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Caregivers familiari: ancora lontani da un aiuto concreto

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I caregivers familiari sono ancora lontani dal ricevere un aiuto concreto nonostante l’approvazione della legge che ne ha riconosciuto la figura e l’impegno, ciò è quanto dichiara il CONFAD (coordinamento nazionale famiglie con disabilità) in un comunicato a firma del presidente Alessandro Chiarini.

Il coordinamento tracciando un bilancio, ad un anno dall’insediamento del nuovo governo, prende atto che nulla è stato fatto per migliorare le condizioni di vita dei caregivers; infatti, nonostante nella scorsa legislatura la legge di bilancio del 2018 avesse istituito un fondo specifico per il sostegno di cura ed assistenza dei caregivers familiari, assegnando 20 milioni di euro all’anno per il triennio 2018-20, i decreti attuativi per determinare le modalità di utilizzo ed accesso al fondo non sono stati ancora emanati.

Lo sconcertante risultato è che il fondo non può essere utilizzato. Inoltre, la legge di bilancio del 2019 ha incrementato ulteriormente la dotazione del fondo di 5 milioni l’anno per il triennio 2019-21, creando una sorta di beffa per i caregivers che hanno un fondo stanziato ma non possono accedervi.

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Il CONFAD chiede con fermezza che il Ministero della famiglia con delega alla disabilità provveda con urgenza ad attivare tutte le misure a sostegno dei caregivers familiari promesse oltre un anno fa e ad oggi ancora disattese.

Il comitato chiede, inoltre, alla 11a commissione lavoro del Senato la calendarizzazione urgente della discussione di un testo unico che contenga tutele sostanziali per i caregivers familiari, e non si limiti alla sola elencazione di «interventi di facciata».

In particolare, il CONFAD affermando che: «Il caregiver familiare non è un volontario, dal momento che solo le circostanze della vita lo hanno condotto a fare una scelta d’amore evitando l’istituzionalizzazione del congiunto» ritiene indispensabile il riconoscimento giuridico di alcune garanzie,

  • Tutela previdenziale: il riconoscimento al caregiver familiare della copertura, a carico dello Stato, dei contributi figurativi riferiti al periodo di lavoro di assistenza e cura effettivamente svolto a favore del familiare disabile ed equiparato al lavoro usurante (il premio Nobel della medicina 2009 Elizabeth Blackburn ha realizzato uno studio che dimostra un’aspettativa di vita inferiore fino a 17 anni in meno rispetto alla media per i caregivers familiari). Inoltre, il riconoscimento ai caregivers familiari che svolgono attività lavorativa della possibilità di accesso al pensionamento anticipato senza penalizzazioni al raggiungimento di 30 anni di contributi sommando ai contributi da lavoro quelli figurativi versati dallo Stato per l’attività di caregiver familiare.
  • Sanità: sono necessari percorsi preferenziali nelle strutture sanitarie al fine di ridurre i tempi di attesa per l’accesso alle prestazioni sanitarie per i caregivers familiari. È auspicabile il rilascio di un’apposita tessera di riconoscimento ai caregivers familiari per facilitare questi percorsi prevedendo, inoltre, la possibilità di domiciliazione delle visite specialistiche qualora l’assistito abbia difficoltà di spostamento, cosa assai frequente, visti gli impegni per la cura del familiare disabile.
  • Copertura assicurativa a carico dello Stato: con il rimborso delle spese sostenute per sopperire alla vacanza assistenziale nei periodi di malattia o nei quali i caregivers sono impossibilitati ad assistere il proprio familiare (riconoscimento malattie professionali).
  • Politiche attive per il lavoro: inclusione lavorativa o rioccupazione dei caregivers familiari che assistono persone con disabilità, anche favorendo e incentivando il telelavoro e il lavoro agile, conciliazione attività di assistenza e attività lavorativa, percorsi di reinserimento nel mondo lavorativo dei caregivers familiari secondo le proprie competenze professionali pregresse, o valorizzando le competenze acquisite nello svolgimento dell’attività di caring del familiare disabile.

Il CONFAD prosegue nella propria azione di sensibilizzazione della classe politica italiana, affinché si giunga all’approvazione di questa legge e richiama l’attenzione del Governo e delle forze politiche che lo sostengono ad essere coerenti con le promesse elettorali fatte in campagna elettorale.

