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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Nel nuovo libro dell’emerito arcivescovo Luigi Bressan la verità sui rapporti fra chiesa e nazismo

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E’ uscito da poco, per Athesia, un nuovo libro dell’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan.

Si tratta di un saggio storico, approfondito e documentato, che fa luce sull’operato di monsignor Celestini Endrici, arcivescovo di Trento dal 1904 al 1940 nei riguardi del nazionalsocialismo.

Il titolo ci introduce già nella conclusione: “Celestini Endrici contro il Reich. Gli archivi svelano”.

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Il merito di quest’opera è appunto quello di essere una ricerca di archivio, di basarsi su documenti chiari ed inequivocabili che aiutano in quell’opera di chiarificazione storica cominciata molti anni orsono a proposito della figura di Pio XII.

All’indomani della seconda guerra mondiale, infatti, la propaganda comunista, per vendicarsi della fiera opposizione della Chiesa cattolica al verbo di Marx, Lenin e Stalin, creò la “leggenda nera” sul papa che era stato “alleato dei nazisti”.

Oggi sappiamo dai documenti e da innumerevoli testimonianze che non fu affatto così, e che anzi Pio XII fece il possibile per ostacolare il nazionalsocialismo e, una volta occupata l’Italia da parte dei tedeschi, per difenderli, nasconderli, salvarli.

Abbiamo i documenti di archivio (vedi per esempio i saggi di Pierre Blet, “Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani”, del 1999, e di Mark Riebling, “Le spie del Vaticano. La guerra segreta di Pio XII contro Hitler”, del 2016) e le preziose testimonianze di tante personalità, grate alla Chiesa per la difesa degli ebrei perseguitati dal nazismo, tra le quali vorrei citare quantomeno quelle di tre ebrei celebri come Albert Einstein, Sigmund Freud ed Hanna Arendt.

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Tornando al libro di mons. Bressan, il focus è su un vescovo in terra di confine, cioè molto vicino a quell’Austria in cui circolavano con sempre maggior insistenza le idee nazionalsocialiste, ostacolate con coraggio, ma inutilmente, da due cancellieri cattolici: Engelbert Dollfuss, ucciso nel 1934 dai nazisti, e Kurt Alois von Schuschnigg, deportato a Dachau dopo l’annessione nazista dell’Austria.

Endrici fu, come Pio XII, come i due cancellieri citati, un fiero avversario sia del comunismo sia del nazionalsocialismo, e non si fece mai ingannare dall’idea che si potesse contrastare l’uno, abbracciando l’altro (il che non accadde nel mondo protestante tedesco, abituato da centinaia di anni alle chiese di stato e ad un forte nazionalismo luterano, e che quindi, almeno inizialmente, accolse con un certo favore l’ascesa del Führer).

Endrici vedeva in entrambi due figli dell’ideologia hegeliana e della filosofia idealista, che aveva cancellato la dimensione del Trascendente, divinizzando lo Stato, la Nazione, e gli “uomini cosmico storici”.

Notava inoltre che nazionalsocialismo e comunismo calpestavano sotto il tallone dello Stato Onnipotente “i diritti naturali” dell’individuo e della famiglia, cercando di sostituire, talora con la forza, talora con astuzia, la fede in Dio con la “fede” nel Partito, nel Leader, nello Stato, nella Razza o nella Classe.

Conoscendo bene il tedesco, e potendo accedere ai testi nazisti, Endrici si accorse subito che Hitler – seguace di un “neopaganesimo panteista” attentissimo all’ambiente e all’ecologia, ma spietato con gli uomini-, utilizzava talora parole ambigue, proprio come “fede”, per riempierle di un significato nuovo, similmente a come facevano i comunisti, sempre pronti a nascondere sotto parole edificanti (“pace”, “amore per i poveri”…), un’ideologia antiumana e materialista.

Rimando al libro citato per chi volesse approfondire il pensiero e le concrete battaglie del vescovo trentino per strappare il popolo, ma soprattutto la gioventù (la più infiammata dal nuovo “credo”), al “fascino” dell’ideologia di morte nazista.

