Connect with us
Pubblicità

Trento

A Sardagna l’aperitivo di protesta contro la riapertura della discarica

Pubblicato

-

La pioggia non ha fermato l’evento organizzato “ Aperitivo sotto la vigna” organizzato dai residenti di Sardagna.

L’appuntamento della “Spiazola” si è solamente spostato sotto i portici della “ Spiazola” per un’originale forma sia di protesta, ma anche di autofinanziamento per le attività a sostegno della lotta contro la riapertura della discarica Sativa che si trova a sud del paese.

I residenti vogliono mantenere alta l’attenzione sulla questione, anche perché il silenzio delle istituzioni non è per nulla rassicurante.

PubblicitàPubblicità

Da un lato la posizione assolutamente contraria della popolazione di Sardagna è cosa nota e ribadita in più occasioni; dall’altra Sativa e Provincia hanno fatto capire che volontà è quella di proseguire nel progetto di riattivazione, nonostante che il consiglio comunale di Trento abbia espresso unanime parere contrario.

Ieri l’aperitivo di protesta, nei giorni della Trento – Bondone lo striscione esposto in piazza che ribadiva lo stesso concetto e poi una serie di sit in organizzati sotto il palazzo della Provincia.

La sensazione però è quella che la protesta di svolga senza appoggi pesanti.

Qualche adesione di singoli esponenti politici, sostegno di Verdi e 5 Stelle che però non affondano il colpo.

Pubblicità
Pubblicità

Il dato di fatto è che le valutazioni di inquinamento che avevano portato al sequestro della discarica, sono state annullate da una nuova legge che ne ha innalzato i parametri ed a questo punto bastano anche pochi giorni di ritardo nel dissequestro che il rischio sarebbe quello di una causa per danni che non sarebbe con importi minimi.

Ed allora la riapertura potrebbe rappresentare la soluzione di tutti i problemi ed a quel punto, la protesta di Sardegna non riuscirebbe mai ad avere toni così alti da poter essere ascoltata.

Pubblicità
Pubblicità

Trento

Ingoia gli ovuli di eroina davanti agli agenti, arrestato 24 enne nigeriano richiedente asilo

Pubblicato

-

Verso le 12.15 dello scorso 8 novembre, durante un controllo del territorio finalizzato al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti in prossimità di edifici scolastici (“Progetto Scuole sicure”), gli agenti del Nucleo civico della polizia locale hanno notato un individuo che, per atteggiamenti e frequentazioni, era presumibilmente dedito allo spaccio.

Da piazza Dante, l’uomo era diretto verso il sottopasso che da via Dogana porta verso via Lampi.

Alla luce delle numerose segnalazioni riguardanti lo spaccio nei giardini di piazza Dante, presidiati quotidianamente dalle varie forze di Polizia, e dell’atteggiamento furtivo e sospetto del soggetto, gli agenti hanno deciso di seguirne gli spostamenti.

PubblicitàPubblicità

Percorsa via Lampi dal lato del dormitorio universitario, l’uomo, O.O., nigeriano, 24 anni, senza fissa dimora sul territorio nazionale e in attesa dell’accoglimento della richiesta di permesso di soggiorno, ha imboccato corso Buonarroti in direzione sud.

Salito su un’autovettura in sosta, ha iniziato a contrattare la cessione di alcune dosi di sostanza stupefacente con un giovane trentino proprio di fronte all’edificio scolastico della scuola media “A. Manzoni”.

Il soggetto aveva in mano dei piccoli ovuli di cellophane e nell’altra mano stringeva venticinque euro in contanti.

Alla vista degli agenti che, nonostante operassero in abiti borghesi, erano conosciuti dall’extracomunitario, con un gesto repentino ha ingoiato le dosi di sostanza stupefacente che teneva nella mano destra.

Pubblicità
Pubblicità

Portato all’ospedale Santa Chiara di Trento, è stato sottoposto ad esami radiodiagnostici che hanno confermato la presenza nello stomaco di numerosi corpi estranei riconducibili agli involucri ingeriti. E’ stato quindi ricoverato in stato di fermo, sia per consentire di recuperare le dosi di stupefacente che per tutelare la sua salute visto che, in caso di rottura degli ovuli, le conseguenze potevano essere letali.

