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Io la penso così…

Trent’anni fa ci lasciava Enrico Pruner. Cia (AGIRE): “Personaggio chiave della storia trentina del dopoguerra”.

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Spett. Le Direttore,

«Lei è trentino o italiano? Sono di nazionalità trentina e di cittadinanza italiana.

Uno stato trentino è non è un’utopia? E’ un’utopia se non è inserito in una federazione di stati in funzione europea».

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Questo è solo un piccolo passaggio di un’intervista fatta ad Enrico Pruner da Giorgio Dal Bosco, in Trentatré trentini, Cles, 1987

Trent’anni fa, l’8 settembre 1989, ci lasciava Enrico Pruner.

Personaggio chiave della storia trentina del dopoguerra, presidente e consigliere del Pptt (Partito del Popolo Trentino Tirolese), con la sua attività ha profondamente influenzato il modo di fare e di concepire la politica nella nostra Provincia (e non solo).

Politico di caratura internazionale (basti pensare ai suoi contatti con il mondo della CSU bavarese – Franz Josef Strauss ndr.) fu anticipatore su molti temi ancora attualissimi: dall’idea di Unione Europea come federazione di Stati (fu presidente dell’UPEF – Unione per un’Europa Federale, senza dimenticare l’aggiunta delle lettere U.E. dopo Pptt., a dimostrare la particolare attenzione al tema) ai problemi dell’inquinamento, ad una politica trasparente e coerente ecc.

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Autonomista con la “A” maiuscola (anche se sarebbe meglio dire federalista) riuscì a stringere alleanze con tutti i movimenti autonomisti d’Italia ed Europa (dall’Union Valdôtaine di Bruno Salvadori, al Partito Sardo d’Azione, all’Unione Slovena ecc.) dando un’identità tutta sua al Pptt – e non una sudditanza alla SVP (troppo succube – per sue parole – alla Democrazia Cristiana). Anticomunista viscerale, a chi gli chiedeva “A” di Autonomia come cosa? Lui rispondeva come “L” di libertà. Memorabile la volta in cui – su Autonomia Integrale (giornale del Pptt.UE) – accostò le foto dei figli dei contadini espropriati “appesi al reticolato democristiano di Martignano” a quelle dei lager sovietici.

Teorizzatore di slogan come “Prima i trentini”, quando si parlava di insegnanti all’interno delle nostre scuole, di posti di lavoro e di case popolari, il dott. Pruner era una persona assolutamente buona e disponibile con tutti (e molto stimato per la sua coerenza). Consapevole che spesso i giornali sono un po’ sordi alle denunce delle opposizioni era spesso costretto a calcare la mano sulle parole usate – sia in Consiglio sia fuori – suscitando emozioni contrastanti in chi ascoltava/leggeva i suoi interventi.

Ebbe anche l’occasione di dimostrare le sue competenze in materia di Scienze Forestali e di Governo dell’Autonomia quando – dal 1960 al 1964 – fu nominato Assessore regionale all’Economia montana e foreste. Questi furono anni pieni di soddisfazioni che gli valsero il soprannome “Heinrich der Grüne”. Sbaglia però chi, a tutti costi, tenta di intestare al dott. Pruner una politica “verde” come quella che si intende oggi. Egli, assieme a Domenico Fedel e al cav. Sergio Casagranda, si sforzava di portare avanti le istanze dell’”uomo di montagna”.

In questo senso il PPTT poteva vantare una particolare attenzione alle periferie, al ruolo sociale del contadino di montagna che rappresenta – oggi come allora – un custode dell’ambiente naturale che permette la salvaguardia del paesaggio agricolo trentino, così come la stabilità del suolo, il mantenimento delle opere di bonifica e di miglioramento fondiario, la flora e la fauna: il tutto a favore della collettività.

Sempre disponibile ad incontrare chiunque, i trentini sapevano che – bastava un suo occhiolino – e la cosa si poteva fare.

