Connect with us
Pubblicità

Io la penso così…

Rovereto, elezioni comunali 2020: valori, coalizioni e proposte chiare, candidati preparati e credibili – di Paolo Farinati

Pubblicato

-


L’estate è sempre foriera anche in politica di idee, progetti, visioni e confronti ad ampio raggio. Se poi ci si avvicina ad un’importante scadenza elettorale, quale quella prevista per i nostri Comuni nel maggio 2020, allora il tutto si manifesta più vivace e conseguentemente più interessante.

Già in queste settimane sono apparse sui nostri quotidiani locali varie interviste di protagonisti dell’agorà politico – amministrativo trentino. Sindaci in carica che desiderano riproporsi e altri soggetti che ambiscono prospettare qualcosa di nuovo.

Appare vivo fin da subito il confronto tra chi sostiene il “civico” e chi si sente legato a schemi politici più tradizionali, seppur entrambi con contenuti aggiornati.

Io ho avuto l’opportunità di proporre e vivere in prima persona dal 2005 al 2010 un’amministrazione del Comune di Rovereto definita “civica”. Fu un’esperienza che voglio ribadire molto positiva e ricca di opere e di iniziative portate a termine e quindi di molte soddisfazioni. Si ricorderà che la città veniva politicamente da cinque anni pregni di accese contrapposizioni tra le componenti della Giunta comunale in scadenza, che le procurarono molte difficoltà e la portarono pressoché all’impasse.

Il malcontento tra i cittadini era molto, e la proposta ”civica” del prof. Guglielmo Valduga, che potremmo definire di un centro-sinistra moderato, fu vincente. Doveva accompagnare Rovereto in un quinquennio in cui i partiti avrebbero avuto il tempo di rigenerarsi.

E, infatti, nel 2010, seppur per poche centinaia di voti, i cittadini votarono per il cambio del Sindaco. Poi nel 2015 i roveretani, abituati e fedeli al cambiamento, scelsero quale Sindaco il dr. Francesco Valduga, a capo di una maggioranza “civica” che non esito a definire di un moderato centro-destra.

Ora il dibattito si è riaperto, con proprio l’attuale Sindaco Francesco Valduga a rilanciare un progetto “civico” municipale, dopo l’esito assai negativo di tale proposta a livello provinciale lo scorso autunno 2018.

La sua parola d’ordine è che il “civismo” incarna in termini valoriali la vera e unica disponibilità verso il bene della comunità. Come se chi si propone, con altrettanti buoni propositi, ad amministrare i nostri Comuni utilizzando la forma partito, ovvero il soggetto in tal senso previsto anche dalla nostra Costituzione, sia meno meritevole di attenzione nonché portatore di pochi valori e scarsa visione.

Questa lettura non mi sento evidentemente di condividerla. La ritengo assai superficiale e poco rispettosa. Spesso il “civismo” è solo il mezzo per un’unica ambizione, ovvero risponde alla volontà e alle ambizioni di un capo, di un solo condottiero. Nulla di male, ma ciò priva la politica di un necessario momento selettivo dei suoi protagonisti e di un proficuo confronto.

A questo aggiungo che la scelta civica apre la possibilità di non scegliere politicamente, ovvero di mantenersi “block frei” innanzi alla democratica e chiara scelta tra la destra e la sinistra, che è nell’animo di ogni cittadino. Scelta che non è superata, non è antistorica, anzi. Il nostro tempo ci dimostra che ogni cittadinanza, piccola o grande che sia, si divide, più o meno serenamente, tra queste due opzioni, seppur animate da valori lontani e contrapposti.

Le elezioni europee dello scorso 26 maggio hanno visto affermarsi a livello continentale in maniera significativa i partiti fedeli all’Europa, un’Europa certamente da correggere negli obiettivi e nelle politiche economico – sociali. Come ha ben espresso pochi giorni fa la neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I partiti antiEuropa, imbevuti di populismo, hanno nettamente perso.

