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Io la penso così…

Aborto o vivisezione: permessi, proibizioni e altre moralità della “religione ecologia”

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«Io la penso così» Facci sapere anche tu come la pensi – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

 

Il fenomeno Greta Thunberg e il suo attuale propagandistico viaggio in Italia danno spunto per argomentare sul “fenomeno” svedese attraverso una visione diversa rispetto a quella calata dal cielo, ovvero di un DOGMA che mira a colpevolizzare l’uomo per un’ingiustificata e arrogante superiorità nei confronti delle altre specie animali, ed addirittura i vegetali (minerali discriminati) che causerà a breve imminente (indimostrata) distruzione della Terra,

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Da tempo ormai, tra i blog e i social network è un susseguirsi di posizioni (più o meno autorevoli) e iniziative contrarie alla direttiva europea 86/609 sulla vivisezione degli animali per la ricerca scientifica, che è stata approvata dal Parlamento Europeo nella recente seduta di Strasburgo.

Ben vengano tutti i disappunti contro la macabra e sadica pratica della vivisezione, che non può e non deve essere praticata nel nome di qualsivoglia epistemiologia.

Ciò premesso però, va denunciata una tendenza assai preoccupante che passa dalla contaminazione del germe panteista naturalista in antitesi con la naturalezza: si vuole porre, ovvero, l’uomo sullo stesso piano degli animali.

Da anni il “veleno animalista ecologista“ è stato instillato a piccole dosi, sedimentandosi su buona parte dello strato sociale occidentale.

Gli effetti sortiti sono confermati nel fervore esternato contro l’abominevole pratica della vivisezione, ardore (suppongo inconsapevolmente) che viene meno per leggi di Stato ancor più barbare ed assassine, che permettono l’infanticidio con l’aborto, la macellazione di esseri umani con la pratica dei trapianti d’organi e la soppressione di malati ed anziani con l’eutanasia.

Chi si cela dietro le organizzazioni ecologiste ed animaliste, qual è il loro scopo ed il loro fine?

“Ecologia” è un termine vago ideato da Ernst Haeckel, uno dei più ferventi discepoli di Darwin, per indicare una visione del mondo radicalmente monista ed evoluzionista.

Gli ecologisti moderni più coerenti si richiamano – oltre che ad Haeckel (nato in Germania nel 1834 e morto il 1919) – anche ad una visione del mondo come un “processo rivoluzionario” di “liberazione della Natura dal dominio dell’uomo” (C/. R. De Mattei, 1900-2000 Costruzione e Distruzione, 1991, pag. 167).

La “società ecologica” intende eliminare il primato dell’uomo sulla natura per realizzare la “democrazia” della specie, “l’eguaglianza della biosfera”.

Il principio democratico ed egualitario su cui si basa l’ “etica della solidarietà”, deve essere estesa dalla specie umana a tutto l’universo.

L’uomo deve scendere dal trono di “re del creato” e porsi sul piano di assoluta uguaglianza rispetto alla natura che lo circonda.

Questa solidarietà ha la sua prima espressione nell’”animalismo”, cioè in quella teoria che pretende di estendere il principio di eguaglianza fra animali ed uomini. In odio al primato naturale dell’uomo nel creato, si teorizza la sua assoluta uguaglianza con gli animali.

Sapendo bene che è impossibile elevare gli animali al rango dell’uomo – poiché essi non hanno né libertà di coscienza, né ragione, né doveri morali – si abbassa l’uomo a livello degli animali, giungendosi perfino ad affermare che “L’umanità è un cancro nell’universo della vita!”… e con il cancro – sappiamo bene – non c’è compromesso alcuno: va semplicemente estirpato.

Ecco perché – coerente con questa visione immanentista – lo stesso presidente mondiale del WWF nonché alto membro della Gran Loggia Madre d’Inghilterra, il principe Filippo di Edimburgo, in data 8.8.1988 all’agenzia tedesca di notizie DPA, ha dichiarato: “Se rinascessi, mi piacerebbe essere un virus dell’AIDS per eliminare una buona parte dell’umanità!

E’ nella stessa logica che il l’ex vice-direttore del WWF italiano, (oggi direttore scientifico e direttore programma sostenibilità, WWF Italia), Gianfranco Bologna, interpellato sull’invecchiamento della popolazione – conseguente agli effetti dell’aborto – ha risposto candidamente: “Non sorge in ciò nessun problema, perché in tal modo le ‘foreste’ verranno meno danneggiate”.

