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Trento

La battaglia contro il cancro di Gianenrico Sordo continua: «Il coraggio delle scelte e l’aiuto di Padre Pio»

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«Per lei non c’è più niente da fare, al posto suo andrei a fare un bel giro intorno al mondo per poi tornare ed attendere la morte».

Sono state queste le parole pronunciate da un medico a Gianenrico Sordo alla fine di febbraio 2018 l’indomani dell’intervento dove nel tentativo di combattere un cancro gli viene asportato il colon discendente il sigma e un pezzo di retto.

Gianenrico Sordo scopre di avere un cancro il 2 febbraio 2018 dopo una colonscopia e viene immediatamente operato il 13 febbraio nell’ospedale di Monza.

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Sembra andare tutto bene, dopo 7 giorni il ritorno a casa e l’inizio della riabilitazione dove riprende a fare piano piano la sua vita con tutte le abitudini giornaliere di prima.

Sembra però, infatti il male non è sconfitto, anzi, riprende più forte di prima e aggredisce il fegato: la diagnosi è senza speranza, metastasi al fegato inoperabile.

Ma questa è solo una sintesi della prima parte della storia che abbiamo già raccontato in un precedente articolo datato il 20 aprile 2018. (clicca qui per leggerlo)

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Ma come sarà finita la storia? Ora ve lo raccontiamo. 

Gianenrico Sordo nonostante l’ultima terribile diagnosi non si da per nulla per vinto, anche se sa bene che la battaglia è impari.

La situazione infatti è davvero grave e le metastasi sono bilobari cioè in entrambi i lobi del fegato e due sono attaccate alla vena porta. La situazione è gravissima.

E che lo sia per davvero Gianenrico lo scopre rivolgendoci ai migliori centri oncologici e chirurgici in Italia.

Dall’Istituto dei tumori di Milano, alla clinica universitaria di Padova, all’azienda ospedaliera di Verona, all’ospedale di Ancona, fino ad arrivare in Israele leader nella immunoterapia la risposta è sempre la stessa: «Purtroppo vengo classificato come paziente inoperabile a causa delle lesioni multiple e della loro collocazione»spiega lo stesso Gianenrico

Per lui è il momento delle gradi riflessioni sulla vita ma anche sul da farsi: procedere con la Chemioterapia o trovare vie alternative?

«Personalmente non ho mai creduto molto nella Chemioterapia  – sottolinea Gianenrico – sapevo infatti che è devastante e che poteva non portare a nulla se non a peggiorare definitivamente le mie condizioni portandomi ad uno stile di vita pessimo negli ultimi mesi di vita»

Ma anche se con poca convinzione opta per procedere con della chemioterapia neo adiuvante e adiuvante eseguita con farmaci molto pesanti.

Ma la via seguita è molto impervia e rischiosa, infatti le analisi biologiche e alcuni mutamenti classificano Gianenrico come paziente non ideale alla chemioterapia ed in particolare ai nuovi farmaci biologici monoclonali. Ma c’è anche di peggio: la stabilità dei micro satelliti da poche speranze che la terapia immunitaria possa avere successo su di lui.

Ma ormai siamo alla disperazione e il tempo stringe. 

Gianenrico comincia il primo ciclo di chemioterapia e gli effetti sono devastanti. Il farmaco usato per via endovenosa è un derivato del platino. Per assorbire meglio il bombardamento della chemioterapia dovrebbe prendere delle pastiglie che però possono risultare letali e portarlo subito alla morte.

Per lui pare non esserci una via d’uscita, deve solo scegliere come morire. Una tristezza.

Ed è proprio in quel momento che sceglie la via, che insieme al destino, lo porterà a sconfiggere la morte.

Non continua più la Chemioterapia in accordo con il primario dell’ospedale di Bolzano «Lo stesso primario mi disse che su di me gli effetti erano troppo tossici» – ricorda Gianenrico.

Dopo il ritorno a casa gli effetti devastanti si fanno ancora sentire e  deve farsi ricoverare all’ospedale di Borgo. «Avevo la lingua, le braccia e le gambe paralizzate, febbre altissima e avevo perso il 30% dell’udito, ormai ero un vegetale»

Dopo alcune settimane si riprende e comincia a combattere nuovamente contro la malattia. Scegliendo però un’altra strada, quella della conoscenza.

