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Populismo, la lotta tra “puri” ed “élite corrotte”

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Il populismo è un fenomeno politico complesso, con cause sia strutturali sia incidentali; si è sviluppato nel corso di diversi secoli – decollando nel Ventunesimo secolo – ed è destinato a durare ancora a lungo.

Ne è convinto Cas Mudde, docente al Center for Research on extremis di Oslo, intervenuto oggi davanti a un’affollata platea a palazzo Geremia. Il politologo olandese, introdotto dalla giornalista Simonetta Nardin, come prima cosa ha dato la definizione di questo fenomeno:

“Un’ideologia che considera la società come definitivamente separata in due gruppi omogenei e antagonisti: i “puri” e le “élite corrotte”. Esso sostiene che la politica debba essere un’espressione della volontà generale della gente”.

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Ha poi fatto notare come il populismo sia sempre più di estrema destra.

“Basta vedere che fine hanno fatto Syriza e Podemos”.

Nella sua relazione, Cas Mudde ha tracciato l’identikit del populismo.

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“Può essere di destra o di sinistra a seconda dell’ideologia ospitante”.

Se si guarda alla geografia, ha aggiunto, oggi è leggermente più di sinistra nel Sud è più di destra nel Nord, sia in Europa sia in America. E le ragioni del successo dietro a questo fenomeno?

“Chi vota populista pensa che le questioni importanti non siano trattate in modo adeguato dalle élite. Inoltre le percepiscono come “tutte uguali””.

Un’altro motivo è che le persone oggi sono più scolarizzate e si sentono autorizzate a giudicare i politici (mobilitazione cognitiva). Infine le strutture dei media, e non solo dei social, oggi sono più favorevoli e aperte ai populisti, perché seguono un modello economico. Senza dimenticare che gli attori populisti risultano “attraenti”.

Le conseguenze del populismo sono sia positive sia negative: “di buono c’è che ha ripoliticizzato alcuni argomenti che certe persone ritengono importanti, come l’immigrazione e l’integrazione europea. È invece un problema la polarizzazione del dibattito politico, perché i populisti non hanno opponenti, ma nemici e con i nemici non si discute”.

Il politologo evidenzia poi un aumento nell’uso opportunistico degli strumenti plebiscitari: i referendum piacciono ai populisti quando sono all’opposizione.

A questo si aggiunge un indebolimento delle istituzioni non maggioritarie, come le corti e i media. In conclusione, ha argomentato Mudde, ciò che è veramente grave è che il populismo può trasformare una democrazia liberale in una illiberale, o perfino in un’autocrazia.

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