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Arte e Cultura

La metà del cielo: il libro che rende giustizia alle donne dimenticate

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La metà del cielo. Breve storia alternativa delle donne (editore La Vela) è un libro in uscita in questi giorni che vuole “fare giustizia”, cioè raccontare le grandi figure femminili ingiustamente dimenticate.

Si, perché la storia delle donne, a dar retta a certi ritornelli, non esiste.

Oppure è tutto un monotono ripetersi di violenze e discriminazioni, subìte sempre, in ogni tempo, allo stesso modo.

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Ma questa lettura della storia è ideologica e fa scomparire, in un buco nero, una quantità incredibile di donne che sono state protagoniste della nostra storia.

Inoltre, occulta il fatto che ogni epoca, ogni religione, ogni filosofia dà una propria lettura della natura della donna, del suo ruolo, del suo rapporto con il maschio.

Questo libro racconta una storia alternativa, perché vuole recuperare fatti spesso ignorati e leggerne altri secondo un’ottica non conforme alla vulgata.

Abbiamo intervistato uno dei due autori, lo storico Francesco Agnoli.

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Professore, perchè questo lavoro?

Perchè nei libri di storia scolastici le donne non ci sono. Al massimo, per essere un po’ alla moda, qualcuno inserisce qualche “lamentatio” sulle donne oppresse e maltrattate nel corso dei secoli.

Invece?

Invece questa visione riduttiva è in parte vera per il mondo antico, o quello orientale, ma non per la civiltà europea. Perchè soprattutto con l’avvento del cristianesimo, il culto di Maria ecc. molte donne cominciano a fare davvero la storia. Siamo abituati a credere che le persone da ricordare siano solo re, imperatori, politici e conquistatori.

Ma -a parte il fatto che abbiamo avuto tante regine decisive nella storia europea, e persino una fanciulla guerriera, Giovanna D’Arco, che ha ottenuto vittorie militari incredibili- quello che è importante dire è che si può “fare storia” in tanti modi. Per esempio c’è una donna, Fabiola, nel 390 d.C., a fondare il primo ospedale della storia occidentale. E c’è un’altra donna, questa volta accanto a suo fratello san Basilio, cioè Macrina, alle origini della cosidetta “Basiliade”, la prima città-ospedale dell’Oriente, del 370 d.C.

E poi?

E poi ci sono, accanto ai grandi uomini, grandi donne. Per stare all’alto Medioevo si possono ricordare la bavara Teodolinda, regina longobarda in Italia, decisiva per le scelte del figlio Adaloaldo; Clotilde, la nobile moglie burgunda di Clodoveo, re dei Franchi, che lo spinge al cattolicesimo nel 496 d.C., portando così alla conversione dei franchi; la principessa Olga di Kiev, all’origine della storia russa… Nel Basso Medioevo poi le figure femminili straordinarie sono davvero numerose. Ne cito solo una, Ildegarda di Bingen, la “sibilla del Reno”, nata nel 1098 in una famiglia nobile nell’odierna Assia Renana, viene educata ed istruita in un monastero, prima di diventare una monaca benedettina dedita alla meditazione, allo studio, alla musica, alla medicina ed impegnata nel mondo. Scrive trattati ed epistole, incontra le personalità più famose del suo tempo, papi, vescovi, abati e sovrani.

L’imperatore Federico Barbarossa la vuole presso di sé, ma ottiene un aspro rimprovero per aver nominato un antipapa: “ti comporti come un fanciullo, anzi come un folle. Tu non hai il dono di vedere le cose con chiarezza e non sai reggere lo scettro del potere”.

Ciononostante l’imperatore continua a consultarla, la rispetta e protegge la sua fondazione da chi vorrebbe punire la sua impudenza!

Ma di Eva si è detto anche tanto male!

Senza dubbio. Anche di Adamo, però. E bisogna tenere conto di una cosa: nella Tradizione Adamo ed Eva sono corresponsabili, tanto che nei testi ufficiali quando si parla del peccato originale, spesso si identificano: si parla infatti del peccato di “uno solo”. Infatti per la Bibbia “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Genesi, 1,27). Quando Dante incontra Eva, la trova in Paradiso, sopra Adamo, perchè nella Tradizione i progenitori hanno sì peccato, ma si sono anche salvati. Insieme. Eva è definita “madre di tutti i viventi”, e la Madonna è “la nuova Eva”.

E poi?

La storia è lunga, ci sono secoli in cui la presenza femminile è più riconosciuta, e secoli in cui è più maltrattata. Ma spesso la storia non coincide con i luoghi comuni. Per esempio la donna patisce tantissimo proprio nella modernità, quando, a partire dal Settecento, con l’assolutismo, la rivoluzione francese e l’introduzione della leva militare di massa, essa diventa solamente “madre” nel senso biologico: il suo compito diventa esclusivamente quello di “produrre” figli come soldati, cittadini, contribuenti, per garantire la forza dello Stato. Il giacobino Giuseppe Compagnoni, titolare della prima cattedra di diritto Costituzionale in Europa, anticipando Adolf Hitler, arriva addirittura ad “auspicare la poligamia in chiave demografico-patriottica come mezzo per dare più figli alla nazione”; Peter Frank, illuminista ascoltato, afferma che “la donna gravida non è più semplice moglie del cittadino, ma in un certo modo proprietà dello Stato”. Nell’Ottocento poi abbiamo una cultura pseudoscientifica, cui contribuiscono personalità come Charles Darwin, Cesare Lombroso e tanti altri uomini di scienza, per la quale l’inferiorità della donna sarebbe dimostrata dal minor peso del suo cervello!