Negli ultimi giorni abbiamo sentito da più parti chiedere: “Dove sono finiti gli autonomisti?”, a questa domanda hanno provato a dare risposta in molti. Ebbene io credo che l’essenza del Pptt – e di Enrico Pruner – sia un po’ in tutti i partiti (tranne quelli centralisti naturalmente) e un po’ in nessuno, stante il fatto che – al momento – nessuno parla più di “Autonomia Integrale” per il nostro Trentino e di tutela dell’uomo di montagna.

Claudio Cia – consigliere provinciale

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Io la penso così…

Interramento ferrovia nella città di Trento, informazione e condivisione per un intervento di successo

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Egregio direttore,

Agire per il Trentino attraverso il suo coordinamento cittadino ha seguito con molta attenzione tutto il dibattito sulla circonvallazione e sul possibile interramento della ferrovia nella città di Trento.

RFI, Provincia e Comune di Trento stanno proseguendo congiuntamente nella direzione che dovrebbe portare a questa ipotesi e che dovrebbe concludersi, dopo alcuni anni di cantieri, con una riqualificazione urbana e della città.

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Non si può certamente discutere sugli effetti positivi che questo intervento potrebbe avere, ma è importante far capire sotto quale ottica si deve valutare un’opera di questo tipo.

Se dal punto di vista urbanistico ci possono essere pochi dubbi, qualche criticità la si può ricavare dai dati a cui probabilmente nell’enfasi della portata dell’opera viene dato un peso specifico non congruo.

La circonvallazione ferroviaria andrà a togliere dal traffico cittadino tutti i treni merci che sono i più rumorosi, spesso circolano nelle ore notturne e al tempo stesso rappresentano una percentuale importante sul numero di passaggi complessivo.

I dati di prospettiva, relativi alla frequenza internazionale, parlano di 40 mezzi a trasporto passeggeri giornalieri a fronte di 160/200 a trasporto merci. Ritengo sia fondamentale capire quanti potrebbero essere i treni passeggeri transitanti su Trento per valutare se, oltre all’impatto urbanistico, ci possa essere anche una effettiva valenza sostenuta dai numeri.

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Altro passaggio importante, finora decisamente sottovalutato, è l’opinione della cittadinanza. La politica ha il dovere di prendere iniziative coraggiose e lungimiranti per la città, ma questo non deve far passare in secondo piano la sensibilità che i cittadini possono avere nei confronti di questa opera.

Bolzano si sta facendo un referendum per la modifica della viabilità cittadina mentre a Trento siamo a firme su protocolli di progetti già esistenti senza che i cittadini abbiano avuto adeguato modo di esprimersi. Un intervento di questa rilevanza deve avere il sostegno trasversale della politica e della cittadinanza, solo in questo modo i disagi dovuti alla presenza di cantieri potranno essere vissuti con la necessaria consapevolezza del risultato finale.

E’ altrettanto importante, quindi, che si abbia un’idea chiara di cosa dovranno poi essere quei 2,5 km in cui la ferrovia passerà sotto superficie. Ritengo che soltanto con il completamento delle informazioni e la doverosa condivisione,  un intervento importante per la città di Trento possa diventare anche un intervento di successo.

Mauro Corazza – AGIRE per il Trentino – Coordinatore territoriale Città di Trento

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Io la penso così…

Elezione Presidente Consulta degli studenti, Cia (AGIRE): “Meno male che Ghezzi ha partecipato al corso per la comunicazione non ostile”.

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Egregio Direttore,

Puntuale e non richiesto, esattamente come una cartella esattoriale, è arrivato il commento del Consigliere “Essere umano” Paolo Ghezzi sull’elezione del giovane Leonardo Divan a Presidente della Consulta degli studenti. Leonardo, la cui unica colpa è quella di essere tesserato con la Lega, viene apostrofato nel seguente modo: “Dai divanati al divan. E l’asinello per tutti” .