Sono stati quindi recuperati 27 ovuli contenenti una sostanza che, da una prima analisi risulta essere eroina, per un peso complessivo di 7,51 grammi.

Ottenuta la prova dell’attività di spaccio, O.O. è stato arrestato e trattenuto altri due giorni in ospedale fino alla completa evacuazione degli ovuli.

Nel pomeriggio di ieri, su disposizione del magistrato, è stato condotto nella casa circondariale di Trento in attesa di giudizio.

E’ stata inoltre sequestrata una somma di 215 euro, presumibilmente il provento dell’attività di spaccio nella mattina precedente al fermo da parte degli agenti.

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere

Trento

Fuga dall’incubo: la storia di Massimo uscito dai Testimoni di Geova

Pubblicato

-

Quella di Massimo è una storia fatta di incongruenze e contraddizioni, ma soprattutto di valori “morali” che i Testimoni di Geova inculcano nei fedeli attraverso vessazioni, ricatti morali e con una personale e poco condivisibile concezione di “verità”. 

Dissociarsi da quella che è ormai gli occhi di tutti una «setta» significa rimanere soli, tagliare i ponti con la famiglia e gli amici.

Sebbene la parola “setta” assuma per molti una connotazione solo negativa, oggi questo termine indica più frequentemente gruppi, anche non religiosi, sorti attorno a personalità carismatiche.

Pubblicità
Pubblicità

Personalità che tra i Testimoni di Geova vengono identificate come “corpo direttivo”, ovvero un gruppo di uomini che gestiscono l’organizzazione a livello mondiale, e a cui è riconosciuta l’autorità di promuovere o modificare dottrine in base alla loro personale interpretazione della Bibbia.

Pertanto uscire dalla loro organizzazione significa quasi non avere più un passato, oppure vergognarsi di averlo avuto.

Sentire un vuoto e l’amarezza per il tanto tempo perso correndo dietro ad insegnamenti che non si condividevano. Oppure ancora peggio rinnegando quel periodo a sè stessi o nascondendolo magari a chi ti è vicino nella tua nuova vita.

Significa dover ricordare magari un bambino piccolo che avrebbe voluto giocare mentre era nelle scale dei condomini nei quali la mamma era andata a predicare e a cui veniva fatto credere che l’isolamento lo preservasse dalla contaminazione “delle cattive compagnie” (cioè tutti coloro che non sono Testimoni di Geova).

Pubblicità
Pubblicità

Questa è la storia di Massimo Cortelletti, 29 anni, di Trento, impiegato nel settore fiscale.

Una storia cruda che contiene anche drammatiche denunce di cui spesso la nostra società non vuol nemmeno sentire parlare.

Un percorso pieno di consapevolezza, durante il quale Massimo racconta la sua vita all’interno dei Testimoni Di Geova e di come, in seguito ad un lungo percorso di ricerca di sé stesso, se ne sia dissociato dopo aver assistito a dei fatti gravissimi.

Massimo nasce il 3 maggio 1990 in una famiglia di Testimoni di Geova, e cresce con divieti, privazioni (che logicamente in quel momento non sentiva sempre come tali) e con gli insegnamenti promossi da quello che i suoi genitori considerano l’unico portavoce di Dio in terra, il Corpo Direttivo menzionato sopra, attualmente composto da 8 uomini che vantano una lunga militanza nelle file di questo culto. La sua, come egli racconta, non è stata un’infanzia felice.

Nel 2006 viene a mancare la nonna materna, anche lei Testimone di Geova. «Avevo 16 anni – ricorda Massimo – ed ero molto legato a lei. Gli anziani e tutti i fratelli e le sorelle mi dissero di studiare in maniera più approfondita la Bibbia, così da potermi battezzare e rivedere mia nonna risuscitare nel paradiso terrestre così da avere la speranza di poter vivere in perfetta salute con lei per tutta l’eternità» (dopo “armaghedon”, cioè il giorno del giudizio di Dio nel quale, secondo la loro dottrina, si salveranno solo i testimoni di Geova battezzati).

