Ricci Garotti – Insegna Lingua e Linguistica tedesca – presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento

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Io la penso così…

Interramento ferrovia nella città di Trento, informazione e condivisione per un intervento di successo

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Egregio direttore,

Agire per il Trentino attraverso il suo coordinamento cittadino ha seguito con molta attenzione tutto il dibattito sulla circonvallazione e sul possibile interramento della ferrovia nella città di Trento.

RFI, Provincia e Comune di Trento stanno proseguendo congiuntamente nella direzione che dovrebbe portare a questa ipotesi e che dovrebbe concludersi, dopo alcuni anni di cantieri, con una riqualificazione urbana e della città.

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Non si può certamente discutere sugli effetti positivi che questo intervento potrebbe avere, ma è importante far capire sotto quale ottica si deve valutare un’opera di questo tipo.

Se dal punto di vista urbanistico ci possono essere pochi dubbi, qualche criticità la si può ricavare dai dati a cui probabilmente nell’enfasi della portata dell’opera viene dato un peso specifico non congruo.

La circonvallazione ferroviaria andrà a togliere dal traffico cittadino tutti i treni merci che sono i più rumorosi, spesso circolano nelle ore notturne e al tempo stesso rappresentano una percentuale importante sul numero di passaggi complessivo.

I dati di prospettiva, relativi alla frequenza internazionale, parlano di 40 mezzi a trasporto passeggeri giornalieri a fronte di 160/200 a trasporto merci. Ritengo sia fondamentale capire quanti potrebbero essere i treni passeggeri transitanti su Trento per valutare se, oltre all’impatto urbanistico, ci possa essere anche una effettiva valenza sostenuta dai numeri.

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Altro passaggio importante, finora decisamente sottovalutato, è l’opinione della cittadinanza. La politica ha il dovere di prendere iniziative coraggiose e lungimiranti per la città, ma questo non deve far passare in secondo piano la sensibilità che i cittadini possono avere nei confronti di questa opera.

Bolzano si sta facendo un referendum per la modifica della viabilità cittadina mentre a Trento siamo a firme su protocolli di progetti già esistenti senza che i cittadini abbiano avuto adeguato modo di esprimersi. Un intervento di questa rilevanza deve avere il sostegno trasversale della politica e della cittadinanza, solo in questo modo i disagi dovuti alla presenza di cantieri potranno essere vissuti con la necessaria consapevolezza del risultato finale.

E’ altrettanto importante, quindi, che si abbia un’idea chiara di cosa dovranno poi essere quei 2,5 km in cui la ferrovia passerà sotto superficie. Ritengo che soltanto con il completamento delle informazioni e la doverosa condivisione,  un intervento importante per la città di Trento possa diventare anche un intervento di successo.

Mauro Corazza – AGIRE per il Trentino – Coordinatore territoriale Città di Trento

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Io la penso così…

Elezione Presidente Consulta degli studenti, Cia (AGIRE): “Meno male che Ghezzi ha partecipato al corso per la comunicazione non ostile”.

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Egregio Direttore,

Puntuale e non richiesto, esattamente come una cartella esattoriale, è arrivato il commento del Consigliere “Essere umano” Paolo Ghezzi sull’elezione del giovane Leonardo Divan a Presidente della Consulta degli studenti. Leonardo, la cui unica colpa è quella di essere tesserato con la Lega, viene apostrofato nel seguente modo: “Dai divanati al divan. E l’asinello per tutti” .

Questa è meravigliosa. La Presepizzazione del Trentino di marca fugattian-bisestiana avanza”. E meno male che il Consigliere era in prima fila al corso per una comunicazione “non ostile“!

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Tralasciando i litri di bile che il Consigliere Ghezzi (e i suoi seguaci, visti certi commenti) avrebbe risparmiato se fosse stato eletto uno studente militante all’interno delle file di “Democrazia proletaria” vorrei sottolineare, da “presepista”, l’intrinseca contraddizione della sinistra: pronta a fare le barricate in nome della “laicità dello Stato” salvo poi rientrare nei ranghi pur di raccogliere i voti “confessionali”.

E’ infatti noto che nel periodo natalizio si risveglia nella sinistra nostrana un forte sentimento cristiano che spinge, anche chi è contrario alla presenza del presepe, alla sua realizzazione, purché la Famiglia santa sia ritratta nei panni di una famiglia di profughi.

E’ bene però ricordare, come ha ben fatto Papa Benedetto XVI nella collana di libri “Gesù di Nazareth”, che al momento della nascita di Gesù, Giuseppe e Maria stavano rientrando dal censimento, disposto non solo per valutare l’entità della popolazione, ma anche per censire i possedimenti così da far pagare i tributi. Non mi risulta che i flussi migratori siano causati da persone con possedimenti in Europa, né tantomeno che esse stiano tornando a casa per pagare le tasse.

Si ricordi poi, la nobiltà di un animale come l’asino: instancabile lavoratore, animale molto intelligente, trasportatore della Famiglia Santa, presente al momento della nascita di Gesù (riscaldato nella mangiatoia da un bue ed un asinello) e, poco prima della Passione, cavalcato da Gesù per entrare a Gerusalemme. Io da Lei, caro consigliere Ghezzi, non mi farei trasportare neanche al supermercato.