In Italia, invece, è successo l’inverso. Ma viviamo una quotidiana convulsa litigiosità di chi oggi governa il nostro Paese, tanto che ormai in molti si augurano la crisi dell’attuale maggioranza M5S e Lega.

Ma con quale possibile alternativa?

Qui lo schema europeo, ovvero Popolari, PSE, ADLE e Verdi, può darci una grossa mano. Sono convinto che gli italiani, più che di continui litigi, hanno bisogno oggi più che mai di veder rifiorire una forte fiducia nazionale.

La componente dei Popolari, però, dovrà superare l’anomalia italiana, che li vede qui votare in parte il Partito Democratico e in parte Forza Italia, mentre a Bruxelles sono uniti per l’appunto sotto la bandiera politica dei Popolari.

Questo mio ragionamento mi auguro possa trovare un’interessante occasione di prova pure alle elezioni comunali del maggio 2020. Passaggio politico molto atteso anche qui in Trentino. Pur sapendo che le elezioni locali hanno dinamiche e caratteristiche del tutto diverse e molto particolari.

Arrivo ad un ragionamento per il mio Comune di Rovereto. Premetto subito, che il Sindaco Francesco Valduga ha il sacrosanto diritto di riproporsi alla carica di primo cittadino. Ci mancherebbe. Personalmente, per quel che può valere il mio giudizio, alla sua attuale amministrazione assegno una sufficienza, seppur con generosità. Varie le cose condivisibili che sono state fatte.

Altrettante le scelte realizzate solo parzialmente: ZTL di via Fontana e via Dante, AMR che preferivo trasformata in S.p.A. con il coinvolgimento da subito dei Comuni lagarini, RSA di piazzale De Francesco, valorizzazione del Bosco della Città e altro. Molti i progetti lasciati incompiuti o sostenuti con poca determinazione o per niente affrontati: tangenziale esterna, parcheggio di Piazzale Leoni, la quarta RSA, bretella Mira-viale Caproni , nuova sede Dolomiti Energia con spostamento degli uffici tecnici in via Manzoni, organizzazione del Natale, rapporti con i soggetti economici e altre questioni. Sono solo alcuni esempi, che andrebbero evidentemente approfonditi.

Dalle recenti dichiarazioni del Sindaco Valduga colgo un suo nuovo tentativo di calcare la strada “civica”. Lo ritengo un tentativo poco illuminante, equivoco e, mi si permetta, troppo legato alla sua sola persona.

Agli elettori nella primavera 2020 credo debbano arrivare scelte di campo chiare e nette. Al mondo “civico” mi sento di chiedere, pertanto, di scegliere tra proposte, alleanze e candidati ben individuabili per valori e per programmi. Ecco perché ritengo che. sulla base di tali considerazioni. l’attuale maggioranza comunale roveretana sia destinata a spaccarsi.

Ma il centro – sinistra, a cui ho sempre dato il mio voto fin dai miei 18 anni, cosa ha in animo di fare? La coalizione europea, a cui affido ancora la mia riflessione, alle elezioni di maggio a Rovereto ha mostrato numeri interessanti, al fine di riportare il CS moderato al governo della città: 43% il CS e 30% la Lega.

Numeri che sono una base importante e decisiva da cui partire. Un progetto elettorale richiede tempo per affinarsi e per farsi apprezzare dagli elettori. Riconquistare la fiducia della gente vuol dire, innanzitutto, stare tra la gente, ascoltare, dialogare e proporre una visione e un progetto comunitario con intelligenza, umiltà e determinazione. Rovereto necessita di una nuova improrogabile fase storica.

Deve aprirsi di più alle comunità vicine, deve essere costantemente al fianco delle sue aziende, sollevandole anche da un’eccessiva burocrazia con precisi accordi con la PAT, deve mantenere alta la sua offerta scolastica, dalle scuole elementari all’università, deve dare alla sua comunità nuove chances che in parte si sono perse con la lunga crisi iniziata nel 2007/08.