E – dulcis in fundo – la ciliegina sulla torta ce la dona lo stesso presidente del WWF italiano (oggi presidente onorario), Fulco Pratesi, in un suo libro dell’89 intitolato Ecologia Domestica dove a pag. 100 si legge: “Le ricorrenti notizie di famiglie sterminate dai funghi costituiscono un buon deterrente ed un discreto disincentivo alla loro raccolta”. Commentiamo: “meglio dunque una famiglia in meno che un porcino in meno”. Più appresso vi si legge: “il cadavere, anzi la “carcassa umana “, potrebbe essere sotterrata in una buca sotto ad una quercia in campagna, con due palate sopra, ed ecco torneranno al cielo della natura”.

Il Fulco – o meglio il Falco Pratesi – dà inoltre tanti altri utili consigli, per esempio, quello di come “favorire un buon trapasso” alle proprie spoglie: “si potrebbero adoperare per esempio – sono le sue parole – i ‘carnai’, cioè gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche quali il WWF e la LIPU, ‘per alimentare i rapaci ‘, i nostri resti mortali potrebbero così servire da cibo agli ultimi “grigioni”; il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore.

Certo – è vero – rimarrebbero le ossa, ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al “festino” si invitasse anche “l’avvoltoio barbuto ” che lanciando le ossa contro le rocce e spezzandole divorerebbe così il midollo; in questo caso, in pochissimi giorni, delle nostre spoglie resterebbero solo alcuni “utili escrementi mineralizzati”.

A questo punto il nostro “Falco” cita con compiacimento una notizia apparsa nel gennaio ’88 di un ecologo inglese che per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si é sparato un colpo in testa.

Ma non finisce qui. Le vie dell’ecologia sono davvero infinite.

L’ecologa italiana Laura Conti, suggerisce di “immettere sul mercato scatolette per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella degli animali” (C/. art. di V. Messori su “Avvenire” del 12.8.1990, pag. 13). E, seguendo sempre l’ottica della “solidarietà ecologica”, si arriva ad affermare, per bocca del filosofo e scrittore Peter Singer nel suo libro intitolato Liberazione Animale, Ed. Mondadori, che “il valore dell’embrione umano nelle prime fasi di vita non è superiore a quello di una foglia di insalata, in quanto incapace di provare dolore“.

Singer addirittura sostiene che il “vegetarismo è un vero e proprio obbligo morale per tutti, una scelta di vita necessaria per non infliggere più sofferenze agli animali”.

A questo punto, sorge spontanea una domanda: Perché allora agli animali dovrebbe essere concesso di uccidere per cibarsi, se l’uomo e l’animale stanno sullo stesso piano di uguaglianza”?

Ma Singer prevedendola sostiene: “Gli animali non umani sono incapaci di considerare le alternative e di riflettere moralmente sul problema se sia giusto o sbagliato uccidere per mangiare. Semplicemente lo fanno”.

E proprio qui sta la conferma dell’inferiorità degli animali, perché l’eccezionalità della condizione umana consiste nell’essere soggetta ad una legge morale; quindi l’irresponsabilità è indiretta conferma della superiorità dell’uomo.

E poi, ammettendo per un istante la logica della “democrazia ecologica” per la quale siamo tutti uguali nell’ecosistema: “Che dire allora dei poveri “vegetali” che sono parimenti sfruttati e dall’uomo e dagli animali?”. “Perché non dovremmo “liberare” anche gli animali”? Il pericolo del diffondersi della mentalità ecologista, per altro, è quanto mai serio. Qualche anno fa, ufficialmente, la Commissione

Paritetica del Ministero dell’Ambiente e di quello della Pubblica Istruzione, istituita a seguito del protocollo d’intesa fra i due dicasteri al fine di promuovere nella scuola l’ “Educazione ambientale” aveva formulato una Circolare ministeriale (n.49 del 4.2.89) in cui si affermava tra l’altro che l’ “Educazione ambientale” doveva stimolare negli studenti una particolare sensibilità per i problemi legati all’ambiente, alfine di creare una nuova cultura che trasformi la visione antropocentrica del rapporto uomo-natura in quella biocentrica che considera l’uomo quale componente della biosfera”.

In altre parole, l’uomo verrebbe ridotto ad una componente, fra le altre, della biosfera.

È davvero incredibile questa compressione della dignità della persona umana e contemporaneamente il conseguente processo di assolutizzazione della natura. Si tratta di un rovesciamento di valori dalle conseguenze incalcolabili.

