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Trento

Il medico legale a Trento. Attore protagonista del diritto alla difesa previsto anche nella Costituzione

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Nella foto il dottor Andrea Moar

Analizzando la consulenza tecnica medico-legale abbiamo incontrato il dott Andrea Moar di Trento, tra i più giovani medico legali in Trentino Alto Adige che ci conferma il ruolo centrale della figura del perito in ambito medico.

Prestigio ma anche impegno notevole.

Il dott Andrea Moar, si è laureato in medicina presso la facoltà di Verona e successivamente ha conseguito l’ambito titolo specialistico in medicina legale e delle assicurazioni (scuola di specializzazione a numero chiuso), è fortemente attivo sia a Trento che in Alto Adige.

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Ad oggi riveste ruolo di consulente medico legali per molti privati e risulta fiduciario per alcune delle più importanti compagnie assicurative.

L’impegno e la determinazione nelle studio accompagnati dalla serietà e professionalità lo hanno portato ad avere un ottima visibilità ed autorevolezza in un settore veramente complesso.

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Le funzioni del medico legale non sono infatti solo quelle di fare autopsie nel ruolo americano del “coroner” ma principalmente di valutare le ripercussioni sull’integrità psicofisica che le persone riportano in seguito ad esempio ad un incidente stradale, ad un infortunio, a qualsiasi evento che risulta impattante sull’entità biologica del soggetto.

Il dottor Moar ci ha confermato le specifiche del suo ruolo precisando alcune cose.

Le finalità del medico legale posso essere molteplici ma la più comune ed attuale è rappresentata dallo studio del caso per redigere una perizia inclusiva di attività di consulenza al fine di poter valutare correttamente l’equità di un possibile risarcimento, nonché la valorizzazione dello stesso.

La medicina in tribunale – Il dr. Moar ci conferma la centralità del ruolo anche in relazione con il mondo legale, infatti una buona perizia è sempre maggiormente valorizzata.

La consulenza tecnica di parte nel procedimento giudiziale infatti costituisce, a pieno titolo nel quadro delle garanzie costituzionali, il fondamentale diritto alla difesa di cui all’art. 24 Cost.

Il consulente tecnico di parte interviene nel processo quale “difensore tecnico” della parte, con il compito di fornire le proprie cognizioni tecniche relativamente ai fatti per l’accertamento o la valutazione dei quali il Giudiceha nominato un consulente tecnico d’ufficio.

Per effettuare un adeguato controllo sull’operato del c.t.u. i legali delle parti si possono rivolgere ad un proprio tecnico con il compito di fornire un supporto scientifico rispetto alla relazione dell’ausiliario del giudice.

Infatti a livello procedurale il giudice, con la stessa ordinanza di conferimento dell’incarico al c.t.u., assegna alle parti un termine entro il quale le parti possono nominare un proprio consulente (art. 201 c.1 c.p.c.).

La nomina del consulente di parte viene effettuata dall’avvocato difensore, fornito del mandato ad litem, e la scelta può essere fatta senza ricorrere a dei professionisti iscritti ad albi professionali, ma possono nominare un soggetto con una specifica abilitazione nella materia oggetto della consulenza tecnica. Inoltre la parte che sia professionalmente competente può svolgere la funzione di consulente di parte nel proprio interesse.

Il ruolo del consulente tecnico di parte (c.t.p.) è centrale in tutti campi ed in quello medico è particolarmente delicato e importante.

Il consulente di parte non presta giuramento e non è soggetto alla norma relativa alla ricusazione e alla astensione, ma può rendersi responsabile dei reati di infedeltà nei confronti del proprio cliente.

Comunque resta fermo nel nostro ordinamento il principio secondo cui la consulenza di parte costituisce “… pur inerendo all’istruzione probatoria, non costituiscono mezzi di prova ma semplici allegazioni difensive a contenuto tecnico, prive di autonomo valore probatorio; che coerentemente, dunque, la norma impugnata autorizza la nomina dei consulenti tecnici di parte solo nel caso di nomina del consulente tecnico d’ufficio, le cui funzioni parimenti sono preordinate, non ad accertare fatti rilevanti ai fini della decisione, bensì ad acquisire elementi di valutazione ovvero a ricostruire circostanze attraverso una specifica preparazione, a scopo di controllo sugli elementi di prova forniti dalle parti e in funzione ausiliaria del giudice; che peraltro rimane sempre salva la possibilità di produrre in causa perizie stragiudiziali, integranti anch’esse ​semplici mezzi di difesa come le deduzioni e argomentazioni dell’avvocato, soggette al libero apprezzamento del giudice”

Anche in assenza di CTU, rimane salva la possibilità di produrre in causa perizie stragiudiziali, che dal punto di vista giuridico rappresentano un semplice mezzo difensivo, al pari delle deduzioni e delle argomentazioni dell’avvocato, e sono soggette al libero apprezzamento del Giudice, che è tenuto quindi a motivare adeguatamente ove le risultanze di tale perizia siano alla base della decisione; mentre non incorre in vizio di motivazione laddove le disattenda senza confutarle ed analizzarle specificamente.