In particolare, Rovereto e la Provincia di Trento devono attuare politiche e scelte che rilancino il sistema produttivo in Vallagarina, la vera prerogativa del nostro territorio. Anche con nuove adeguate infrastrutture, che sappiano catturare l’interesse di nuovi imprenditori e facilitino l’insediamento di nuove imprese.

Istruzione, Cultura e Lavoro: sono e saranno sempre i temi fondamentali per la costruzione del benessere in ogni comunità.

Dico al centro-sinistra di non tergiversare. La storia le opportunità ce le offre con una certa frequenza. Sta a noi coglierle. Il rischio è insito in ogni decisione, ma la non decisione è anticamera di sospetti, di sfiducia, di apatia, di indifferenza e di sicura sconfitta. Invito i protagonisti del CS roveretano all’azione. Ma che sia un’azione coinvolgente, tempestiva, determinata, coraggiosa e chiara.

di Paolo Farinati

Io la penso così…

Fusione casse rurali: «governance inadeguata, palese incompetenza e grave carenza etica» – di Nadia Pedot

Pubblicato

-


Gentile Direttore,

con alcune riflessioni personali mi preme contribuire al confronto che in queste settimane si è animato a partire dalla controversa fusione tra la Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra e quella di Trento.

Ciò che è andato in scena al PalaRotari il 22 novembre è cosa nota e dettagliatamente riportata da più voci e differenti sensibilità.

E, se “la votazione è stata, nei modi e nelle forme, un atto osceno” al punto – forse – da configurarsi come ipotesi di reato, sarà eventualmente stabilito nelle sedi opportune.

Certamente si è aperta una frattura nel Paese entro la quale malumore, tensione e conflitto non accennano a rientrare.

Non sono socia della Cassa Rurale – già di Mezzocorona – ma il mio bisnonno nel 1902 ne fu uno dei suoi fondatori.

La storia della mia famiglia è quella di una “famiglia cooperativa” di piccoli produttori agricoli ed è questo l’humus in cui è germogliata la mia adesione ideale e formale al movimento cooperativo che si è tradotta in un concreto spirito di servizio, prima nel direttivo dell‘Associazione Giovani Cooperatori Trentini e poi brevemente in quello dell’Associazione Donne in Cooperazione.

Ho assistito nell’ultimo decennio a scontri accesi, a forzature polemiche e fratture di debolezza, ad assemblee affollate ed elezioni talvolta “citofonate” ed altre (poche, per la verità) del tutto impreviste benché intimamente molto caldeggiate.

Ma l’immagine resa ai soci al PalaRotari ha qualcosa di “inedito”: si è consumata l’hybris dei principi cooperativi.

Giusto il tempo di vita di una pagina di giornale sono valse le dimissioni, motivate e contrarie alla fusione, di Diego Paolazzi ed Elmar Mattevi, dal Consiglio di Amministrazione della Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra.

Le criticità di informazione, ascolto e condivisione interna, il nodo rappresentanza e l’ipotesi di fusione con la Cassa Rurale Rotaliana e Giovo – con una mano di disponibilità allungata da questa proprio pochi giorni prima dell’Assemblea straordinaria – sono state inghiottite e soffocate insieme al dissenso che si è confrontato con una liturgia novecentesca di schedatura.

In un tempo dominato dalla virtualizzazione dei servizi, dalla digitalizzazione della comunicazione e dalla globalizzazione dei mercati, i soci si sono dovuti spostare in pullman (con rientro fiscalmente fissato) e mettere in fila, con carta d’identità alla mano, per farsi registrare manualmente su un file excel: nessuno ha ritenuto che, proprio in virtù di questi epocali cambi di paradigma, con anticipo e consoni adeguamenti di regolamento, si potesse mutuare – senza inventare nulla – da Banca Etica la formula di partecipazione dei soci “a distanza” e “in presenza”? Non solo.

Ogni eventuale opacità sull‘espressione di voto doveva essere preventivamente esclusa: se la struttura e i suoi soci devono rimanere “al passo con i tempi” è di rilevanza primaria la formulazione di nuove prassi per garantire partecipazione, trasparenza ed esercizio della democrazia.

