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Trento

Dalla Michelin alle Albere: un quartiere che non è entrato nel cuore dei trentini

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Da area produttiva simbolo della Trento industriale del boom economico, a quartiere modello e all’avanguardia a livello architettonico.

Parliamo delle Albere 113 mila metri quadrati che hanno dato un contributo fondamentale dal 1927 agli anni 2000 alla storia di Trento.

Nel 1927 la Michelin (azienda francese che produceva prima gomma vulcanizzata e poi pneumatici) apre a Trento il secondo punto operativo, dopo quello di Torino.

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Nello stabilimento trentino veniva lavorato il cotone che arrivava dall’Egitto e si confezionava il tessuto che veniva utilizzato nella produzione degli pneumatici.

Negli anni la produzione si orientò sui rinforzi metallici per pneumatici e di ritorti di fibre artificiali o sintetiche.

La Michelin che negli anni d’oro arrivò ad occupare più di 1500 lavoratori prevalentemente donne, entrò nel cuore dei trentini chiamata esattamente come il suo nome viene scritto, assolutamente quasi mai con la pronuncia francese.

Al suo interno campi da tennis ed un cinema che alla domenica ospitava le famiglie dei dipendenti e nell’immaginario cittadino, rappresentava la fabbrica buona al contrario di Sloi e Carbochimica che erano quelle cattive.

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Dentro la fabbrica della Michelin venne approfondito il tema della novità introdotta nel mondo lavorativo dai fenomeni di aggregazione sociale, culturale e sportiva.

Poi i fenomeni di presa di coscienza operaia della fine degli anni ’60, la contestazione che ha collegato Trento con i fermenti nazionali ed internazionali.

La riduzione dell’attività industriale avvenuta per fasi fino alla chiusura definitiva nel 1997.

Infine la città decide la completa demolizione del complesso industriale. Ma fra la Michelin e la città di Trento per molti anni si è instaurato un grande rapporto di amore e rispetto. 

Un’empatia che le Albere non hanno mai avuto con la cittadinanza.

Presentato come quartiere modello, urbanisticamente all’avanguardia, raggiungibile da pochi, addirittura con le guardie private che ne limitavano gli ingressi ( e così è stato nei primi mesi).

Il quartiere non è mai entrato nel cuore dei trentini e che è ancora alla ricerca della sua vera identità.

Di certo il Muse ha contribuito a creare curiosità, il parco a portare gente, ma la scommessa è la nuova biblioteca universitaria che si rivolge alla “ nuova Trento”, quella degli studenti, universitari in particolare.

Due cubi collegati tra loro da una lobby, con la luce che arriva dalla cupola trasparente, perché le pareti sono tutte rivestite di libri.

Si stanno ancora ultimando i sottopassi che collegheranno il quartiere con la città: per anni l’unico collegamento possibile era il corridoio tra i due campi del cimitero, per un promiscuo sacro e profano che a molti non piaceva.

Per il momento a distanza di anni il quartiere “Le Albere” a Trento perde sempre più valore e gli appartamenti del complesso progettato da Renzo Piano restano per gran parte invenduti o disabitati.

Nel 2017 il complesso di proprietà del fondo immobiliare Clesio ha perso il 18% e oggi è poco oltre il 50% del valore iniziale, ovvero 44,3 milioni di euro. I debiti con le banche ammontano a 150 milioni.

I soci del fondo cioè enti territoriali come Isa, Dolomiti Energia, Itas, Fondazione Caritro, Mediocredito Trentino Alto Adige, hanno ottenuto come “rimborso” parziale delle perdite gli stessi appartamenti invenduti.

E per fortuna che la maggior parte del complesso è stato acquisito da grossi soggetti ovvero il Muse, il palazzo della sede Itas, la biblioteca universitaria.

La scommessa delle Albere è quella di riuscire ad entrare nel cuore dei trentini, come aveva fatto la Michelin.

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Trento

«Furbetti delle emissioni»: in 12 mesi rinvenuti 85 emulatori ed elevate 1.094 sanzioni

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Nucleo autotrasporto, i dati del primo anno di attività e i “furbetti delle emissioni”.