Questa è meravigliosa. La Presepizzazione del Trentino di marca fugattian-bisestiana avanza”. E meno male che il Consigliere era in prima fila al corso per una comunicazione “non ostile“!

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Tralasciando i litri di bile che il Consigliere Ghezzi (e i suoi seguaci, visti certi commenti) avrebbe risparmiato se fosse stato eletto uno studente militante all’interno delle file di “Democrazia proletaria” vorrei sottolineare, da “presepista”, l’intrinseca contraddizione della sinistra: pronta a fare le barricate in nome della “laicità dello Stato” salvo poi rientrare nei ranghi pur di raccogliere i voti “confessionali”.

E’ infatti noto che nel periodo natalizio si risveglia nella sinistra nostrana un forte sentimento cristiano che spinge, anche chi è contrario alla presenza del presepe, alla sua realizzazione, purché la Famiglia santa sia ritratta nei panni di una famiglia di profughi.

E’ bene però ricordare, come ha ben fatto Papa Benedetto XVI nella collana di libri “Gesù di Nazareth”, che al momento della nascita di Gesù, Giuseppe e Maria stavano rientrando dal censimento, disposto non solo per valutare l’entità della popolazione, ma anche per censire i possedimenti così da far pagare i tributi. Non mi risulta che i flussi migratori siano causati da persone con possedimenti in Europa, né tantomeno che esse stiano tornando a casa per pagare le tasse.

Si ricordi poi, la nobiltà di un animale come l’asino: instancabile lavoratore, animale molto intelligente, trasportatore della Famiglia Santa, presente al momento della nascita di Gesù (riscaldato nella mangiatoia da un bue ed un asinello) e, poco prima della Passione, cavalcato da Gesù per entrare a Gerusalemme. Io da Lei, caro consigliere Ghezzi, non mi farei trasportare neanche al supermercato.

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Claudio Cia – Consigliere provinciale

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Io la penso così…

85 milioni di morti attendono giustizia: abbattiamo il muro di omertà sui crimini del comunismo. – di Antonio Coradello

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Spett.Le Direttore,

a trent’anni dal crollo del muro di Berlino e dopo la successiva caduta dell’Unione Sovietica, occorsa nel 1991, con l’apertura degli archivi sovietici agli storici di tutto il mondo abbiamo conosciuto il bilancio agghiacciante delle vittime del comunismo in Russia, in Cina, in Corea del Nord, in Vietnam, in Cambogia, in Polonia, nelle repubbliche baltiche, in Bulgaria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Jugoslavia, in Ungheria ed in generale nell’Europa dell’est, a Cuba, in Nicaragua, in Etiopia, in Angola, in Mozambico, in Afghanistan, ed in altri paesi ancora.

Gli archivi sovietici ci hanno documentato in dettaglio le circostanze, gli strumenti, l’estensione, la premeditazione e la sistematicità nello sterminio di popoli interi da parte del comunismo nel mondo, con un bilancio di vittime di almeno 85 milioni di morti dal 1917 al 1986.

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Si tratta indubbiamente del più grande crimine nella storia dell’umanità, di proporzioni tali che certamente verrà ricordato nei secoli e nei millenni futuri.

Per avere un termine di paragone è da ricordare che la seconda guerra mondiale causò circa 50 milioni di morti, mentre la prima guerra mondiale ne costò poco più di una decina.

Dunque il comunismo, non in tempo di guerra e tra popoli diversi che si combattono tra di loro, ma in tempo di pace e contro gli stessi popoli su cui comandava, ha causato un numero di morti molto superiore rispetto a quello provocato dalle due guerre mondiali messe assieme, che sono ricordate come i più grandi conflitti nella storia dell’umanità. Ciò che è agghiacciante è che fino ad oggi è mancato un processo di Norimberga, almeno morale, per il comunismo nel quale si riconoscano i crimini comunisti e quanto meno vi sia, di conseguenza, il ricordo e la riabilitazione delle sue vittime.