Mi fermo, e con questo mi avvio alla conclusione, sul binomio trasparenza e classe dirigente.

In seno all’Assemblea ordinaria del 3 maggio scorso, i soci della Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra erano stati “rassicurati”.

I rumor attorno alla fusione con Trento erano usciti “dalla stanza dei bottoni” ma a maggio la questione venne liquidata come una eventualità residuale e comunque remota nei tempi: in poco più di un semestre l’affare è stato “cotto e mangiato”.

La malizia è negli occhi di chi guarda, spesso, ma non sempre: a maggio la governance non aveva il polso della situazione o le dichiarazioni “rassicuranti” non erano in così buona fede.

Se il primo caso evidenzia una palese incompetenza, il secondo traccerebbe una carenza etica; ed entrambi sono sintomo di una governance inadeguata.

Il che, con “la diligenza del buon padre di famiglia”, dovrebbe corrispondere ad un’uscita di scena (auspicabilmente) veloce, defilata e definitiva.

Invece la storia, quella dei fatti senza nostalgie, ci ha ampiamente dimostrato che competenze, merito e onore (sic!) sono accessori retorici di facciata, buoni per ogni stagione e tutti i convegni, che nella nella realtà premiale di selezione della classe dirigente restano ancelle di appartenenza, fedeltà e silenzio.

All’hybris la sua nemesis: che sia già qui il tempo per una dolce riappropriazione dell’etica? C’è addirittura chi ne ha costruito una banca…

Nadia Pedot  – Maestra Cooperatrice 2015

Continua a leggere

Io la penso così…

Simboli di Natale da abolire, no ai presepi. Ma di cosa stiamo parlando? – di Flaviano Bolognani

Pubblicato

-


Spett.Le Direttore,

la festa del Natale si è sempre festeggiata anche a scuola e nessuno si è mai lamentato.

La nascita di Gesù, cioè di un bambino in una grotta fredda, è vista per tutti i bambini come una specie di favola, inoltre la storia non nega l’esistenza di Gesù e, sia per i musulmani che per gli ebrei, Gesù è esistito.

Nella scuola dell’Infanzia c’è molta gioia, a prescindere dal credo religioso.

Tutti i bambini collaborano per mettere il muschio, il cotone per la neve, statuine, pecorelle, le lucine con grande entusiasmo. Per loro è davvero un momento fatato, ricco di emozioni e di sorprese, di mistero,di magia e di gioia. Il Natale è bello, è fatto di coccole, di calore, di giornate passate in famiglia e i bambini sono bravissimi a cogliere e a far rivivere la poesia.

Dimentichiamoci degli adulti navigati che si credono troppo saggi per proporre di togliere il presepio a tutti i bimbi nelle scuole. Per quelli l’Avvento non nasconde alcuna sorpresa, sempre meno credenti e fedeli, poco degni di quel Bambino che nasce per salvarci tutti.

Mi piace quanto scritto da una mamma mussulmana residente in Italia: “In questi giorni ho sentito molto parlare di presepe, no presepe, sì presepe, da mussulmana do il mio modesto parere, avete creato un sacco di polemica e non capisco il perché! Personalmente non mi da fastidio ne presepe, ne crocefisso perché non disturbano la mia fede come spero che nemmeno il mio credo dia fastidio a nessuno, io faccio una proposta che può mettere d’accordo tutti. Lasciamo festeggiare, divertire i nostri bambini in tutti le feste sia quelle cristiane, mussulmane ed ebraiche. Solo così si vive in pace e le culture si avvicinano, concentriamoci invece su problemi seri e concreti.

Personalmente ritengo che non solo stiamo gradualmente distruggendo la nostra cultura e le nostre tradizioni, ma stiamo dando a chi immigra ogni motivo per ridere di noi.

Un popolo che non rispetta se stesso non avrà il rispetto di nessuno.

Il presepe fa parte delle tradizioni tipiche delle famiglie cristiane che amano prepararlo durante il periodo natalizio.