Il Comando Polizia Locale – Trento – Monte Bondone lo scorso 12 novembre 2018 ha istituito il nucleo autotrasporto, acronimo N.at, attraverso il quale intende dare corso a controlli approfonditi su tutto il mondo del trasporto di merci e persone, al fine di aumentare la sicurezza stradale e garantire la corretta concorrenza tra autotrasportatori.

Nel primo anno di attività sono state 219 le giornate di controllo che hanno portato alla verifica di 654 veicoli ed alla contestazione di 993 sanzioni al Codice della Strada per un importo di 532.487,40 euro e 101 violazioni di norme amministrative per 301.518 euro, con un totale complessivo di 1094 sanzioni per 834.005,4 euro.

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Un fenomeno è emerso prepotentemente in questo primo anno di operatività del Nat, una vera e propria frode che colpisce la concorrenza, ma, soprattutto, la salute di tutti i cittadini.

Quella perpetrata dai “furbetti delle emissioni”, camionisti che pur avendo un veicolo Euro V o Euro VI, grazie a una centralina pirata riescono a ingannare i rilevatori di emissioni e a viaggiare inquinando come un veicolo degli anni 80.

I tir Euro 5 e Euro 6 per abbattere gli ossidi di azoto (i tristemente famosi Nox), utilizzano uno speciale additivo: l’Adblue, una soluzione acquosa in grado di trasformare gli ossidi di azoto (molto inquinanti) in vapore acqueo (H2O) e azoto (N).

Senza tale additivo, il computer di bordo istallato, Selective Catalyst Reduction (Scr) sui tir per ridurre le emissioni e rientrare nelle categorie Euro 5 o 6, taglia la potenza per evitare che l’inquinamento aumenti esponenzialmente. C’è un modo per aggirare l’ostacolo: un computer (poco costoso) che fa sembrare che l’additivo ci sia anche quando è finito.

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Così si risparmia fino a duemila euro l’anno di additivo e si evita di vedersi ridotta la velocità fino a 30 km/h. E qui che scatta la frode: grazie infatti a un dispositivo da poche centinaia di euro, ne bastano 300, si può far credere al computer che il serbatoio Adblue sia sempre pieno e l’Scr funzionante, quindi il tir continua a funzionare normalmente, sebbene stia inquinando come un Euro 0.

Con questo stratagemma i camion inquinano fino a 5 volte oltre il consentito, bypassando le rigide normative ambientali dell’Ue, le politiche antinquinamento degli stati e tutti i blocchi del traffico.

Il risparmio medio per autocarro taroccato si aggira infatti sui duemila euro l’anno, un margine che, data la concorrenza tra autotrasportatori e i bassi margini di guadagno del settore, spinge i camionisti a tentare la sorte.

Come ha spiegato il proprietario di una società di trasporti romena, intervistato da un giornalista tedesco: «Con la centralina pirata risparmio in media 2000 euro a camion. Siccome ho 30 mezzi che girano ogni giorno per l’Europa, il mio guadagno annuo è di 60 mila euro».

Le stesse sanzioni alle quali vanno incontro le ditte e gli autisti pizzicati in tale pratica non sono adeguate alla gravità del comportamento adottato; infatti il Codice della Strada per tale fattispecie prevede l’applicazione degli articoli 78 e 71 inerenti modifiche alle caratteristiche costruttive del veicolo non omologate per un importo complessivo, entro 60 giorni dalla contestazione o notifica della violazione di € 518 che viene ridotto del 30% in caso di pagamento entro 5 giorni dalla contestazione o notifica della violazione ad euro € 362,60.

Alla violazione contestata consegue l’applicazione della sanzione accessoria del ritiro della carta di circolazione del veicolo sino all’avvenuto ripristino delle condizioni di omologazione da accertare con visita e prova straordinaria presso le sedi della Motorizzazione Civile.

Inoltre l’emulatore viene ovviamente sequestrato ai sensi dell’art. 13 della Legge 689/81.