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Claudio Cia – Consigliere provinciale

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Io la penso così…

85 milioni di morti attendono giustizia: abbattiamo il muro di omertà sui crimini del comunismo. – di Antonio Coradello

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Spett.Le Direttore,

a trent’anni dal crollo del muro di Berlino e dopo la successiva caduta dell’Unione Sovietica, occorsa nel 1991, con l’apertura degli archivi sovietici agli storici di tutto il mondo abbiamo conosciuto il bilancio agghiacciante delle vittime del comunismo in Russia, in Cina, in Corea del Nord, in Vietnam, in Cambogia, in Polonia, nelle repubbliche baltiche, in Bulgaria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Jugoslavia, in Ungheria ed in generale nell’Europa dell’est, a Cuba, in Nicaragua, in Etiopia, in Angola, in Mozambico, in Afghanistan, ed in altri paesi ancora.

Gli archivi sovietici ci hanno documentato in dettaglio le circostanze, gli strumenti, l’estensione, la premeditazione e la sistematicità nello sterminio di popoli interi da parte del comunismo nel mondo, con un bilancio di vittime di almeno 85 milioni di morti dal 1917 al 1986.

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Si tratta indubbiamente del più grande crimine nella storia dell’umanità, di proporzioni tali che certamente verrà ricordato nei secoli e nei millenni futuri.

Per avere un termine di paragone è da ricordare che la seconda guerra mondiale causò circa 50 milioni di morti, mentre la prima guerra mondiale ne costò poco più di una decina.

Dunque il comunismo, non in tempo di guerra e tra popoli diversi che si combattono tra di loro, ma in tempo di pace e contro gli stessi popoli su cui comandava, ha causato un numero di morti molto superiore rispetto a quello provocato dalle due guerre mondiali messe assieme, che sono ricordate come i più grandi conflitti nella storia dell’umanità. Ciò che è agghiacciante è che fino ad oggi è mancato un processo di Norimberga, almeno morale, per il comunismo nel quale si riconoscano i crimini comunisti e quanto meno vi sia, di conseguenza, il ricordo e la riabilitazione delle sue vittime.

Oltre ai morti va inoltre ricordato il mare di violenza, di miseria materiale e morale, di repressione e di terrore in cui ha vissuto mezzo pianeta per oltre settant’anni, senza contare quanti ancora oggi vivono sotto il giogo di qualche satrapo comunista, che magari, come in Cina, ha visto bene di coniugare il materialismo marxista con quello liberista.

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La beffa più atroce è che il comunismo ha decimato popoli interi in nome della libertà, della giustizia sociale, dell’ uguaglianza, del progresso morale e materiale dell’umanità, insomma in nome della realizzazione concreta dell’utopia.

Ad oltre un secolo dalla rivoluzione comunista sovietica c’è da chiedersi come mai in Occidente si sia parlato sempre così poco dei crimini comunisti che hanno toccato quasi un terzo dell’ umanità su quattro continenti.

Non vi è dubbio che i partiti comunisti occidentali abbiano sempre minimizzato o messo in dubbio o addirittura denunciato complotti di destra o semplicemente negato o liquidato il tutto come “incidenti di percorso“, ma come mai – nonostante l’ampia documentazione maniacalmente precisa contenuta principalmente negli archivi del comitato centrale del PCUS (partito comunista sovietico), in quelli del KGB e di altri uffici dell’apparato sovietico – manca ancora la coscienza del fenomeno criminale comunista?

Alcuni storici hanno indicato come causa il metodo della menzogna ripetuta, lo stravolgimento sistematico del linguaggio da parte di intellettuali e di giornalisti ideologicizzati e servili – non di rado sul libro paga sovietico, grazie all’ “oro di Mosca”– i quali hanno sempre presentato il volto luminoso del comunismo che si richiamava all’emancipazione sociale ed umana, all’utopia della uguaglianza e della felicità per tutti.

Vladimir Bukowskij, un professore russo rimasto 12 anni nei Gulag sovietici e scomparso pochi giorni fa, ha indicato nella intolleranza e nel settarismo violento degli utopisti una delle cause della tragedia comunista che ha definito “un’ utopia messa in pratica e l’utopia messa in pratica non può che generare mostri”.

Ebbene, la grande cortina fumogena storiografica sui crimini del comunismo continua! Anche a Trento! Infatti nel 30° anniversario della caduta del muro di Berlino e con essa, a ruota, con la caduta dei regimi comunisti sovietico e dell’Europa dell’est, il “Forum Trentino per la pace e i diritti umani”, in collaborazione con la “Fondazione Museo storico del Trentino”, anziché inaugurare un esame approfondito e una riflessione sulla utopia e sugli 85 milioni di morti causati dal comunismo, ci propina invece una serie di “incontri, spettacoli, proiezioni, mostre e presentazioni di libri” su “il muro di ieri, i muri di oggi” e… buona notte ai crimini comunisti che hanno causato la più grande ecatombe di morti della storia dell’umanità.

Tali iniziative appaiono come una coltre di nebbia per nascondere la verità dei fatti sugli orrori di un secolo di comunismo e per strumentalizzare ancora una volta la storia da parte dei soliti maestrini di ieri e di oggi, con il ditino alzato, i quali magari, sino a pochi anni orsono, sedevano tra le file del Pci-Pds-Ds-Pd.

E’ per rimediare a questa grave omissione che Civica Trentina dedicherà una serata e un ricordo storico serio e non fazioso, con il contributo dello storico Francesco Agnoli, responsabile della cultura del partito, proprio perché fare politica è anche fare cultura, che va affrontata con serietà e desiderio di capire senza utopie e ideologie. Insomma, un contributo per abbattere un muro non ancora caduto: il muro di omertà sui crimini del comunismo.

Ci sono 85 milioni di vittime che aspettano.

Antonio Coradello – Civica Trentina

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