Si comprende allora perché a questa gente sembra non importare che ogni giorno muoiano sulla terra, per mancanza di alimenti, dagli 80.000 ai 100.000 esseri umani ed altrettanti bambini a seguito dell’aborto; un vero e proprio genocidio, quello; un infanticidio, questo, sia pure senza sofferenza, come essi dicono, almeno per quanto riguarda i nascituri, dal momento che trattandosi di “foglie di insalata”, non provano dolore.

Eppure esiste una sana visione cristiana dell’ecologia come sapiente ed equilibrato dominio dell’uomo sul creato. Tale visione parte dalla considerazione che Dio ha voluto l’uomo al centro del creato in posizione privilegiata, perché dotato di anima spirituale e fatto “a somiglianza di Lui”; perciò l’essere umano non è confondibile con il resto della natura creata.

Da ciò discende il suo diritto di operare nel creato ed utilizzarlo secondo le sue necessità, purché alla luce del disegno divino, un disegno di rispetto e di amore, ma secondo la giusta scala di valori indicata dalla Provvidenza.

Una retta ecologia dovrebbe occuparsi, dunque, dello studio delle relazioni intercorrenti fra gli esseri viventi e l’ambiente fisico in cui vivono, senza mai dimenticare la reale diversità di natura di ciascuna categoria di viventi, secondo l’ordine gerarchico che dal mondo minerale sale a quello vegetale, animale e umano.

L’uomo d’altra parte sa di non essere né il creatore né il padrone del mondo, ma solo l’amministratore di una realtà naturale che gli è stata affidata anche come palestra per il suo crescere interiore nella sua marcia di avvicinamento a Lui, il Creatore di tutte le cose.

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale

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Io la penso così…

Metterò la mia macchina in Duomo sperando di essere assolto dal Dio dei Cretini – di Gianluca Rigoni

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di un lettore che come specifica nell’antefatto «Paga le tasse da una vita» 

Spett.Le Direttore,

sono mediamente credente, non faccio male a nessuno e cerco, con tutta la fatica che si fa in questi tempi, di seguire i precetti del Vangelo.

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Ebbene, poco tempo fa sono stato a rischio di bestemmia davanti ad una Chiesa di Trento, e non ero il solo.

Succede che mandano mio figlio in visita scolastica al Duomo, con prelievo dei genitori davanti al sagrato.

Nulla di particolare, penso, prendo la macchina (perché abito lontano) e ci vado.

Non avevo calcolato che siamo a Trento, il regno della gestione municipale illuminata.

Raggiungo la zona a ridosso del Duomo e cerco un parcheggio, pur sapendo che sono cari, e proprio perché sono cari ritengo sia pacifico trovarne uno. Ritenevo male.

Giro e rigiro attorno al centro, via Verdi, via Rosmini, via Prati, ma nulla da fare, tutto pieno e nessuno che si smuove, e passando sul retro della facoltà di Sociologia vedo una via totalmente libera da macchine, o quasi.

Perché le uniche due macchine presenti erano parcheggiate davanti alla sala giochi della vietatissima via Maffei, e mentre ero in coda dietro ad altri disperati come me con la coda dell’occhio noto che erano circondate di gente, extracomunitari da quel che ho notato, seduti sul cofano e con lo sportello aperto a sentire la loro musica etnica a volume alto.

Via al Torrione e via degli Orti erano completamente deserte, ma parcheggiare in quella zona è l’equivalente di commettere un omicidio.

Mentre come uno stupido continuavo a girare a vuoto, e avevo già raggiunto e superato la mezz’ora, facevo i pensieri più maligni.

Tra tutti che prima di blindare il centro storico e immiserire i pochi negozi rimasti forse una giunta comunale più seria dovrebbe pensare a creare più parcheggi.

Se era la scusa dell’inquinamento quella di desertificare senza pietà il cuore della città, basterebbe vedere quello che hanno erogato e erogano le mille macchine in coda a girare nei pressi del centro senza possibilità di sosta.

Gli ecologisti della politica anti-uomo avrebbero da ribattere che basta prendere la bicicletta, al ché, maligno, risponderei che se anche non te l’avessero rubata come è prassi a Trento nonostante le sbandierate telecamere che non so dove guardino, non tutti girano con carrozzina al seguito per figli o spesa come i perfetti tedeschi, allenati da piste ciclabili non come le nostre, più larghe delle autostrade, e protette da regolamenti ferrei.