Dal 12 novembre 2018 ad oggi sono stati rinvenuti 85 emulatori installati sui veicoli controllati, nascosti nei modi più vari possibili e riferiti in modo trasversale a veicoli immatricolati in varie nazioni, Italia compresa. Per dare un’idea del fenomeno nel 2018 la Polizia tedesca ha compiuto 13mila controlli sulla regolarità dei sistemi Scr, scoprendone trecento difettosi e di questi 84 con emulatore.

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Trento

Ingoia gli ovuli di eroina davanti agli agenti, arrestato 24 enne nigeriano richiedente asilo

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Verso le 12.15 dello scorso 8 novembre, durante un controllo del territorio finalizzato al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti in prossimità di edifici scolastici (“Progetto Scuole sicure”), gli agenti del Nucleo civico della polizia locale hanno notato un individuo che, per atteggiamenti e frequentazioni, era presumibilmente dedito allo spaccio.

Da piazza Dante, l’uomo era diretto verso il sottopasso che da via Dogana porta verso via Lampi.

Alla luce delle numerose segnalazioni riguardanti lo spaccio nei giardini di piazza Dante, presidiati quotidianamente dalle varie forze di Polizia, e dell’atteggiamento furtivo e sospetto del soggetto, gli agenti hanno deciso di seguirne gli spostamenti.

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Percorsa via Lampi dal lato del dormitorio universitario, l’uomo, O.O., nigeriano, 24 anni, senza fissa dimora sul territorio nazionale e in attesa dell’accoglimento della richiesta di permesso di soggiorno, ha imboccato corso Buonarroti in direzione sud.

Salito su un’autovettura in sosta, ha iniziato a contrattare la cessione di alcune dosi di sostanza stupefacente con un giovane trentino proprio di fronte all’edificio scolastico della scuola media “A. Manzoni”.

Il soggetto aveva in mano dei piccoli ovuli di cellophane e nell’altra mano stringeva venticinque euro in contanti.

Alla vista degli agenti che, nonostante operassero in abiti borghesi, erano conosciuti dall’extracomunitario, con un gesto repentino ha ingoiato le dosi di sostanza stupefacente che teneva nella mano destra.

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Portato all’ospedale Santa Chiara di Trento, è stato sottoposto ad esami radiodiagnostici che hanno confermato la presenza nello stomaco di numerosi corpi estranei riconducibili agli involucri ingeriti. E’ stato quindi ricoverato in stato di fermo, sia per consentire di recuperare le dosi di stupefacente che per tutelare la sua salute visto che, in caso di rottura degli ovuli, le conseguenze potevano essere letali.

Sono stati quindi recuperati 27 ovuli contenenti una sostanza che, da una prima analisi risulta essere eroina, per un peso complessivo di 7,51 grammi.

Ottenuta la prova dell’attività di spaccio, O.O. è stato arrestato e trattenuto altri due giorni in ospedale fino alla completa evacuazione degli ovuli.

Nel pomeriggio di ieri, su disposizione del magistrato, è stato condotto nella casa circondariale di Trento in attesa di giudizio.

E’ stata inoltre sequestrata una somma di 215 euro, presumibilmente il provento dell’attività di spaccio nella mattina precedente al fermo da parte degli agenti.

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Trento

Fuga dall’incubo: la storia di Massimo uscito dai Testimoni di Geova

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Quella di Massimo è una storia fatta di incongruenze e contraddizioni, ma soprattutto di valori “morali” che i Testimoni di Geova inculcano nei fedeli attraverso vessazioni, ricatti morali e con una personale e poco condivisibile concezione di “verità”. 

Dissociarsi da quella che è ormai gli occhi di tutti una «setta» significa rimanere soli, tagliare i ponti con la famiglia e gli amici.

Sebbene la parola “setta” assuma per molti una connotazione solo negativa, oggi questo termine indica più frequentemente gruppi, anche non religiosi, sorti attorno a personalità carismatiche.

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Personalità che tra i Testimoni di Geova vengono identificate come “corpo direttivo”, ovvero un gruppo di uomini che gestiscono l’organizzazione a livello mondiale, e a cui è riconosciuta l’autorità di promuovere o modificare dottrine in base alla loro personale interpretazione della Bibbia.

