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Trento

«Alpeggi d’oro»: le truffe dei contributi indebiti per i pascoli anche in Trentino?

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Si stanno diffondendo a macchia di leopardo nel nord Italia le inchieste relative alle truffe dei cosiddetti “alpeggi d’oro”.

Se le accuse dovessero essere dimostrate, si configurerebbe un meccanismo grazie al quale un imprenditore del bergamasco e due del cremonese sarebbero riusciti a ottenere in maniera illecita finanziamenti per la gestione agraria che l’Unione Europea, attraverso le Regioni italiane, eroga per favorire l’agricoltura di montagna.

I Pm ipotizzano per questo una truffa ai danni dello Stato e, laddove fosse verificata anche la responsabilità degli amministratori, l’abuso di ufficio.

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Sulla questione interviene anche il consigliere Claudio Cia al quale arrivano numerose segnalazioni che denunciano questo fenomeno che – citando una celebre massima – “non lo vede solo chi non lo vuole vedere”.

Cia si chiede se anche il nostro Trentino possa essere il prossimo ad essere investito da un’inchiesta in materia.

Il modus operandi è sempre il medesimo: si presenta un facoltoso imprenditore (ormai non più esclusivamente forestiero) che attraverso uno o più società talvolta fittizie, alletta gli amministratori con cifre da capogiro per l’affitto dei pascoli che di solito vengono concesse per una miseria agli allevatori locali.

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«Ciò che fa sorridere, anche se in realtà ci sarebbe da piangere,  – spiega il consigliere di Agire – è che l’obiettivo di mantenere in vita gli alpeggi non viene raggiunto ma addirittura compromesso perché, troppo spesso, i capi denunciati da queste aziende sono presenti in malga solo sulla carta».

E ancora: «E’ così che, i nostri allevatori – quelli che affettuosamente vengono chiamati “spazzini dei nostri pascoli” e a cui va la nostra immensa gratitudine per il lavoro svolto – si trovano, sempre più spesso, a dover sborsare cifre esorbitanti per esercitare il diritto di prelazione contro questi speculatorie ottenere in concessione i pascoli necessari, non solo per ottenere un contributo dall’Ue, ma anche per poter qualificare il proprio prodotto come “Latte di Montagna” e poterne ricavare qualcosa in più dalla vendita».

Secondo Claudio Cia, «ha ragione il professor Michele Corti (docente di Zootecnia di Montagna all’Università degli Studi di Milano) quando afferma che “Ciò che scandalizza è che questi illeciti si consumano dietro un velo di formalità. Non è solo un problema di controlli, ma anche di regole che facilitano comportamenti ai limiti della truffa”. Io credo sia giunto il momento che gli allevatori danneggiati da queste speculazioni si attivino per mettere in moto con le loro denunce l’inchiesta giudiziaria. Nel frattempo spetta alla politica creare le regole per far sì che le truffe degli “alpeggi d’oro” non possano realizzarsi anche sul nostro territorio».

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