E concludo con l’auspicio che ora che abbiamo finalmente un lavoro completo su questo grande personaggio, qualcuno prenda la penna per raccontare un altro eroe, dimenticato nonostante fosse nativo della nostra Riva del Garda: il già citato Kurt Alois von Schuschnigg! (foto)

Questo cancelliere austriaco, che oggi verrebbe definito “sovranista” o “identitario”, per il suo attaccamento, per nulla nazionalista, alle radici e all’identità austriaca, lottò a mani nude, come il suo predecessore, contro una Germania potente e arrogante, scontando con il lager il suo coraggio.

Le sue memorie, “Un requiem in rosso-bianco-nero”, edito da Mondadori nel lontano 1947, andrebbero quantomeno ripubblicate perché testimonianza diretta dell’opposizione radicale di un politico laico cristiano, abbandonato dalle altre potenze europee, ai due mostri siamesi del XX secolo.

Sotto un piccolo estratto dalla lettera di mons. Endrici a parroci e collaboratori

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Kurt Gödel: dallo «spazio – tempo» all’esistenza di una dimensione ultraterrena.

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Piergiorgio Odifreddi, noto divulgatore, ha dedicato uno dei suoi ultimi lavori a Kurt Gödel (1906 – 1978), considerato da molti il più grande logico di tutti i tempi.

Anche Odifreddi condivide questo giudizio, ed infatti il suo libro si intitola “Il Dio della logica. Vita geniale di Kurt Gödel, matematico della filosofia”.

Pur essendo dichiaratamente ateo, Odifreddi si è spesso confrontato con scienziati credenti, come Isaac Newton, Galileo Galilei ecc…

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Anche questo libro è molto interessante, a patto che il lettore sia da principio cosciente del fatto che l’autore tenta talora di strattonare per la giacchetta il personaggio che sta raccontando.

Per questo il lettore che voglia approfondire l’insigne logico austriaco dovrebbe leggersi anche “I demoni di Gödel”, di Pierre Cassou-Nouguès.

Ma veniamo al dunque: Gödel , i cui contributi nei campi dell’intelligenza artificiale, della logica e della matematica (in particolare i teoremi di incompletezza), sono ben conosciuti, ha invece spesso occultato, volutamente, le sue riflessioni filosofiche e religiose. Riteneva che il suo secolo, il Novecento, segnato dal marxismo, dal positivismo, dal progressismo…, non potesse capirle, impregnato com’era del “pregiudizio materialista”

Per sapere cosa pensasse di questa vita e di una vita ultraterrena occorre dunque andare ai suoi taccuini personali.

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Scrivendo per sé stesso, annotava proposizioni come queste: “il nostro mondo, con tutte le stelle e tutti i pianeti che contiene, ha avuto un inizio e, con ogni probabilità, avrà una fine, diventerà, cioè, letteralmente ‘niente’. Ma allora perché ci sarebbe solo un mondo?”.

E’ evidente che nei suoi ragionamenti Gödel teneva presente non solo la fisica del suo tempo (con la scoperta del Big Bang, della vita e morte delle stelle e con le ipotesi sulla morte termica dell’Universo), ma anche le Sacre Scritture, in cui l’universo materiale è definito come una realtà creata dal nulla e destinata ad una fine. Un’idea che era il contrario esatto di ciò che nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento professavano le ideologie materialiste dominanti.

Per Gödel il mondo non è solo uno, e non è solo quello che noi siamo abituati a percepire: accanto al nostro mondo a 4 dimensioni (tre dello spazio e una temporale), sono possibili altri mondi e soprattutto è possibile, anzi quasi “necessaria”, l’esistenza di una dimensione ultraterrena.

Del resto il pensiero umano è esso stesso svincolato dallo spazio (non ha altezza, larghezza, nè profondità) e, sebbene solo in parte, dal tempo (la freccia del tempo, infatti, ha una sola direzione, perché il corpo può solo invecchiare, ma il pensiero può vagare, avanti e indietro)

Ecco alcune considerazioni del logico-matematico: “Il materialismo è falso”; “l’affermazione che il nostro ego consista di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai enunciate”; “poichè l’ego esiste indipendentemente dal cervello, possiamo avere altre fasi di esistenza nell’universo materiale o in un altro mondo…”; “se il mondo è organizzato razionalmente e ha un senso” allora deve esistere un aldilà, “perchè quale sarebbe il senso di formare un essere (l’uomo), che ha un tale ventaglio di possibilità per il suo sviluppo individuale e per le sue relazioni con gli altri, e non permettergli di realizzarne un millesimo? E’ come se si costruissero le fondamenta di una casa, con molte difficoltà e molta spesa, per poi lasciar andare tutto in rovina”.