Pertanto uscire dalla loro organizzazione significa quasi non avere più un passato, oppure vergognarsi di averlo avuto.

Sentire un vuoto e l’amarezza per il tanto tempo perso correndo dietro ad insegnamenti che non si condividevano. Oppure ancora peggio rinnegando quel periodo a sè stessi o nascondendolo magari a chi ti è vicino nella tua nuova vita.

Significa dover ricordare magari un bambino piccolo che avrebbe voluto giocare mentre era nelle scale dei condomini nei quali la mamma era andata a predicare e a cui veniva fatto credere che l’isolamento lo preservasse dalla contaminazione “delle cattive compagnie” (cioè tutti coloro che non sono Testimoni di Geova).

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Questa è la storia di Massimo Cortelletti, 29 anni, di Trento, impiegato nel settore fiscale.

Una storia cruda che contiene anche drammatiche denunce di cui spesso la nostra società non vuol nemmeno sentire parlare.

Un percorso pieno di consapevolezza, durante il quale Massimo racconta la sua vita all’interno dei Testimoni Di Geova e di come, in seguito ad un lungo percorso di ricerca di sé stesso, se ne sia dissociato dopo aver assistito a dei fatti gravissimi.

Massimo nasce il 3 maggio 1990 in una famiglia di Testimoni di Geova, e cresce con divieti, privazioni (che logicamente in quel momento non sentiva sempre come tali) e con gli insegnamenti promossi da quello che i suoi genitori considerano l’unico portavoce di Dio in terra, il Corpo Direttivo menzionato sopra, attualmente composto da 8 uomini che vantano una lunga militanza nelle file di questo culto. La sua, come egli racconta, non è stata un’infanzia felice.

Nel 2006 viene a mancare la nonna materna, anche lei Testimone di Geova. «Avevo 16 anni – ricorda Massimo – ed ero molto legato a lei. Gli anziani e tutti i fratelli e le sorelle mi dissero di studiare in maniera più approfondita la Bibbia, così da potermi battezzare e rivedere mia nonna risuscitare nel paradiso terrestre così da avere la speranza di poter vivere in perfetta salute con lei per tutta l’eternità» (dopo “armaghedon”, cioè il giorno del giudizio di Dio nel quale, secondo la loro dottrina, si salveranno solo i testimoni di Geova battezzati).

Ma la morte della nonna comincia a far riflettere Massimo che comunque inizia a studiare la Bibbia con loro. «Capisco solo ora come la perdita di mia nonna in quel momento mi avesse indebolito psicologicamente ed emotivamente, infatti per me era sempre stata un punto di riferimento affettivo importante, e mi sentivo come fossi rimasto solo»

All’inizio del 2009, con la convinzione di possedere l’unica verità, Massimo si battezza e da quel momento dedica molte ore alla divulgazione della “buona notizia” predicata dai Testimoni di Geova. «Iniziai ad avere successo, molte persone si interessavano a quello che predicavo, e cominciai a studiare anche con quelli della Trento bene…»

Pensate che Massimo dedicava al culto dei Testimoni di Geova anche 120 ore al mese, cioè 4 ore giornaliere sabato e domenica compresi. Una cosa che ai giorni nostri ha quasi dell’incredibile.

Dopo circa 2 anni la situazione comincia però a precipitare.

All’età di 21 anni Massimo viene infatti ripreso da un comitato giudiziario per aver commesso fornicazione cioè aver avuto un rapporto sessuale illecito prima del matrimonio, un atto che viene considerato un peccato molto grave. Per i testimoni di Geova infatti i rapporti intimi sono ammessi solo all’interno del matrimonio.

In questi casi tre “anziani” della congregazione convocano il «peccatore» e lo interrogano per sapere ogni cosa nei minimi dettagli. Massimo allora si auto denuncia, «perché ti instillano un senso di paura nel tenere nascoste le cose e ti dicono che mentendo od omettendo dei particolari potresti essere ucciso da Geova come peccatore. Così mi tolsero tutti i privilegi, non potevo più commentare, pronunciare discorsi o preghiere durante le loro adunanze. Ma non mi espulsero»

Massimo dopo nemmeno un anno commette nuovamente lo stesso “peccato“.