Ma la morte della nonna comincia a far riflettere Massimo che comunque inizia a studiare la Bibbia con loro. «Capisco solo ora come la perdita di mia nonna in quel momento mi avesse indebolito psicologicamente ed emotivamente, infatti per me era sempre stata un punto di riferimento affettivo importante, e mi sentivo come fossi rimasto solo»

All’inizio del 2009, con la convinzione di possedere l’unica verità, Massimo si battezza e da quel momento dedica molte ore alla divulgazione della “buona notizia” predicata dai Testimoni di Geova. «Iniziai ad avere successo, molte persone si interessavano a quello che predicavo, e cominciai a studiare anche con quelli della Trento bene…»

Pensate che Massimo dedicava al culto dei Testimoni di Geova anche 120 ore al mese, cioè 4 ore giornaliere sabato e domenica compresi. Una cosa che ai giorni nostri ha quasi dell’incredibile.

Dopo circa 2 anni la situazione comincia però a precipitare.

All’età di 21 anni Massimo viene infatti ripreso da un comitato giudiziario per aver commesso fornicazione cioè aver avuto un rapporto sessuale illecito prima del matrimonio, un atto che viene considerato un peccato molto grave. Per i testimoni di Geova infatti i rapporti intimi sono ammessi solo all’interno del matrimonio.

In questi casi tre “anziani” della congregazione convocano il «peccatore» e lo interrogano per sapere ogni cosa nei minimi dettagli. Massimo allora si auto denuncia, «perché ti instillano un senso di paura nel tenere nascoste le cose e ti dicono che mentendo od omettendo dei particolari potresti essere ucciso da Geova come peccatore. Così mi tolsero tutti i privilegi, non potevo più commentare, pronunciare discorsi o preghiere durante le loro adunanze. Ma non mi espulsero»

Massimo dopo nemmeno un anno commette nuovamente lo stesso “peccato“.

Viene così attivato di nuovo un altro comitato giudiziario, dove ancora un’altra volta viene chiesto a Massimo ogni particolare sulla nuova fornicazione.

La cosa in questo caso finisce peggio del solito però: «Vengo disassociato e ostracizzato, a quel punto quindi nessuno più mi rivolge la parola e tutti ti guardano come fossi un appestato»

Ed ecco che scatta anche quella strategia inquisitoria e quel comportamento arbitrario e lesivo dei diritti, della libertà e della dignità dell’individuo.

Ma è solo l’inizio: «un anziano mi disse – racconta ancora Massimo – puoi fare tutto ciò che vuoi, fumare , drogarti, andare a donne e a uomini, tanto per noi tu non sei più nessuno. Ci rimasi male, ma ancora credevo in Geova (in quel Dio diverso, che mi hanno insegnato loro) e che quella fosse l’unica verità, quindi iniziai il cammino di pentimento che include: andare a tutte le adunanze, ma senza essere salutato da nessuno, sedersi in ultima fila, arrivare appena prima dell’inizio, andare via appena finisce,  ma la cosa brutta era incontrare i tuoi amici o meglio ex amici, perchè appena ti vedono per strada attraversano per non salutarti o passarti vicino, come se avessi chissà che malattia infettiva. Dopo aver scritto ben 3 lettere di richiesta di riassociazione ed essere stato fuori per 1 anno e mezzo, vengo infine riassociato, e tutto insomma ritorna come prima , tutti sembrano volermi bene nuovamente»

Per Massimo prosegue tutto per il meglio, comincia anche ad aiutare una “sorella” inattiva da più di 40 anni a rientrare nell’organizzazione.

Ma più il tempo passa più i dubbi affiorano nuovamente ed ecco che riappare una crisi di coscienza scatenata da nuove privazioni e sensi di colpa.