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Disabili: il Comune di Trento sacrifica gli stalli riservati anche per i traslochi

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Non c’è rispetto per i diritti elementari dei disabili nemmeno più nella civilissima città di Trento. (altro…)

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In 10 anni i divorzi sono raddoppiati. il 54% si pente e vorrebbe tornare insieme al proprio partner

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Dopo le statistiche che abbiamo pubblicato ieri relative ad un sondaggio che indicava come il 62% degli intervistati considerasse come famiglia unicamente quella composta da persone di sessi diversi, prendiamo in esame i dati del Censis sui divorzi: nel 2016 sono stati 99.071, dieci anni prima 49 mila.

Dei divorziati il 19,1% si sposa una seconda volta: il 68%uomini e il 60% donne.

Ma a pentirsi di aver divorziato è il 54% di cui il 19% dopo appena una settimana e 1 su 5 in tempo reale.

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E non mancano nemmeno i casi di chi dopo aver divorziato, si sia risposato con lo stesso partner.

In tutta questa confusione ci sono alcuni aspetti pratici che possono a contribuire a spiegare dei dati anche in contrasto tra loro.

In certi casi nozze troppo rapide che spesso nascondono la voglia di risolvere in maniera radicale dei problemi di convivenza nell’ambito della famiglia d’origine.

Ma anche contratte troppo tardi, spesso per problemi economici che non permettono di creare un nuovo nucleo famigliare.

Ci si sposa cioè a rapporto già logoro e la convivenza di certo non aiuta.

Sui ritorni di fiamma incidono invece la nostalgia per i figli; relazioni extraconiugali che funzionavano da sposati, ma che crollano quando cambia la situazione e non per ultime le condizioni economiche del tutto diverse da single.

Una domanda lecita è anche se la velocità del ripensamento è direttamente proporzionale alla facilità di chiudere la relazione?

Ma quanti sono i separati che sono tornati a convivere senza comunicarlo agli uffici anagrafe che di fatto dovrebbero annullare la separazione in quanto in attesa del divorzio, non sono esauriti gli effetti legali del matrimonio?

Senza contare le false separazioni chieste solo per motivi di interesse.

Il Censis conferma come l’impennata di separazioni e quindi di divorzi cresciute del 100% negli ultimi dieci anni stiano portando ad una trasformazione antropologica dell’Italia.

In più la così detta “pausa di riflessione” passata da 5 a 3 anni e poi 6 mesi, potrebbe cambiare ulteriormente la situazione.

La Chiesa non vede favorevolmente questo cambiamento di un sacramento per la vita ad una sorta di contratto temporaneo che di fatto andrà ad indebolire la famiglia.

Secondo uno studio inglese il 54% dei divorziati vive di rimpianti.

Fra chi si è accorto di amare ancora il partner, il 42% prova a ricostruire il rapporto, ma a riuscirci è solo il 21%.

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Sondaggio: vince la famiglia tradizionale

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Il concetto di famiglia è da anni causa di discussione tra destra, cattolici e sinistra.

Secondo un sondaggio campione promosso dalla società “ Noto Sondaggi” il 62% degli intervistati ha dichiarato che la famiglia è unicamente quella composta da due persone di sesso diverso sposate o conviventi.

Mentre solo il 31% la riconosce anche se formata da due persone dello stesso sesso.

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Il 60% è favorevole all’adozione da parte di una coppia etero anche non sposata e solo il 22% è favorevole alla richiesta da parte di coppie dello stesso sesso.

Differenza in linea anche sulla maternità surrogata col 55% favorevole in caso di coppie etero, percentuale che scende al 18% in caso di coppie omosex.

Mentre è del 18% la percentuale delle coppie non sposate delle quali il 64% ha figli.

Generalizzata la richiesta – 58% – di incentivi economici in aiuto alla famiglia, indipendentemente dall’essere o meno sposati.

In questi anni è cambiato il concetto di famiglia, ma non la centralità che questo nucleo deve avere che resta una parte fondamentale della società italiana.

Negli anni la famiglia è stata al centro di dibattiti politici a partire dal referendum per il divorzio che spaccò l’Italia in due parti.

Oppure come le convivenze alla pari dei figli avuti al di fuori del matrimonio, sono state oggetto di critiche, ma anche scelte trasgressive, prima di diventare socialmente legittimate.

Ma ancor oggi in assenza di divorzio, non è possibile risposarsi ed il matrimonio religioso è interdetto anche dopo il divorzio.

Quello che è certo è che la mappa valoriale degli italiani è cambiata ed in un certo qualmodo ci si è occidentalizzati molto di più rispetto a qualche anno fa.

In conclusione la legge sull’aborto per il 58% non dev’essere cambiata, per il 32% lo dev’essere ed il 10% non ha un’opinione .

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