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economia e finanza

ISTAT: in Italia il 30% dei giovani è disoccupato e il 73,3% rimane inattivo

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In Italia il 30% dei giovani è disoccupato, contro il 6% della Germania.

Con questi dati diffusi dall’ISTAT si rischia di avere una generazione di precari a vita.

Non solo, ma metà degli Under 35 coabita ancora con i genitori e 208 mila sono i ragazzi italiani che hanno preferito tentare la fortuna all’estero.

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Il paradosso è che in 5,5 milioni, ovvero la metà di quanti hanno un’età compresa tra i 20 ed i 34 anni, convivono con genitori ancora in carriera.

Ecco che quindi fanno presto a saltare tutti i parametri legati al matrimonio, alla possibile nascita di un figlio, all’acquisto della prima casa: insomma un danno sociale che nel suo complesso è talmente enorme da essere difficile da quantificare.

A fianco del dato di disoccupazione dei giovani, l’Istat mette anche quello di inattività che è pari al 73,3%. (NdR- inattivi: soggetti che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare)

Sempre dai dati ISTAT emerge il dato dell’occupazione giovanile che è pari al 18,3% con una flessione ad aprile dello 0,6% mentre il tasso di occupazione generale resta invariato al 58,8%.

In sostanza ad azzerare il dato negativo dell’occupazione giovanile, è l’aumento di quello degli ultracinquantenni.

Il 32,8% dei giovani sarebbe disposto a licenziarsi pur di non rinunciare ai diritti, tutti gli altri scenderebbero a patti pur di non perdere il posto di lavoro: il 27,6% rinuncerebbe ai giorni festivi, il 12% a parte dello stipendio ed il 10% ai giorni di malattia.

Nel contempo è sempre più difficile trovare un lavoro col diploma, tanto che il 70% dei diplomati inizia gli studi universitari, ma non per convinzione quanto per prolungare i tempi di ricerca lavoro.

Ma sono preoccupanti anche le percentuali di abbandono della scuola: in Italia il 15% annuo con la punta massima in Sardegna 23%, seguita dalla Sicilia col 22%, mentre la media europea e dell’11%.

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economia e finanza

Sharing economy, un mercato che in Italia vale oltre 21 miliardi di euro

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Non solo vestiti a noleggio, ma molto altro a partire dai quadri d’autore: con 25 sterline al mese si più affittare un’opera d’arte originale ed il costo è per ogni singola opera.

L’iPhone XR (256) il cui costo al pubblico si aggira sui mille euro, è offerto dalle compagnie telefoniche a 40 euro al mese comprensive del canone.

Il sito rentfashionbag offre in noleggio l’inarrivabile borsa Birkin: il modello base costa 7 mila euro e lo si può avere a 250 euro a settimana.

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Per non dimenticare le autovetture. Il Suv Bmw che costa 45 mila euro, lo si può noleggiare a 280 euro mensili.

Quindi non solo vestiti come avevamo scritto nel precedente articolo, ma anche accessori e componenti d’arredo basta che facciano parte del mondo del lusso.

Parliamo di sharing economy che in Italia vale già 21 miliardi di euro e che intercetta soprattutto i giovani.

Un’opportunità che non è sfuggita a Ikea che ha in progetto nel breve termine di immettere sul mercato mobili a noleggio.

Basta guardarsi attorno e prima di procedere ad un’ acquisto, si trova sicuramente l’alternativa del noleggio: tagliaerba, elettrodomestici, strumenti musicali, stoviglie e posate, gazebo per cerimonie all’aperto: di certo attorno a noi c’è la risposta alle nostre richieste.

Un italiano su due preferisce noleggiare il cellulare, il 60% l’autovettura, il 10% gli elettrodomestici o le attrezzature sportive.

L’11% è disponibile al noleggio a lungo termine di attrezzatura per la manutenzione della casa e del giardino; il 7% lo è per gli articoli per l’infanzia ed il 50% degli italiani considera il noleggio una vantaggiosa opportunità.

Ovviamente il canale commerciale è internet dove abbondano i siti specializzati, ma anche quelli di noleggio tra privati.

Ad esempio su noleggioinunclick.it si possono trovare svariati articoli che vanno dall’impianto per la videosorveglianza, al drone oppure una videocamera professionale con una spesa che va da 35 a 200 euro.

Invece mammamamma.it offre tutta la gamma degli articoli per bambini dal tiralatte al box.

Un gioiello per una serata speciale? Ci pensa monluxe.com.

Quadri e opere d’arte in genere? Ecco locloc.it. Insomma con pochi soldi si va dal salvare l’apparenza a contenere le spese ed alla fine il noleggio è da valutare.

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economia e finanza

Libra, la commissione ha sancito: Questo matrimonio non «s’ha da fare!»

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«Keep Big Tech Out Of Finance Act», con questa legge la maggioranza democratica della Commissione servizi finanziari degli Stati Uniti stabilisce che qualsiasi azienda tecnologica che deciderà di distribuire monete digitali o servizi finanziari potrà essere multata fino ad un milione di dollari al giorno.