«Decido di prendere in mano la situazione ed inizio a studiare la malattia leggendo testi di medicina e tutte le pubblicazioni medico scientifiche su protocolli alternativi così inizio a seguire dei cambiamenti radicali nel mio stile di vita che in realtà non era mai stato comunque irrispettoso della mia salute. Inizio a nutrirmi unicamente di frutta e verdura eliminando completamente gli zuccheri raffinati, elimino i carboidrati utilizzando esclusivamente poche farine integrali, elimino la carne e i latticini ed inizio ad utilizzare dei prodotti alternativi tra cui due diventano importantissimi: il Synchro levels rigeneratore cellulare scoperto dal Professsor Bovia, prodotto che reputo fondamentale nel mio percorso, e l’ascorbato di potassio con ribosio con alcuni funghi in particolare Reishi e dosi importanti di vitamina D».

Gianenrico prende in quel momento un’altra decisione che gli salverà la vita. Si rivolge al nostro giornale per raccontare la sua storia, perché pensa che possa aiutare altri malati a non mollare. Detto fatto. L’articolo esce il 20 aprile 2018, (leggi qui) viene letto da oltre 40 mila lettori e scatena una gara di solidarietà sui social.

Fra questi c’è anche un amico dello staff del professor Torzilli, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale e Direttore della Divisione di Chirurgia Epatobiliare  di Humanitas, ospedale ad alta specializzazione, centro di Ricerca e sede di insegnamento universitario di Milano che incuriosito da quanto scritto contatta Gianenrico chiedendo di incontrarlo. È la svolta incredibile.

«Dopo vari incontri con il suo staff apprendo dal professor Torzilli, uomo di un’umanità incredibile, che non solo sono operabile, ma anche che sta sperimentando uno dei prodotti su cui si basa il mio protocollo personale, il synchro levels. Questo rafforza la mia convinzione sul percorso da seguire anche perché mi stavo riprendendo molto bene dalla chemioterapia e i controlli risultavano positivi e le metastasi non erano cresciute». 

Nel frattempo Gianenrico riprende il lavoro con una certa energia e corre anche per una decina di chilometri ogni due giorni. «Mi sentivo bene, e volevo lottare fino in fondo, la mia idea era quella di continuare la vita normale come non fossi malato, per questo non ho mai cambiato le mie abitudini, nemmeno quando stavo male»

In pieno accordo con il professor Torzilli il 21 agosto 2018 viene operato eseguendo una resezione epatica con un’intervento molto pesante in cui vengono asportate 8 fette di fegato e 15 metastasi epatiche, la totalità delle metastasi visibili in sede intra operatoria.

Il dopo intervento è molto pesante, a causa della toracotomia, dolori pesantissimi a causa del taglio dei muscoli addominali e dorsali e taglio delle nervature.

«Ero molto motivato a guarire presto, e già al terzo giorno mi sono alzato ed ho cominciato a camminare trasportando i drenaggi in 5 damigiane poste su un carrellino. Sentivo molto dolore ma la voglia di recuperare in fretta era più forte.»

Dopo 9 giorni di ricovero viene dimesso ma anche in questo caso il recupero che pare veloce s’interrompe quasi subito.

Ad ottobre viene ricoverato nuovamente per colpa di un importante versamento pleurico. Il polmone destro è in atelettasia, massacrato da oltre 3 litri di versamento. Negli esami clinici vengono individuati anche dei noduli aspecifici al polmone oggi non più evidenti.

Nei mesi successivi riprendono il lavoro e le sue uscite a correre all’area aperta. I chilometri e la resistenza aumentano ogni giorno anche se per sei lunghi mesi è aggredito da una fastidiosa febbre che sale la sera. Intanto gli esami del sangue migliorano di giorno in giorno.

E così passano i mesi, gli esami di controllo che ogni volta creano un pochino di patos, fino all’appuntamento importante del 30 novembre.

In quel frangente saranno eseguiti la RMN all’ addome con contrasto e il controllo del fegato.

L’esame è perfetto, non ci sono recidive.

«Il prof. Torzilli mi disse di andare cauto e non stappare bottiglie di champagne perché avevo solo il 2/3% di probabilità di non presentare recidive nei prossimi mesi, e che la sopravvivenza fino a 5 anni è bassissima»

Ma per uno che avrebbe dovuto già essere morto da un pezzo è senza dubbio una bella botta di ottimismo.

È normale pensare che ci possa essere quindi qualcosa di soprannaturale in quando sta succedendo.

