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Trento

Quante economie nell’Eurozona?

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Quali e quante economie nell’Euro zona, e come riconoscerle?

Se ne è parlato nel panel condotto da Orsola Costantini a Giurisprudenza, relatori Matteo Cavallaro, Mustafa Erdem Sakinc e Annamaria Simonazzi.

Il voto ella scorsa settimana ha registrato mutamenti profondi rispetto al passato, pur senza far emergere intenti comuni, anche all’interno dei gruppi parlamentari presenti nel Parlamento europeo.

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C’è poi la polarizzazione fra “Europa dei ricchi” e tutti gli altri, questione importante e non facile da comprendere. infine, il rapporto centro-periferie. Europa del Nord, del Sud, dell’Est.

Molte le evidenze emerse nel corso della relazione. Ad esempio, una correlazione importante, anche se non sempre lineare, fra attività lavorativa, censo, tassi di scolarizzazione e preferenze di voto. Inoltre un divario sempre più accentuato fra retribuzioni dei manager e dei dipendenti, anche se non è ancora chiaro quanto e come gli alti compensi dei ceo influenzino l’andamento dell’azienda.

Infine, il delinearsi di un’Europa due velocità, anche in epoca post-crisi (con l’Europa centro-meridionale come fanalino di coda), facente perno sulla Germania, il cui modello di sviluppo è orientato all’export. ma questo modello, a fronte della generale instabilità a livello internazionale, sembra destinato ad entrare in crisi. Si rende necessaria una incisiva azione di riorientamento del settore produttivo e di innovazione tecnologica.

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Quanto irriducibili sono le differenze all’interno dell’Eurozona? Questo il quesito sotteso all’incontro. Interrogativo di risposta non facile, dal quale dipende un futuro dell’Europa fondato sul conflitto o sulla cooperazione.

Le ultime elezioni, ha detto Costantini, docente all’università di Compiegne – non hanno stravolto il panorama politico. I consensi ai partiti populisti sono stati, ad eccezione di alcuni paesi, contenuti.

L’Italia fa eccezione, poiché lo spostamento verso il populismo è stato più marcato, seppur con alcune con differenze regionali.

Ma qual è la composizione sociale dell’elettorato?

L’analisi dimostra che in effetti ci sono alcune evidenze: in genere chi ha il reddito più basso, ma anche chi è imprenditore o libero professionista, ha votato di più la Lega, mentre i disoccupati si sono orientati maggiormente verso i 5 stelle e i lavoratori dipendenti verso il Pd. Sul versante dell’istruzione,  il voto verso i partiti populisti è correlato ad un livello di istruzione più basso, ma questo non è del tutto vero, di nuovo, per i 5 stelle, che hanno raccolto anche consensi fra l’elettorato più giovane, che in genere è anche più scolarizzato.

In ogni caso, in Italia ci sono grandi sacche di privazione e povertà, e in queste aree il voto è andato in massa ai partiti populisti.

Tuttavia, chi ha votato la Lega non dichiara di averlo fatto per ragioni propriamente economiche, a parte il richiamo della Flat Tax. Le motivazioni sono state altre (sicurezza, immigrazione ecc.).

L’elettorato del Movimento 5 stelle invece sembra attribuire maggiore importanza agli aspetti economici.

E l’Europa, è un fattore considerato?

Solo dagli elettori del PD. Gli elettori di Lega e M5S non sembrano essere stati invece  condizionati da considerazioni riguardanti la UE. Di tutti questi fattori, economici, sociali e culturali, quello più importante sembra essere in ogni caso quello culturale.

Sakinc, che insegna a Paris 13, ha spostato l’attenzione sulle diseguaglianze ed in particolare sulle differenze di reddito, a partire dal tema degli stipendi dei supermanager. In generale le retribuzioni attraverso forme di partecipazione societaria si sono diffuse moltissimo negli ultimi anni. L’idea è che questo incentivo il ceo ad operare sempre meglio, perché se le entrate dell’azienda crescono cresce anche la quota variabile del suo stipendio.

Il rapporto fra retribuzioni dei lavoratori e ceo arriva fino a 500 a 1, in Europa in media 100 a 1 (130 ad esempio in Francia, dove però fino al 75% del compenso è legato alle stock options), ma la gente è convinta che sia molto inferiore, all’incirca 30 a 1. Non è chiaro quale sia la vera funzione della retribuzione dei ceo, e quanto  impatti sul comportamento aziendale.

Le aziende europee destinano il 77% delle loro entrate per remunerare la dirigenza. Ma ci sono aziende che vedono fuoriuscire fino il 101% delle loro entrate in forma di di dividendi. I ceo più pagati in Europa sono quelli delle IT. Fra le società, la più generosa la Fiat/Chrysler.

Simonazzi, docente a Roma “la Sapienza”, ha puntato i riflettori sullo sviluppo diseguale fra diverse aree dell’Europa.

Alcuni paesi dell’Euro zona hanno registrato negli ultimi anni una crescita relativamente sostenuta, all’indomani della crisi, con una caduta della disoccupazione ma una crescita dei salari molto contenuta (in Germania la crescita secondo il FMI è stata “sorprendentemente bassa”).

L’occupazione cresce anche ad Est, dove addirittura si importano lavoratori (dall’Ucraina e altri paesi vicini), mentre rimane bassa nel Sud Europa e in Francia. Ci sono insomma almeno due Europa. Una centro-orientale che cresce e una sud-occidentale (con anche la Francia) che rimane al palo.

E’ possibile sperare in una convergenza, o le differenze sono destinate a crescere? Lo snodo centrale è rappresentato dalla Germania, dove gli investimenti sono rimasti bassi, tranne l’investimento verso l’estero, soprattutto l’Est. Il debito è sotto controllo e la spesa pubblica rimane bassa, mentre i consumi interni crescono moderatamente. Il modello di sviluppo, insomma, è quello basto sulle esportazioni.

I paesi che contribuiscono di più sono Usa e Uk, mentre nei confronti della Cina il saldo è negativo. Una crescita basata sull’export led è però molto vulnerabile, specie a fronte di un panorama internazionale caratterizzato da grande instabilità: brexit, guerra dei dazi fra Cina e Usa, protezionismo di Trump.

Si pone un problema di riconversione produttiva. Il che impatta, però, su complesse problematiche non solo economiche ma tecnologiche.

 

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