Oltre ai morti va inoltre ricordato il mare di violenza, di miseria materiale e morale, di repressione e di terrore in cui ha vissuto mezzo pianeta per oltre settant’anni, senza contare quanti ancora oggi vivono sotto il giogo di qualche satrapo comunista, che magari, come in Cina, ha visto bene di coniugare il materialismo marxista con quello liberista.

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La beffa più atroce è che il comunismo ha decimato popoli interi in nome della libertà, della giustizia sociale, dell’ uguaglianza, del progresso morale e materiale dell’umanità, insomma in nome della realizzazione concreta dell’utopia.

Ad oltre un secolo dalla rivoluzione comunista sovietica c’è da chiedersi come mai in Occidente si sia parlato sempre così poco dei crimini comunisti che hanno toccato quasi un terzo dell’ umanità su quattro continenti.

Non vi è dubbio che i partiti comunisti occidentali abbiano sempre minimizzato o messo in dubbio o addirittura denunciato complotti di destra o semplicemente negato o liquidato il tutto come “incidenti di percorso“, ma come mai – nonostante l’ampia documentazione maniacalmente precisa contenuta principalmente negli archivi del comitato centrale del PCUS (partito comunista sovietico), in quelli del KGB e di altri uffici dell’apparato sovietico – manca ancora la coscienza del fenomeno criminale comunista?

Alcuni storici hanno indicato come causa il metodo della menzogna ripetuta, lo stravolgimento sistematico del linguaggio da parte di intellettuali e di giornalisti ideologicizzati e servili – non di rado sul libro paga sovietico, grazie all’ “oro di Mosca”– i quali hanno sempre presentato il volto luminoso del comunismo che si richiamava all’emancipazione sociale ed umana, all’utopia della uguaglianza e della felicità per tutti.

Vladimir Bukowskij, un professore russo rimasto 12 anni nei Gulag sovietici e scomparso pochi giorni fa, ha indicato nella intolleranza e nel settarismo violento degli utopisti una delle cause della tragedia comunista che ha definito “un’ utopia messa in pratica e l’utopia messa in pratica non può che generare mostri”.

Ebbene, la grande cortina fumogena storiografica sui crimini del comunismo continua! Anche a Trento! Infatti nel 30° anniversario della caduta del muro di Berlino e con essa, a ruota, con la caduta dei regimi comunisti sovietico e dell’Europa dell’est, il “Forum Trentino per la pace e i diritti umani”, in collaborazione con la “Fondazione Museo storico del Trentino”, anziché inaugurare un esame approfondito e una riflessione sulla utopia e sugli 85 milioni di morti causati dal comunismo, ci propina invece una serie di “incontri, spettacoli, proiezioni, mostre e presentazioni di libri” su “il muro di ieri, i muri di oggi” e… buona notte ai crimini comunisti che hanno causato la più grande ecatombe di morti della storia dell’umanità.

Tali iniziative appaiono come una coltre di nebbia per nascondere la verità dei fatti sugli orrori di un secolo di comunismo e per strumentalizzare ancora una volta la storia da parte dei soliti maestrini di ieri e di oggi, con il ditino alzato, i quali magari, sino a pochi anni orsono, sedevano tra le file del Pci-Pds-Ds-Pd.

E’ per rimediare a questa grave omissione che Civica Trentina dedicherà una serata e un ricordo storico serio e non fazioso, con il contributo dello storico Francesco Agnoli, responsabile della cultura del partito, proprio perché fare politica è anche fare cultura, che va affrontata con serietà e desiderio di capire senza utopie e ideologie. Insomma, un contributo per abbattere un muro non ancora caduto: il muro di omertà sui crimini del comunismo.

Ci sono 85 milioni di vittime che aspettano.

Antonio Coradello – Civica Trentina

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