Gianenrico questo però lo svelerà molto tempo dopo e con una certa reticenza e solo alle persone più care.

«Ricordo benissimo la risonanza magnetica del 30 novembre, si, perché dentro quella macchina mi comparve Padre Pio e fu un’emozione incredibile che cominciò ad avvicinarmi a Dio»

Ma padre Pio era già apparso molte volte in sogno a Gianenrico, specie nei momenti più drammatici, e per questo aveva deciso di andare a pregare a San Giovanni Rotondo. Anche li pare sia successo qualcosa, ma di questo lui non ha mai voluto parlare con nessuno.

Ma torniamo alla riabilitazione.

Il tempo passa, e tutti i controlli sono sempre negativi, e la capacità polmonare aumenta ogni giorno riuscendo a correre 10/15 chilometri ogni 2 giorni come faceva prima della malattia.

Il 7 maggio del 2019,a  distanza di 7 mesi, arriva una nuova risonanza magnetica al fegato. «Esco dalla macchina e vedo piangere di felicità mia sorella – ricorda commosso Gianenrico – è la terza volta che la vedo piangere ma capisco che piange per la felicità. È tutto negativo e non appaiono lesioni epatiche evidenti di nessun tipo. Questa volta al controllo chirurgico il prof. Torzilli ha un bel sorriso stampato sulle labbra. Sono il suo miglior paziente mi dice. La cicatrice è quasi scomparsa, i polmoni sono perfetti, gira il monitor verso mia sorella e dice, “guardi i polmoni, suo fratello è il classico caso di auto guarigione, nessuna traccia di versamento, di atelettasia. E guardi il fegato, se non sapessi che è stato operato perché l’ho operato io non si vedrebbe”…»

Poi il primo di agosto 2019 è la volta della PET e anche questa risulta negativa

Intanto Gianenrico continua quello che lui chiama «protocollo», che è un nuovo stile alimentare che a suo dire serve per non alimentare le cellule tumorali. In proposito viene a conoscenza che tale tipo di nutrizione viene studiata da più di un medico.

Ora sta bene e la sua vita è ritornata come prima, «anzi – osserva – meglio di prima perché sono diventato consapevole di molte cose»

La sua è una storia incredibile e per certi versi terribile, di un uomo che doveva essere morto ad aprile del 2018.

Un racconto che però non è ancora finito «Ora sto bene ma so che per guarire definitivamente devo superare almeno i 5 anni, ma intanto mi sono regalato quasi 2 anni più di vita»

Ma quanto raccontato da Gianenrico apre ancora per l’ennesima volta nuovi scenari ed interrogativi sulla medicina oncologica.

E qui tornano in ballo «il tradimento della medicina in nome del profitto»«il business assassino delle case farmaceutiche» e i vecchi interrogativi legati alla medicina alternativa.

Il problema è che spesso il malato si trova in uno stato di shock tale che non riesce a riflettere sul da farsi.

A noi quasi sempre non è data nessuna possibilità di scelta e al contempo non è permesso, oppure viene fortemente ostacolato, ogni tipo di ricerca e sperimentazione sulle terapie alternative.

La chemioterapia continua a mietere vittime, al pari dei grandi genocidi del ventesimo secolo.

Nel caso di Gianenrico la chemioterapia sarebbe stata una pratica assassina che non guarisce dal cancro, un qualcosa che lo avrebbe ucciso.

Giungere a questa conclusione è inevitabile, se si analizzano i dati ufficiali forniti dalla ricerca e soprattutto se si pone attenzione alla storia e alla formazione del potere medico negli ultimi cento anni.

Medicina, psichiatria, interessi farmaceutici e conflitti mondiali si intersecano e creano le condizioni fondamentali per la creazione del sapere chemioterapico, di fronte al quale il cittadino comune non riesce e non può opporsi. La libertà di scelta terapeutica non è in alcun modo contemplata dal nostro sistema.

Se qualcuno ha ancora dei dubbi legga qui cosa dice il Prof. Ermanno Leo – oncologo di fama mondiale. «Tutti sanno che la soluzione del cancro non sarà la chemioterapia.»

Ma veniamo, per ora almeno, al lieto fine di quella che vogliamo chiamare «la seconda puntata» di un percorso inaspettato di guarigione sentendo le parole di Gianenrico Sordo.