Chiamato anche presepio, sin dal Medioevo simboleggia la nascita di Gesù attraverso la rappresentazione di tutti i personaggi e i posti descritti nelle Sacre Scritture, come la grotta, con il bue e l’asinello, la stella cometa, i pastori con i loro greggi e i Re Magi.

La tradizione del presepe ha avuto origine proprio in Italia e risale all’epoca di San Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la rappresentazione vivente della Natività. Nel 1400 si diffuse l’uso di collocare nelle chiese, grandi statue permanenti che rappresentavano la nascita.

Questa tradizione fu ben presto recepita a tutti i livelli della società, specie all’interno delle famiglie per le quali la rappresentazione della nascita di Gesù, con le varie statuine e gli elementi tratti dall’ambiente naturale, diventò un rito irrinunciabile.

Ora il Natale si avvicina, il mio augurio è che possa portare a tutti pace e amore nei nostri cuori.

Flaviano Bolognani

Sotto il presepio di Vigo Cavedine, realizzato come 50 anni fa

Continua a leggere

Io la penso così…

Trento, in Piazza Duomo l’albero di Natale senza il presepe – di Carla Gardumi

Pubblicato

-


Spett.le direttore,

vorrei segnalare la desolazione assoluta della piazza Duomo a Trento e del resto del centro storico che la circonda!

Nel pomeriggio di ieri ci siamo recate, mia sorella ed io, trentine doc, nel centro storico della nostra amata città, Trento per l’appunto, ed abbiamo potuto constatare la pochezza notevole ed anche l’assenza delle decorazioni natalizie e di luci nelle vie del centro, che dovrebbero testimoniare l’allegrezza e la spettacolarità della città addobbata in attesa del grande evento del Natale!

Noto che in piazza Duomo, cuore storico di Trento, si erge nel centro di essa un albero di Natale su cui sono state appese alcune palle di Natale ed una illuminazione, comunque adeguata, mentre la base del medesimo è circondata da non ben definiti pannelli colorati di verde…non ho parole!

Vorrei suggerire che sarebbe opportuno decorare meglio ed in maniera consona alla Santa Festa la base di questo povero albero, che dovrebbe comunicarci l’atmosfera festosa e Santa del Natale.

Ma non finisce qui! La piazza Duomo è completamente sgombra e vuota, senza alcun addobbo che ci possa dire che arriverà il Santo Natale, un vero deserto di comunicazione, nulla che ci porti un messaggio di gioia e di pace in attesa del Bambino Gesù!

Ma Trento non è forse pubblicizzata dai media locali come città del Natale?

Non parliamo poi delle luci decorative sui palazzi che circondano la piazza: dove sono finite?

L’anno scorso la piazza Duomo era un tripudio di luci, installate sopra i vari locali pubblici e negozi, che oltretutto illuminavano anche il nostro cammino sulla piazza, che ora si presenta assolutamente buia!

Devo dire ancora altrettanto delle vie del centro storico: misere illuminazioni distanti molto una dall’altra e installate solamente in alcune vie: forse che il nostro comune si è improvvisamente impoverito?

So di commercianti che non hanno avuto alcun contributo dal comune per abbellire le vie, nonostante aderissero all’Uopo in maniera concreta!

Ricordo che lo scorso Natale era una gioia per tutti camminare per le vie decorate ed illuminate, che creavano quella magica atmosfera che solo il Santo Natale ci sa trasmettere.

Ed il nostro amato presepe dov’è finito?

Esso costituisce per tutti noi il simbolo della Natività di nostro Signore Gesù e della Santa Famiglia Cristiana, facente parte integrante della nostra cultura cristiana, di cui siamo fieri paladini, condivisa pienamente anche dai nostri vicini Altoatesini che non hanno certo lesinato nel farne parte con i loro conterranei.

Chiudo questa mia con profonda tristezza, consapevole del vuoto che si è creato attorno a questa Santa ricorrenza, la Più attesa dell’anno.

Carla Gardumi – Trento

Continua a leggere
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • PubblicitàPubblicità

Archivi

  • Pubblicità
    Pubblicità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Categorie

di tendenza