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Riflessioni fra Cronaca e Storia

La storia di una donna che viene da lontano

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Un viaggio senza ritorno.

‘Mi chiamo Natija, vengo dal Continente Nero, dove il colore dell’oro brilla solo nel cuore di chi è capace di scorgere il vero negli occhi scuri e profondi di ogni fratello nero. Questa mia storia vi voglio raccontare perché possa arrivare ai cuori, a tutti coloro che non osano parlare.

La mia vita scorreva serena tra faccende, famiglia e tante bocche da sfamare.

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Un dì mio marito tornò a casa in lacrime perché la terra che lavorava e che ci donava il pane quotidiano gli era stata strappata dalla mani. L’Occidente se ne era impossessato.

Cosa fare senza terra? Terra significa lavoro, significa cibo ed educazione per i nostri figli.

Da quel giorno tutto è cambiato. I nostri cuori sono stati avvolti dal terrore. La paura di non poter più essere genitori per i nostri figli, di non essere più in grado di dare loro il cibo e quanto era necessario per il loro futuro.

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Una notte mio marito, che non dormiva ormai più da quel fatidico giorno, mi disse: ‘dovete partire’.

Quelle parole furono un fulmine gelido e profondo, così laceranti che non osai replicare o chiedere altro.

Organizzò tutto lui: tutti i miei figli furono affidati ai parenti più stretti, a me lasciò tra le braccia l’ultimo nato, di neanche due anni.

Cosa avrei potuto dire?

Cosa avrei potuto fare?

Non riuscivo a vedere futuro per i miei figli e quello che i miei occhi vedevano ogni giorno erano le loro pance vuote e le loro lacrime per la fame.

Arrivò quel giorno.

Salutai i miei figli nel sonno e me ne andai con in braccio il più piccolo, accompagnata da mio marito.

Indossavo un vestito, mio figlio anche. Con me non avevo altro.

Arrivammo al punto di ritrovo, che io non conoscevo. Vidi una barca e tante persone in attesa. Arrivò il nostro turno: senza neanche rendermene conto mio marito mi fece salire e mi lasciò la mano. Solo in quel momento, soltanto in quell’istante ho realizzato cosa stava accadendo. Solo in quel secondo tutto il dolore di quei giorni è esploso dentro di me, spezzando il mio cuore, frantumando la mia anima, lacerando quanto avevo dentro di me.

Lacrime interrotte hanno iniziato a scendere sul mio viso, mentre capivo, solo allora, che non avrei più rivisto mio marito, la mia famiglia e che ero rimasta sola con il mio bambino. Io e lui senza alcun cibo, su una nave gelida pronta a salpare verso il mare.

Avrei voluto urlare con tutta la mia voce a mio marito di tornare indietro, di non lasciarmi lì da sola ma, come in un tunnel buio senza ritorno, la voce si è bloccata. Non avevo scelta. O la morte certa nella mia Terra, senza cibo e lavoro, o una morte probabile in un viaggio così pericoloso verso un Paese sconosciuto.

É così che si sentono tutte le donne che salpano verso il mare non su uno yacht o per le vacanze estive, ma in cerca di una salvezza, lontano da una Terra che non offre più futuro.

È questo il dolore lacerante che provano tutti coloro che salgono su quelle navi e che capiscono, solo in quel preciso istante, la solitudine e il vuoto di una condizione che non hanno scelto e che non possono cambiare.

E mio marito? Il tormento straziante del dubbio, della colpa per una scelta senza scelta. Un tarlo continuo e incessante notte e giorno: ho donato la libertà alla mia famiglia o sono colpevole della loro morte?

Tante sono le vittime. Tanti sono gli innocenti, morti tra le onde di un mare che li ha accolti.

Tante sono le grida di dolore che solo quelle acque hanno conosciuto.

Tanto il terrore che ha graffiato scogli e onde.

Tanto il vuoto di una condizione senza ritorno.’

Questa è la storia di una donna che in sogno ho incontrato.

Questo è il grido della storia che ancora resta sordo.

Questo è il pianto di un bambino che da quel viaggio non ha più fatto ritorno.

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