Di più se abiti appena ridosso della collina (ah già siamo in un paese montano..) e non sei un ciclista professionista, vorrei essere il primo a cronometrare i tempi di salita degli ecologisti della prima ora, magari con i soldini per auto elettrica e casa in centro.

Intanto che malignavo il tempo passava e già vedevo mio figlio consegnato ai Vigili perché abbandonato da padre degenere.

E dire che mi ero preso largo margine di tempo per andare a mangiare un gelato in centro, sempre che esista ancora un gelataio.

Alla fine mi sono arreso e diretto presso un parcheggio sotterraneo, lontano dal Duomo e costosissimo, e di corsa sono arrivato al sagrato in tempo per vedere altri genitori con canini esposti e occhi cerchiati d’odio per la mia stessa Odissea, e le bestemmie non si sono sentite solo perché le campane suonavano a festa credo per i cresimandi, ma con tutti si paventava un’azione comune di protesta con macchine esposte davanti al Duomo, o magari accanto a quelle degli sfaccendati della sala giochi via Maffei.

Dio mi avrà ascoltato e si sarà offeso ma spero mi abbia assolto visto che è anche il Dio dei cretini, non so se farà altrettanto con il Sindaco.

Gianluca Rigoni 

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Io la penso così…

Massimo ribasso sugli appalti pubblici: un boomerang per tutto il sistema – di Andrea Merler

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Ridare dignità al lavoro è un’affermazione che tutti possiamo condividere e guarda caso non smettiamo mai di sentirla alla Festa del Primo Maggio.

Il problema però è come realizzare l’obiettivo che la nostra Costituzione ci indica magistralmente già nei principi cardine dell’ordinamento.

In questa sede voglio porre l’attenzione su un tema fondamentale per lo sviluppo, quello degli appalti pubblici e che poi coinvolge a cascata anche un’altra tematica importante come la sicurezza nei luoghi di lavoro.

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Gli appalti pubblici sono una materia complessa sulla quale tutti i Governi hanno sempre cercato di intervenire.

Lo ha fatto anche questo Governo con il recente decreto legge “sblocca cantieri”.

A mio avviso è sempre corretto cercare di snellire e semplificare le procedure di aggiudicazione, ma il punto chiave rimane la regola del massimo ribasso.

In linea di principio sarebbe una regola di concorrenza tra le imprese che vogliono aggiudicarsi un appalto di lavori, servizi o di fornitura, ma in concreto rischia invece di diventare un boomerang per tutto il sistema.

Non per la regola in sé e per sé perché dovrebbe portare ad un risparmio di costi per la collettività e normativamente è la regola prevalente, ma per come viene applicata.
Il motivo è semplice.

Se per realizzare un’opera il costo stimato dai tecnici facendo riferimento a prezziari standard ovvero di mercato è pari a 100, la base di gara non può essere 100 meno il 20/30%.

A questo costo a base di gara reale di 70/80 si aggiungerebbe così la fase delle offerte al massimo ribasso tra le imprese che partecipano all’appalto e in tal modo l’opera verrebbe realizzata ad un costo finale assai ribassato anche della metà rispetto al costo corretto stimato ab origine.

Sappiamo bene che per un motivo o per l’altro- riserve delle imprese sui costi e le quantità, varianti in corso d’opera ecc. – i costi finali possono lievitare notevolmente.

Il meccanismo perverso della stima incongrua a base di gara e quella che definirei il ribasso sul ribasso sono una scelta consapevole delle stazioni appaltanti che dovendo sostenere i costi dell’opera decidono però di scaricare una serie di problemi di realizzazione delle opere pubbliche sulle imprese e i lavoratori.

Non è in questo modo che si può ridare dignità al lavoro e non è così che si garantiscono condizioni di sicurezza idonee nei luoghi di lavoro.

Le imprese “costrette” da questo sistema a sopravvivere nel mercato devono necessariamente contrarre i costi fissi e variabili e molte volte sono messe nella condizioni di doversi arrangiare ed eludere le norme a tutela dei lavoratori. Il divieto di ribasso sui costi della sicurezza e del lavoro che è un principio sacrosanto, viene così bypassato dalle prassi, dal fatto di doversi barcamenare in ogni modo.

La politica e la burocrazia sono i principali responsabili di questo modus operandi.