«Io porto la barba molto corta per una mia malattia cutanea al viso e per questo nell’ultimo periodo non potevo avere incarichi in congregazione,  – osserva Massimo – con la conseguenza di essere visto come ragazzo poco ‘spirituale’. (In molti paesi, tra i Testimoni, non radersi la barba, è considerato inappropriato – ndr) Sono stato pure preso in giro per questo motivo da un Sorvegliante Viaggiante, davanti a 40 fratelli e sorelle, benchè gli avessi spiegato il motivo per cui non potevo radermi».

Regole da medio evo insomma, e continue umiliazioni e ipocrisie: «Finché vai in servizio, alle adunanze, commenti, ti prepari, va tutto bene, poi se ad un tratto cambi idea tutti spariscono, questi sono coloro che si definiscono veri amici, amici in realtà solo per interessi reciproci.» – aggiunge Massimo  che ironicamente  incalza: «Gli amici non si vedono nel momento del bisogno? Io ho visto tutti scappare, anzi qualcuno mi parlava come se già fossi morto ad Armaghedon»

Massimo capisce che il credo in questa religione provoca tanti blocchi di tipo emotivo, morale, spirituale e sessuale.

Ma ormai la bottiglia è colma, e il vaso di pandora scoppia dopo un ultimo drammatico episodio legato alle direttive diramate in caso emergano situazioni di atti di pedofilia in congregazione.

«Direttive che mi hanno fatto vergognare di essere un Testimone di Geova! La goccia è stato il programma Broadcasting di Novembre 2017  dove si spiegava che è stato deciso che il Corpo Direttivo non cambierà mai opinione riguardo alla regola dei ‘due testimoni’». 

Spieghiamo meglio: i Testimoni credono che per ogni accusa verso una terza persona sia obbligatorio sempre presentare almeno due testimoni oculari dello stesso fatto. In casi di violenza sessuale questo vuol dire che se una persona dice agli anziani di essere stata abusata sessualmente, e il presunto colpevole nega, se non c’è un secondo Testimone oculare del fatto, questo presunto abusatore rimane libero nella congregazione. Non può essere convocato contro di lui nessun comitato giudiziario, ma quel che è peggio, in questi casi (senza un secondo testimone oculare) per decenni si sono anche scoraggiate le vittime da sporgere denuncia alle autorità. Questi aspetti sono stati già trattati in un altro articolo pubblicato 2 anni fa che è possibile leggere a questo link.

Massimo pensa (come lo pensano le decine di migliaia di persone che ogni anno abbandonano questo culto) che all’organizzazione in fondo interessi unicamente la reputazione di facciata.

«La cosa che più mi disgusta è vedere amici che vivono una doppia vita,  – sottolinea Massimo – pur professando questo culto. Come ad esempio un mio amico sposato da poco, nemmeno da 3 anni, che ho scoperto aver avuto varie relazioni gay durante il matrimonio. Non ho nulla contro chi è omosessuale, anzi, l’importante è amarsi, ma è la correttezza e l’onestà verso la propria moglie?»

Poi parte lo sfogo: «Mi rattrista che da quando ho preso a cuore questo mondo dei Testimoni di Geova ho allontanato mio fratello omosessuale, tenendo con lui i rapporti al minimo e solo perché all’interno del movimento i gay sono visti malissimo» 

Ora Massimo da quasi due anni è uscito definitivamente dai Testimoni di Geova e non ha più intenzione di ritornarci.

«Dopo aver vissuto tutto questo ho scritto la mia lettera formale di dissociazione e il giorno 12 gennaio 2018 è stato fatto l’annuncio della mia non più appartenenza alla loro religione. Oggi io per loro sono un apostata»

La storia di Massimo dopo anni di privazioni e di dubbi è finita bene in tutti i sensi. Non è stato abbandonato dalla sua famiglia, «i miei genitori sono ancora Testimoni di Geova ma hanno capito la mia scelta e mi sono rimasti vicino, con loro ho ottimi rapporti anche se non aver condannato la mia scelta gli è costata l’emarginazione». 