Per Gödel, come per i teologi medievali, che in parte conosce, l’uomo è fatto per la Verità e per l’Amore, ma su questa terra non vi accede che in modo incompleto.

In attesa, appunto, di una completezza, di una pienezza paradisiaca (essendo il Paradiso il luogo della compiuta realizzazione dell’uomo, del suo innestarsi in Dio). Se esistono verità, relazioni, cose belle (come la matematica), esse non possono che darci una fondata speranza che Verità, Amore, Bellezza esistano in modo pieno.

In altre parole, ricorrendo a san Paolo, al suo celebre detto: “Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia”, si potrebbe dire, interpretando il pensiero del logico-matematico austriaco, che qui vediamo i raggi del sole, la luce che esso proietta, le opere di Dio, mentre un dì vedremo il Sole, vedremo Dio, distintamente, direttamente, senza mediazioni.

Per questo Gödel era anche attratto dalle esperienze in punto di morte, allorchè avverrebbe, per alcuni, la rammemorazione completa, in qualche istante, della vita passata, dimostrando così, a suo dire, la possibilità della disgiunzione mente-cervello e la non esistenza del tempo per realtà spirituali pure, Dio, gli angeli e le anime umane, una volta senza corpo.

 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

L’infinito di Giacomo Leopardi compie 200 anni

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Si ricordano in questi giorni i 200 anni dalla composizione del celebre idillio L’Infinito di Giacomo Leopardi.

Leopardi vive in un’epoca decisiva per la storia dell’Italia: nasce infatti durante le invasioni napoleoniche e muore all’inizio dell’età risorgimentale.

Il suo pessimismo deriva anche da qui. Ma andiamo con ordine.

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Ognuno infatti è figlio della sua famiglia, oltre che della sua epoca. E i genitori di Giacomo non sono tipetti banali banali, incapaci di lasciare il segno.

Monaldo, infatti, è un uomo eccezionale: religiosissimo, “buonissimo e di ottimo cuore”, secondo la definizione di sua figlia Paolina, ma anche molto battagliero e focoso; sostenitore del progresso scientifico, tanto da impegnarsi in prima linea per introdurre la vaccinazione nel suo paese, quanto avverso al pensiero materialista contemporaneo; profondamente concreto, tanto da occuparsi di bonifiche e di sistemi di irrigazione, quanto pronto a dilapidare il patrimonio, lasciando la famiglia nelle ristrettezze, per comperare una libreria privata o difendere il suo paese dalle perquisizioni dei giacobini francesi

Se in casa subisce la durezza della moglie, fuori casa Monaldo è un uomo affermato, apprezzato dai concittadini e letto in tutta Europa, grazie ai suoi dialoghi filosofici.

La mamma di Giacomo, Adelaide Antici, è invece una donna di una religiosità arcigna e un po’ giansenista, poco disposta a comprendere bisogni, debolezze e desideri dei figli. Distante, per carattere, anche dal marito, “quanto sono distanti tra loro il cielo e la terra” (parola di Monaldo), Adelaide ha una strana concezione del dolore e della croce, contribuendo così ad allontanare Giacomo da una fede giovanile sentita e calorosa.

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Giacomo si forma sui testi antichi, sulla Bibbia, e sui testi illuministi, che il padre possiede, legge e avversa a parole e negli scritti.

La religiosità opprimente e priva di dolcezza di Adelaide, le proprie sofferenze fisiche, che lo accompagneranno per tutta la vita, e lo spirito di un’epoca che crede, con Helvetius, d’Holbac e Diderot, che l’uomo non sia nulla più che materia; nulla più degli animali; creatura non voluta e amata, ma “nel numero dei possibili”, sono, a mio avviso, i tre fattori che giustificano la visione pessimistica e materialistica del poeta di Recanati.