Con riferimento poi ai fatti che il consulente asserisce di aver accertato, la perizia stragiudiziale non ha valore probatorio, non essendo prevista dall’ordinamento la precostituzione fuori del giudizio di un siffatto mezzo di prova, ma solo valore indiziario.

Il consulente tecnico di parte effettua, nell’ambito della consulenza tecnica d’ufficio affidata all’esperto del giudice, una funzione che lo assimila a quella del legale, avendo il compito di assistere la parte che lo ha nominato per le proprie competenze tecniche, mentre l’avvocato può definirsi un tecnico del diritto.

Il consulente tecnico di parte ai sensi dell’art. 201 c.p.c. svolge le seguenti attività:

• assiste alle operazioni peritali del consulente tecnico d’ufficio;
• può presentare osservazioni ed istanze nel corso delle attività del CTU;
• partecipa all’udienza e alla camera di consiglio quando interviene il CTU;

In generale le osservazioni fatte dal c.t.p. sulla relazione presentata dal c.t.u. riguardano sostanzialmente aspetti tecnici, metodologici, logici e scientifici che il giudice deve valutare nelle sue determinazioni giuridiche.

Di conseguenza eventuali critiche da parte del c.t.p. devono risultare pertinenti, precise e circostanziate, fornendo dati e dimostrazioni in grado di evidenziare gli errori commessi dall’ausiliario del giudice.

Il consulente di parte opera negli interessi del cliente mediante un contratto di prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 c.c.) e le obbligazioni assunte sono obbligazioni di mezzi e non di risultato e l’eventuale inadempimento per mancanza di diligenza prescritta dall’art. 1176 c.c. comporta una colpa lieve.

Il giudice ha l’obbligo di prendere in esame le valutazioni della consulenza tecnica di parte, ma non è tenuto a confutarne le argomentazioni e può disattendere le analisi effettuate.

Negli anni recenti le consulenze tecniche medico legali hanno assunto una crescente importanza nei processi civili e riguardano in particolare il risarcimento del danno, specie nella materia della responsabilità medico-sanitaria, dove la natura dei fatti allegati dalle parti impone delle conoscenze tecnico-scientifiche che il giurista, magistrato o avvocato, non possiede.

Tuttavia, la loro esecuzione soffre spesso di irritualità ed incertezze, causate da divergenze interpretative e, ancor più, dalla trascuratezza delle norme processuali, con effetti negativi sul contraddittorio e quindi sul giusto processo.

La Cassazione ritiene che vada esente da responsabilità “ l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica” non c’è motivo per escludere in sede di responsabilità civile l’analisi relativa alla sussistenza del nesso eziologico, anche con riferimento a prassi e linee guida adottate dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni.

Evoluzione della normativa sanitaria –   Il dr. Moar ribadisce la centralità dello studio e dell’aggiornamento costante ai fini di ottenere dei buoni risultati in un contesto in continua evoluzione e legato sia alle leggi che alla giurisprudenza.

Il legislatore nel 2012, al fine di rallentare l’impetuosa crescita della responsabilità civile nell’ambito sanitario, è intervenuto con il c.d. decreto Balduzzi che all’art. 3, comma 1 precisa: “l’esercente la professione sanitaria  che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”. 

In questo intervento viene posto particolare attenzione alle linee guida e sulle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica; il giurista tradizionale non è abituato né a questo linguaggio, né tantomeno alla comprensione di queste regole tra le fonti del diritto.

Ma il fenomeno non riguarda esclusivamente l’ambito medico e ma tutta l’attività dei professionisti è sempre più interessata da una cospicua normativa di settore non riconducibile al diritto positivo propriamente inteso.

Nel decreto viene fatto riferimento alla c.d. soft law di derivazione anglo-sassone che prende in considerazione in tema di responsabilità, delle linee guida e delle buone pratiche che vengono accreditate dalla comunità scientifica ed inoltre nel decreto è previsto un meccanismo di intervento a tutela del medico di tipo assicurativo.

Le linee guida e buone pratiche sono delle norme che integrano nel giudizio di responsabilità il quadro di riferimento previsto dalla legislazione che riguarda il dovere di diligenza, di perizia e di prudenza.

La legge Balduzzi ha modificato sul piano delle fonti delle regole che prima dovevano essere apprezzate nella verifica della colpa in senso soggettivo, ora sono diventate diritto positivo, a tutti gli effetti. Ciò comporta che l’errata qualificazione di una norma ivi contenuta o la sua inosservanza da parte del giudice del merito, legittima il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c., come se si trattasse di una comune norma di diritto positivo.

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