Oggi Massimo è sereno e libero dai dogmi degli uomini, «Vivo in perfetta libertà senza paura di essere giudicato da un essere umano per quello che faccio. Non ho rimpianti e mi spiace solo di aver perso del tempo così inutilmente»

E alla nostra domanda sul perché ha voluto rendere pubblica la sua storia senza paura risponde con decisione: «Perché è necessario far conosce chi sono veramente i testimoni di Geova che non sono quelli che con il sorriso vanno di casa in casa a suonare i campanelli come tutti li conosciamo ma persone sulle quali quando entri o esci da loro movimento scopri cose tragiche» 

Sono ancora pochi i testimoni di Geova che sono riusciti ad uscire da quella che in molti chiamano «setta», che in alcuni casi predica l’esatto contrario della religione Cristiana dove l’uomo non è il centro dell’attenzione ma solo uno «schiavo» di una serie di regole che ne limitano la libertà, e la propria crescita nella nostra società.

Oppressione o religione, credo oppure costrizione? Questa è la storia di un ragazzo che ha trovato la forza di scappare da un incubo, e che ora vuole gridarlo a tutti senza remore o timori.

È una storia desolante, cruda, per alcuni aspetti quasi incredibile.

È una storia che fino ad un certo punto ha rubato i sogni di un bambino, di un adolescente, e di un uomo attraverso privazioni e umiliazioni.

Ma è anche una storia di vita finita bene che lancia dei messaggi positivi, e viva Dio, che sappiamo come in questo periodo siano i benvenuti.

Questa è la storia di Massimo Cortelletti (nella foto) Testimone di Geova dalla nascita per volere dei genitori che all’età di 29 anni dopo momenti di disperazione ha deciso di abbracciare il mondo, la libertà, l’amore e il rispetto e sconfessare per sempre il culto nel quale è cresciuto.

Chi volesse mettersi in contatto con Massimo può inviare un’email a redazione@lavocedeltrentino.it

 

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere

Trento

Borse di studio ai bimbi, la “Voce” aveva ragione: danno erariale di Unitn da 607mila euro

Pubblicato

-

Ammonta a 607mila euro il danno erariale calcolato e dalla procura della Corte dei conti di Trento per la presunta illegittima erogazione a pioggia di borse di studio per i figli di dipendenti Unitn, dall’asilo fino al compimento del diciottesimo anno di età e contestato ora dalla magistratura contabile alla stessa università trentina.

Un caso che era stato segnalato in esclusiva proprio dal nostro quotidiano lo scorso mese di luglio nell’articolo “Borse di studio a bimbi di tre anni: contributi a pioggia a figli di dipendenti Unitn ma senza ICEF né ISE“.

Nel primo appuntamento dedicato alle basse foschie che aleggiano intorno a talune procedure ed operati dell’Università degli Studi di Trento, avevamo solo ipotizzato ciò che poi i magistrati di piazza Vittoria, partendo da una segnalazione anonima risalente al dicembre 2018, ha verificato con accertamenti investigativi affidati alla Squadra Mobile di Trento.

Pubblicità
Pubblicità

A finire nei guai Paolo Mezzena, 68 anni, dirigente risorse umane e organizzazione dell’università di Trento e Alberto Molinari, 63 anni, prorettore per i rapporti con il personale tecnico e amministrativo e presidente per la commissione per la contrattazione decentrata, nonché ex presidente dell’Opera Universitaria.

Nell’atto di citazione dell’accusa per Mezzena e Molinari si profila la colpevolezza, nella loro qualità di delegati di parte pubblica, per “l’illegittima erogazione di provvidenze economiche a favore dei figli del personale tecnico amministrativo e dei collaboratori esperti linguistici di Unitn“.

E’ a loro che viene infatti ascritta, sempre dall’accusa, la piena responsabilità nella sottoscrizione di un accordo sindacale integrativo palesemente illegittimo risalente al 30 gennaio 2007, da cui è derivata anche l’emanazione del regolamento per l’attribuzione delle borse di studio e della loro concreta erogazione.

Sulla cifra di 1.640.630,42 euro di danno erariale complessivo calcolato, la cifra reale contestabile è però ridotta a 607,214,33 euro e il perché è presto detto.