Di qui quella parte della sua produzione in cui l’uomo non è che parte di un immenso ingranaggio senza scopo; di qui la sua teoria del piacere e le riflessioni filosofiche, affidate per lo più allo Zibaldone, che sembrano in perfetto accordo con una visione materialistica del mondo.

Ma Leopardi veramente ateo non fu mai. Tutta la sua poesia è infatti un non rassegnarsi.

E’ un continuo domandare e chiedere conto di un senso che non può non esistere. Pensiamo ad una poesia che fu tanto amata da don Luigi Giussani: “Sopra il ritratto di una bella donna”.

In essa Leopardi si chiede: “Natura umana, or come,/se frale in tutto e vile, /se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”. Qui, scriveva don Giussani, Leopardi sente fortemente “la sproporzione tra fattori che ci costituiscono”.

Mortali e polvere sì, ma c’è dell’altro! Di qui le domande, magari alla luna in cielo, come nel Canto di un pastore errante per l’Asia; o persino le suggestioni gnostiche (Dio esiste, ma è malvagio)…

Ma l’uomo desidera davvero il piacere, o non piuttosto la felicità? E’ veramente solo un animale? Se sì, “perchè giacendo/ a bell’agio, ozioso, /s’appaga ogni animale;/ me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”

In tanti passaggi delle poesie di Leopardi, la bellezza della natura o di Silvia sembrano promettere, almeno per qualche istante, l’esistenza di un significato.

Ma, apparente paradosso, sono il limite umano, la noia, l’infelicità a spingere Leopardi a pensare, in più occasioni, che l’uomo non è solo un ammasso di atomi: il limite, che lo porta ad annegare nell’infinito, nei “sovraumani silenzi”, e lo spinge a dire che proprio la piccolezza dell’uomo, rispetto all’immensità dell’universo, rivela la “forza”, la “nobiltà”, la “immensa capacità della sua mente, la quale rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose”; l’infelicità, che diventa, nello Zibaldone, “una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima”, perché solo le “bestie sono felici o quasi felici…”; la noia, definita “il più sublime dei sentimenti umani” perché dimostra che l’uomo non può “essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera”, perché “tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio”.

C’è insomma un’ inquietudine, una mancanza che sentiamo tutti. Il problema è sapere, riecheggiando Mario Luzi, di chi sia “mancanza, questa mancanza”.

Di un Infinito che desideriamo, che in qualche modo, confusamente percepiamo, o del nulla?

 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Battisti, Degasperi, Mussolini. Tre giornalisti a Trento all’alba del Novecento»

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Anche quest’anno, per spiegare ai miei alunni la figura di Benito Mussolini e quella di Alcide Degasperi ricorro, per introdurli, ad un libro del giornalista Luigi Sardi intitolato “Battisti, Degasperi, Mussolini. Tre giornalisti all’alba del Novecento”.

Quando lessi per la prima volta questo libro, fu per me una bella scoperta, perché di rado i giornalisti sanno cimentarsi con la storia tenendo insieme il rigore dello storico e l’abilità narrativa propria del loro mestiere.

I volumi della “Storia d’Italia” di Montanelli e Gervaso, per esempio, sono un’opera brillante, molto letta, estremamente godibile, ma, da un punto di vista storico, zeppa di svarioni, superficialità e luoghi comuni “indigeribili”.

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Il libro di Sardi, invece, è estremamente efficace perché ricorre con dovizia ai documenti e porta il lettore a penetrare personalità, idee, caratteri di tre uomini che hanno avuto un peso enorme nella storia del Novecento italiano e non solo.

E che vissero gomito a gomito nella nostra città, per alcuni mesi, nel 1909, cioè 110 anni orsono.

Altri due libri di Luigi Sardi che mi sento di consigliare sono “1914 Degasperi e il papa” e “Via Rasella, il Sudtirol e Kappler. Fra storia e cronaca dalle Fosse Ardeatine al tesoro di Fortezza”.

In tutti questi testi, e, immagino, anche negli altri lavori di Sardi, chi è appassionato di storia può approfondire vicende importanti del passato, certo di avere tra le mani una narrazione fondata e, ideologicamente parlando, non faziosa ma onesta.

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