Con questo atto gli Stati Uniti sanciscono la supremazia dello stato su qualsiasi tentativo privato di divenire potere politico ed economico.

La scusa è quella della privacy e dell’anti riciclaggio ma la realtà è ben diversa: l’unica moneta riconosciuto negli stati uniti è, e sarà,  il dollaro.

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Il presidente Trump ha dichiarato in un tweet che se Facebook e le altre Big vogliono operare con servizi finanziari devono avere le relative autorizzazioni.

Sembra che oltre oceano si siano accorti del progetto di estromettere il dollaro dal panorama delle valute internazionali messo in atto da Facebook e dal suo consorzio con la nascita di Libra.

Il potere delle Big tecnologiche sembra dare sempre più fastidio ai fautori e protettori dello stato, concedere il potere della politica monetaria non sembra piacere a chi ha fatto dell’imperialismo la sua forza.

Siamo davanti ad un braccio di ferro tra chi sostiene il credo del liberalismo puro, le big technology da una parte, e lo stato dall’altra.

Il capo progetto di Libra sarà ascoltato in udienza dalla congresso ma molti sostengono che sarà solo una formalità. Tutto è stato già deciso.

Nel documento vengono definite “Big tech” quelle aziende con ricavi annui di almeno 25 miliardi di dollari in più viene aggiunto che: «Una grande piattaforma tecnologica non può stabilire, mantenere o gestire un’attività digitale destinata ad essere ampiamente utilizzata come mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore o qualsiasi altra funzione analoga, come definita dal Consiglio dei governatori della Federal Reserve».

Il sogno di una moneta digitale e di una banca universale sovrastatale appare, alla luce di questa legge, svanire. Il sogno di una egemonia libertaria sembra rientrare. La nostra privacy salva.

Con questa legge gli Stati Uniti lanciano un segnale al mondo e al mercato. Un segnale chiaro e nitido: lo stato c’è ed è vivo e vegeto.

Il dollaro è e sarà l’unica moneta forte e stabile per tutte le transazioni internazionali.

Nessuno sa cosa il futuro ci riserverà ma una direzione, la commissione statunitense, l’ha già segnata.

Libra, questo matrimonio non s’ha da fare.

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economia e finanza

Cina vs U.s.a la nuova Guerra Fredda 4.0

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Nel 1989 la caduta del  muro di Berlino sancì il termine della guerra fredda.

Il comunismo cedeva il passo al capitalismo Americano.

Sono passati ormai 30 anni ma la storia sembra ripetersi. Cambiano solo i protagonisti o meglio uno dei protagonisti.

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La Russia cede il posto di nemico numero uno degli Stati Uniti alla Cina.

Anche gli scenari sono cambiati. Non ci sono più missili nucleari disseminati nei vari stati che prestano le basi ai protagonisti.

Oggi la guerra si combatte con armi diverse, con la tecnologia. E le minacce diventano informatiche.

Siamo davanti a una guerra fredda 4.0 tra Cina e Stati Uniti. Le prime avvisaglie ci sono state quando Trump ha deciso di mettere i dazi sulle importazioni cinesi, poi si è aggiunta la blacklist con l’elenco di tutte le aziende del Mandarino non benvenute nel territorio statunitense.

Anche la notizia che Google non fornirà gli aggiornamenti del sistema operativo Android di Huawei è stata letta come una chiara presa di posizione.

Si è avuto la percezione che Trump e compagni abbiano intuito la pericolosità di concedere industrie strategiche alle aziende asiatiche. Pericolosità che si fonda sulla raccolta dei dati.

Dati che potrebbero avvantaggiare il nemico cinese e le sue industrie. Importante è comprendere che la Cina rimane, sostanzialmente, un sistema ibrido dove l’iniziativa privata è sempre immischiata  con il potere politico del  partito comunista.

I dati sembrano essere un bene da tutelare. Un patrimonio da preservare dalle mani del nemico.

Anche se non vediamo muovere aerei o carri armati non significa che il mondo sia tranquillo.

La Cina è il maggiore detentore di debito pubblico americano e questo Trump lo sa. Ma esso è anche il maggiore antagonista negli equilibri geopolitici.

Certamente gli scontri avverranno nell’abito dell’industria 4.0, con la Cina che si prodigherà nella creazione di tecnologie parallele e antagoniste a quelle americane.

La Cina ha già risposto alla prima provocazione mettendo in moto tutto il suo apparato produttivo e creativo per creare un sistema operativo migliore e più efficiente di Android. Se ce la faranno lo scontrò si sposterà, molto probabilmente, sulla finanza digitale.

I due blocchi cercano alleati. L’Europa dal canto suo è inerme, incapace di cogliere le opportunità che il bisogno di equilibrio potrebbe concederle.

Come sempre il bisogno di raccogliere ed elaborare dati sembra essere la materia prima più importante. I dati concedono potere e controllo, due condizioni che gli Stati Uniti non vogliono cedere facilmente.

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