«Quando ho scoperto di avere il cancro ed in particolare dopo la diagnosi di metastasi – spiega –  in un primo momento mi è crollato il mondo addosso: io imprenditore, due partite IVA, agente di commercio per un produttore di alluminio e amministratore unico di una società con molto futuro di fronte a me non sapevo più che fare, alla mia età non potevo più sognare.» 

«È vero, il destino mi ha guidato nelle scelte, ho incontrato le persone giuste al momento giusto, come per esempio la Voce del Trentino che ha avuto il coraggio di raccontare la mia storia senza nessuna paura e che grazie a questo mi ha fatto trovare il professor Torzilli che mi ha salvato la vita»

«I pochi giorni persi di lavoro sono stati quelli da ricoverato, – continua – ma anche in ospedale il mio fedele P.C era sempre con me permettendomi di lavorare. Ho affrontato il cancro con coraggio e determinazione, prendendo decisioni difficili. Ho rifiutato medicine, farmaci antidolorifici, ho combattuto come un guerriero facendo cose incredibili di cui mi sono stupito, ma soprattutto mi sono avvicinato a Dio accompagnato nel mio percorso da un grandissimo santo, Padre Pio. Oltre un anno fa ero classificato malato terminale senza speranza con inabilità al lavoro del 100%, oggi sono ancora vivo e in grandissima forma fisica, grazie a professori comprensivi, meravigliosi ma soprattutto competenti».

E ancora: «Continuo il mio protocollo ogni giorno, cerco di aiutare gli altri malati con comprensione e aiuto. La mia strada non è finita, ne sono perfettamente consapevole, è ancora lunga, il cancro metastatico è viscido, subdolo, potrei morire nei prossimi mesi o vivere fino a 100 anni, ma ora lo faccio in modo diverso perché  ho capito il sapore della vita, il piacere di svegliarsi la mattina, il piacere di andare a lavorare con gioia e passione».

«Il cancro non è un dono, – conclude Gianenrico – anzi, ma in certe situazioni capisci quanto vali, ho imparato a soffrire con dignità, ho imparato a vivere il presente, a non perdere nemmeno uno solo minuto con persone inutili e dietro cose inutili. Ho imparato che siamo ciò che mangiamo e ciò che pensiamo e corro, corro più che posso, non mi interessa la competizione, la competizione è con me stesso, corro perché è il mio modo di pregare, di essere riconoscente per ciò che la vita mi ha dato e mi ha reso»

Ho vissuto il calvario di Gianenrico molto da vicino, ogni giorno ed ogni ora, prima da semplice spettatore, poi da editore di un giornale, ed infine, spero, da amico.

E c’è stato un solo momento dove ho pensato di perderlo per sempre, quando ha cominciato la chemioterapia.

In quella tragica telefonata che lui mi fece e che ricorderò per tutta la vita, mentre era ancora sotto l’effetto del trattamento ho sentito la sua voce ferma e autorevole trasformarsi in flebile ed insicura, la sua voglia di vivere e combattere in voglia di farla finita il più presto possibile.

Ed allora ho pensato: «Come può esistere una cosa così devastante che dicono potrebbe guarirti?»

Quando questa cosa non la vivi in prima persona certe volte non sai che dire e che fare e attendi passivamente il normale svolgersi delle cose.

Pur animati dalle migliori intenzioni, amici e parenti possono fare e dire cose che invece di incoraggiare, rinfrancare e confortare il loro caro, risultano controproducenti.

Credo che il malato di cancro abbia il diritto di sentirsi un essere umano alla pari di tutti.

Gianenrico ha fatto la scelta di essere uguale agli altri e di fare la stessa vita alla pari degli altri, certo sforzandosi e provando a volte un grande dolore. In oltre 16 mesi non ho mai sentito uscire dalla sua bocca una sola parola di sconforto, di paura, di tristezza. Un’esperienza sconvolgente per me, figuriamoci per lui. 

Per chi ha deciso di stare vicino a lui in questo lungo percorso è stato un grande insegnamento di vita, già, una vita che continua meglio di prima e che vuole a tutti i costi vedere  nascere il sole al mattino e sconfiggere le tenebre per sempre.

Sembra una terribile pagina di vita di chi vive nel grande stagno dell’umanità dove a volte senza nessun riguardo vengono violate le più semplici regole della vita e dove vivere o morire, diventano solo coincidenze, particolari, piccole cose che volano via in un piccolo istante.

A cura di Roberto Conci (roberto.conci@lavocedeltrentino.it)

 

 

 

 

 

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