Viene così attivato di nuovo un altro comitato giudiziario, dove ancora un’altra volta viene chiesto a Massimo ogni particolare sulla nuova fornicazione.

La cosa in questo caso finisce peggio del solito però: «Vengo disassociato e ostracizzato, a quel punto quindi nessuno più mi rivolge la parola e tutti ti guardano come fossi un appestato»

Ed ecco che scatta anche quella strategia inquisitoria e quel comportamento arbitrario e lesivo dei diritti, della libertà e della dignità dell’individuo.

Ma è solo l’inizio: «un anziano mi disse – racconta ancora Massimo – puoi fare tutto ciò che vuoi, fumare , drogarti, andare a donne e a uomini, tanto per noi tu non sei più nessuno. Ci rimasi male, ma ancora credevo in Geova (in quel Dio diverso, che mi hanno insegnato loro) e che quella fosse l’unica verità, quindi iniziai il cammino di pentimento che include: andare a tutte le adunanze, ma senza essere salutato da nessuno, sedersi in ultima fila, arrivare appena prima dell’inizio, andare via appena finisce,  ma la cosa brutta era incontrare i tuoi amici o meglio ex amici, perchè appena ti vedono per strada attraversano per non salutarti o passarti vicino, come se avessi chissà che malattia infettiva. Dopo aver scritto ben 3 lettere di richiesta di riassociazione ed essere stato fuori per 1 anno e mezzo, vengo infine riassociato, e tutto insomma ritorna come prima , tutti sembrano volermi bene nuovamente»

Per Massimo prosegue tutto per il meglio, comincia anche ad aiutare una “sorella” inattiva da più di 40 anni a rientrare nell’organizzazione.

Ma più il tempo passa più i dubbi affiorano nuovamente ed ecco che riappare una crisi di coscienza scatenata da nuove privazioni e sensi di colpa.

«Io porto la barba molto corta per una mia malattia cutanea al viso e per questo nell’ultimo periodo non potevo avere incarichi in congregazione,  – osserva Massimo – con la conseguenza di essere visto come ragazzo poco ‘spirituale’. (In molti paesi, tra i Testimoni, non radersi la barba, è considerato inappropriato – ndr) Sono stato pure preso in giro per questo motivo da un Sorvegliante Viaggiante, davanti a 40 fratelli e sorelle, benchè gli avessi spiegato il motivo per cui non potevo radermi».

Regole da medio evo insomma, e continue umiliazioni e ipocrisie: «Finché vai in servizio, alle adunanze, commenti, ti prepari, va tutto bene, poi se ad un tratto cambi idea tutti spariscono, questi sono coloro che si definiscono veri amici, amici in realtà solo per interessi reciproci.» – aggiunge Massimo  che ironicamente  incalza: «Gli amici non si vedono nel momento del bisogno? Io ho visto tutti scappare, anzi qualcuno mi parlava come se già fossi morto ad Armaghedon»

Massimo capisce che il credo in questa religione provoca tanti blocchi di tipo emotivo, morale, spirituale e sessuale.

Ma ormai la bottiglia è colma, e il vaso di pandora scoppia dopo un ultimo drammatico episodio legato alle direttive diramate in caso emergano situazioni di atti di pedofilia in congregazione.

«Direttive che mi hanno fatto vergognare di essere un Testimone di Geova! La goccia è stato il programma Broadcasting di Novembre 2017  dove si spiegava che è stato deciso che il Corpo Direttivo non cambierà mai opinione riguardo alla regola dei ‘due testimoni’». 