Pubblicità
Pubblicità

Il totale destinato alle borse di studio per i figli dei dipendenti nel periodo considerato, ovvero dal 2007 al 2017, come abbiamo visto supera il milione. Tuttavia, fino al 2014 entra in gioco la prescrizione, a causa della quale la Corte dei Conti ha potuto prendere in considerazione solo gli ultimi quattro anni di questo decennio di presunti sperperi.

E se la difesa dei due dirigenti si basa sul principio che si tratti di cifre messe a disposizione come “welfare aziendale” e gestibili in autonomia da qualsiasi ateneo, la risposta del Procuratore regionale Marcovalerio Pozzato è chiara: le erogazioni sarebbero state destinate senza tenere conto delle condizioni economiche dei nuclei familiari e senza alcun controllo da parte dell’ateneo.

Quindi, l’attribuzione indistinta e anomala di 350 euro per ogni figlio in età scolare (450 nel caso di soggiorni all’estero) sarebbe avvenuta sulla base di un accordo sottoscritto senza la previsione di qualsivoglia supervisione da parte dell’università e indipendentemente dalla reddito accertato delle famiglie.

(Il riferimento in questo caso sarebbe anche al reddito complessivo dei coniugi senza che fosse neppure richiesta la certificazione del pagamento connesso all’iscrizione scolastica o universitaria, in violazione tra l’altro di un specifica circolare del MEF n 238/E del 22 dicembre 2000).

Il reddito complessivo non veniva quindi preso in considerazione, con casi di dipendenti Unitn coniugati con soggetti grandemente benestanti “in manifesto spregio al principio dell’assistenza ai bisognosi” e a coloro che si trovano in una condizione economica svantaggiata (notare che al momento attuale la anche la Provincia di Trento condiziona l’attribuzione di borse di studio alla presenza di idonea certificazione Iseo).

La previsione dei benefici economici derivanti all’accordo sindacale sottoscritto il 30 gennaio 2007, ha poi travalicato i principi espressi dal CCNL del gennaio 2005, con l’attribuzione di contributi palesemente non previsti dall’art. 49 dello stesso contratto e, come sopra detto, senza certificazione di un pagamento.

L’osservazione dei magistrati di piazza Vittoria sottolinea, oltre al resto, l’anomalia della concessione di borse a pioggia a dipendenti con bimbi iscritti alla scuola materna o con studenti fuori corso universitario, che ne ottenevano il beneficio senza darne atto in sede di dichiarazione Irpef.

Tali sussidi sono del resto previsti, ma le disposizioni di legge indicano esclusivamente in capo agli atenei la facoltà di adottare in sede decentrata e nell’ambito delle proprie disponibilità di bilancio, iniziative a favore dei propri dipendenti anche attraverso il loro contributo, solo per convenzioni in materia di trasporti, assistenza sanitaria, istituzioni di asili nido e sussidi economici.

In nessuna di queste casistiche rientrerebbe la modalità di erogazione utilizzata da Unitn.

Infine, il nonsense dell’attribuzione di tale beneficio sotto il termine “borsa di studio” a bambini troppo piccoli per essere in grado di beneficiarne realmente.

 

Sotto, in sintesi, il valore delle cifre erogate in favore dei figli di dipendenti Unitn divise per anno e che riguardano il decennio 2007-2017.

Ricordiamo che la cifra del danno erariale originariamente contestata è di 1.640.630,42 euro di cui:

80.519 nel 2007

200.492, 51 nel 2008

157.959,75 nel 2009

143.089,37 nel 2010

144.734,40 nel 2011

155.735,28 nel 2012

150.885 nel 2013

150.933,74 nel 2014

149.767,80 nel 2015

145.508,44 nel 2016

161.004,35 nel 2017 

A causa della prescrizione fatta valere dalla procura vengono in questo caso invece presi in analisi solo anni dal 2014 in poi, con una cifra finale contestata di 607,214,33 euro.

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • PubblicitàPubblicità

Archivi

  • Pubblicità
    Pubblicità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Categorie

di tendenza