La prima perché vuole fare le opere senza garantire le necessarie coperture finanziarie che assicurino la copertura dei costi e consentano un equo guadagno e lo spazio per la formulazione di un ribasso adeguato. La seconda perché si adatta alla volontà politica senza rendersi conto che potrebbe risultare travolta dalle responsabilità -almeno sul piano morale- di un infortunio mortale o gravissimo in cantiere.

Per migliorare basterebbe poco.

La politica dovrebbe ragionare come il bonus pater familias e pertanto mettere in campo opere che una comunità può permettersi in termini economici e i tecnici dovrebbero invece essere guidati dalla deontologia professionale che li dovrebbe rendere attori consapevoli delle loro azioni.

Il nostro Trentino non è certo esente da tutto questo e le situazioni a dir poco imbarazzanti di questi ultimi tempi ne sono la prova lampante.

Prima di perdere definitivamente la bussola è indispensabile che le OO.SS. delle imprese e dei lavoratori, gli Ordini e i Collegi professionali, la politica ritrovino la retta via perché di questo passo il sistema non può reggere e non aspettiamo il prossimo morto sul lavoro, il prossimo appalto discutibile ad aprire gli occhi.

Evitiamo l’ormai stucchevole demagogia politica e agiamo subito per il cambiamento.

Le imprese serie e che per definizione devono fare utili e i professionisti affermati sanno benissimo cosa accade e stanno prendendo le giuste contromisure guardando altrove dove la Pubblica Amministrazione e la politica non vivono di sogni, ma stanno al passo con la realtà del lavoro che e’molto più complessa di come ci viene molte volte  descritta.

Non servono più norme e procedure, quelle ci sono già e forse sono anche troppe, ripartiamo dalla competenza, dalla consapevolezza, dalla serietà e da una sana umiltà che non hanno mai fatto male a nessuno.

Andrea Merler – Tecnico esperto in materia di sicurezza sul lavoro

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Lupo, clima da caccia alle streghe. – di Riccardo Ianniciello

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Spett.Le direttore,

perché tanto accanimento sul lupo?

Io credo non sia tanto per il fatto che il lupo arrechi danni agli allevatori (si parla di 170 mila euro annui ma certo non bisogna minimizzare l’impatto della predazione del lupo sui capi domestici ma gli allevatori devono attrezzarsi e soprattutto riabituarsi alla sua presenza come avviene in Abruzzo e ciò richiede tempi lunghi) o la sua presunta minaccia all’uomo (erano due cani a rincorrere quel ciclista il 31 maggio 2018 nel bellunese e non lupi come in un primo momento in toni allarmistici era stato perentoriamente affermato) ma perché rimane, nell’immaginario collettivo, il lupo cattivo delle favole, malvagio e pericoloso e in questo senso si presta straordinariamente a ogni sorta di strumentalizzazione: calcolo elettorale, capro espiatorio sul quale scaricare la rabbia di frustrate categorie di lavoratori, battaglia ideologica per affermare superiorità e potere decisionale (la Provincia sul Governo nazionale in materia di normative ambientali), insomma il lupo diventa il male assoluto.

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In questa visione fortemente antropocentrica, dove l’uomo è il signore e padrone della terra e dove gli animali sono alla sua mercé, i parchi naturali in Trentino, nati per arginare la follia distruttrice dell’uomo, diventano riserve di caccia per la potente lobby venatoria che sarà completamente soddisfatta fin quando non vedrà ucciso l’ultimo lupo (non certo quello del film, pellicola infarcita di preoccupanti pregiudizi, stereotipi e inesattezze sull’etologia del canide selvatico al punto che il regista è sotto accusa anche per l’uso spregiudicato dei lupi per esigenze cinematografiche: si parla di documentati maltrattamenti) sarà ammazzato.

I parchi naturali in Trentino sono sempre di più concepiti come banali giardini perché non c’è posto per un animale selvatico come il lupo che rappresenta un ecosistema sano con i suoi naturali predatori e perché soprattutto personifica lo spirito selvaggio che aleggia nei boschi ma anche il selvatico che è dentro di noi e che teniamo continuamente a bada, assopito e assoggettato e che tanta ricchezza ci può dare: la natura va addomesticata e niente deve minare la nostra quieta disperazione.

Non mi stupisco che venga istituito nel nostro trentino un tribunale per gli animali criminali, come avveniva nel basso medioevo dove agli animali venivano processati attribuendogli umane responsabilità e che si metta prima o poi una taglia sul lupo come nei secoli passati: il clima di caccia alle streghe mi sembra ci sia tutto.

Riccardo Ianniciello

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