Spieghiamo meglio: i Testimoni credono che per ogni accusa verso una terza persona sia obbligatorio sempre presentare almeno due testimoni oculari dello stesso fatto. In casi di violenza sessuale questo vuol dire che se una persona dice agli anziani di essere stata abusata sessualmente, e il presunto colpevole nega, se non c’è un secondo Testimone oculare del fatto, questo presunto abusatore rimane libero nella congregazione. Non può essere convocato contro di lui nessun comitato giudiziario, ma quel che è peggio, in questi casi (senza un secondo testimone oculare) per decenni si sono anche scoraggiate le vittime da sporgere denuncia alle autorità. Questi aspetti sono stati già trattati in un altro articolo pubblicato 2 anni fa che è possibile leggere a questo link.

Massimo pensa (come lo pensano le decine di migliaia di persone che ogni anno abbandonano questo culto) che all’organizzazione in fondo interessi unicamente la reputazione di facciata.

«La cosa che più mi disgusta è vedere amici che vivono una doppia vita,  – sottolinea Massimo – pur professando questo culto. Come ad esempio un mio amico sposato da poco, nemmeno da 3 anni, che ho scoperto aver avuto varie relazioni gay durante il matrimonio. Non ho nulla contro chi è omosessuale, anzi, l’importante è amarsi, ma è la correttezza e l’onestà verso la propria moglie?»

Poi parte lo sfogo: «Mi rattrista che da quando ho preso a cuore questo mondo dei Testimoni di Geova ho allontanato mio fratello omosessuale, tenendo con lui i rapporti al minimo e solo perché all’interno del movimento i gay sono visti malissimo» 

Ora Massimo da quasi due anni è uscito definitivamente dai Testimoni di Geova e non ha più intenzione di ritornarci.

«Dopo aver vissuto tutto questo ho scritto la mia lettera formale di dissociazione e il giorno 12 gennaio 2018 è stato fatto l’annuncio della mia non più appartenenza alla loro religione. Oggi io per loro sono un apostata»

La storia di Massimo dopo anni di privazioni e di dubbi è finita bene in tutti i sensi. Non è stato abbandonato dalla sua famiglia, «i miei genitori sono ancora Testimoni di Geova ma hanno capito la mia scelta e mi sono rimasti vicino, con loro ho ottimi rapporti anche se non aver condannato la mia scelta gli è costata l’emarginazione». 

Oggi Massimo è sereno e libero dai dogmi degli uomini, «Vivo in perfetta libertà senza paura di essere giudicato da un essere umano per quello che faccio. Non ho rimpianti e mi spiace solo di aver perso del tempo così inutilmente»

E alla nostra domanda sul perché ha voluto rendere pubblica la sua storia senza paura risponde con decisione: «Perché è necessario far conosce chi sono veramente i testimoni di Geova che non sono quelli che con il sorriso vanno di casa in casa a suonare i campanelli come tutti li conosciamo ma persone sulle quali quando entri o esci da loro movimento scopri cose tragiche» 

Sono ancora pochi i testimoni di Geova che sono riusciti ad uscire da quella che in molti chiamano «setta», che in alcuni casi predica l’esatto contrario della religione Cristiana dove l’uomo non è il centro dell’attenzione ma solo uno «schiavo» di una serie di regole che ne limitano la libertà, e la propria crescita nella nostra società.

Oppressione o religione, credo oppure costrizione? Questa è la storia di un ragazzo che ha trovato la forza di scappare da un incubo, e che ora vuole gridarlo a tutti senza remore o timori.

È una storia desolante, cruda, per alcuni aspetti quasi incredibile.

È una storia che fino ad un certo punto ha rubato i sogni di un bambino, di un adolescente, e di un uomo attraverso privazioni e umiliazioni.

Ma è anche una storia di vita finita bene che lancia dei messaggi positivi, e viva Dio, che sappiamo come in questo periodo siano i benvenuti.

Questa è la storia di Massimo Cortelletti (nella foto) Testimone di Geova dalla nascita per volere dei genitori che all’età di 29 anni dopo momenti di disperazione ha deciso di abbracciare il mondo, la libertà, l’amore e il rispetto e sconfessare per sempre il culto nel quale è cresciuto.

Chi volesse mettersi in contatto con Massimo può inviare un’email a redazione@lavocedeltrentino.it

 

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