Ciononostante in tutti i secoli ci sono tante donne mistiche, o donne che fanno opere straordinarie di carità. Le stesse suffragette, che rivendicavano il diritto di voto, e quindi una attività politica, erano spesso impegnate anche in opere sociali, di assistenza ai poveri ecc.

Alla fine affronta anche il tema dei movimenti femminili e femministi

Sì, per raccontare anche la varietà di posizioni che ci sono nel mondo femminista sui temi della bioetica, da quello dell’identità sessuale, all’aborto, all’utero in affitto. Spesso si pensa che esita un solo pensiero, quello che appare dominante a causa dei media e della politica, ma non è così.

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Spettacolo

Cosa preferisci: centomila euro subito o un milione fra dieci anni?

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Da questa domanda parte lo spettacolo “Il Test”, con Roberto Ciufoli, Benedicta Boccoli, Simone Colombari, Sarah Biacchi per la regia di Roberto Ciufoli che si è svolto venerdì 24 gennaio al Teatro Zandonai di Rovereto.

La trama è la seguente:Hec̀tor e Paula, una coppia con qualche problema economico, deve affrontare la scelta che gli propone il vecchio amico Toni, in attesa che li raggiunga per cena Berta, la giovane fidanzata psicologa di successo. Una decisione apparentemente semplice: accontentarsi di una piccola ma immediata fortuna o aspettare lunghi anni per decuplicarla? Il dilemma che inizia come un semplice e teorico test di personalità, in un clima di divertita amicizia, diventa sempre più causticamente feroce e mette progressivamente a nudo i caratteri, i pensieri reconditi e i delicati segreti dei quattro commensali. Fra battute di spirito al vetriolo e sferzanti dialoghi i protagonisti vengono spinti a prendere decisioni che nell’arco di una cena cambieranno radicalmente le loro vite, forse per sempre.” 

Il gioco drammaturgico che viene portato in scena mette lo spettatore davanti anche alle dinamiche e al background di ogni personaggio: ognuno ha un prezzo, una storia, dei motivi per cui vengono fatte alcune scelte invece di altre. Tanto, alla fine, le maschere cadono ed ognuno si rivela per quello che è: un amante che ha vissuto nell’ombra, un’amica indecisa, una persona che crede di conoscere il bene degli altri senza conoscerli davvero. Cento mila euro subito… oppure aspettare? Ma quel milione, che prezzo avrà? Quanto varrà, in realltà?

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«Siamo sempre alla ricerca della giusta risposta, per apparire intelligenti e svegli. Cosa può nascondersi dietro l’innocuo “è meglio un uovo oggi o la gallina domani”? Rispondere che dipende dalla salute della gallina denoterà sagacia, cinismo oppure analisi pragmatica? Sia come sia, il risultato sarà comunque la scoperta o la conferma di un comportamento che influirà, su chi viene “testato”. racconta Roberto Ciufoli.

E lo spettacolo non delude le aspettative: divertente ed ironico, seppur con una serietà di fondo, riesce a coinvolgere il pubblico roveretano che apprezza molto questa tipologia di rappresentazione.

Spingersi a cercare delle risposte, cercare di fare del proprio meglio, non è mai semplice. Bisogna mettersi a nudo soprattutto con il proprio “Io” interiore per trovare l’origine del proprio pensiero, senza mai dimenticare che alcune situazioni possono essere ben più comuni di quanto non si pensi. E che, in fondo, forse non esiste affatto una risposta corretta… solo conseguenze.

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eventi

A Viarago la festa dei Santi Fabiano e Sebastiano

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Domenica 26 gennaio sarà la giornata della “Sagra di Viarago”  durante la quale ogni anno viene celebrata la festa dei Santi Fabiano e Sebastiano.

L’inizio è previsto per le 11 con la celebrazione della messa, alla conclusione sarà aperto il Vaso della Fortuna e alla sede degli Alpini saranno distribuzione gratuita di gnocchi.

Nel primo pomeriggio alla Casa Sociale di Viarago, intrattenimento e laboratorio didattico per i più piccoli, ma non solo. Nel pomeriggio spazio al concerto della Banda Sociale di Pergine Gruppo di Viarago e dalle 17 ci sarà la preghiera di ringraziamento. Domani sera al teatro di Viarago andrà in scena una commedia brillante.

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Spettacolo

Al teatro sociale «La classe»: la scuola come specchio di una società in crisi contesa tra delusione e speranza

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Fino a domenica va in scena al teatro Sociale La classe (2017) di Vincenzo Manna, prodotto da Società per Attori, Accademia Perduta/Romagna Teatri e Golden Art Productions.

Un insegnante precario di origine straniera, Albert, si vede affidata la gestione di un corso di recupero per studenti problematici.

Il preside non si attende risultati significativi dalla cosa: questi sei studenti debbono solo recuperare i crediti necessari per poter sostenere gli esami, nient’altro.

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Questi adolescenti son un gruppo variegato di problematiche intrecciate: musulmani, ebrei, borgatari, zingari. E ancora: timidi patologici, sbandati, piccoli spacciatori, teppisti in erba.

Albert cerca di svolgere il suo compito coscienziosamente, ma i suoi sforzi si infrangono contro il muro di diffidenza accumulata dai giovani rispetto all’autorità e al sistema scolastico.

Con un piccolo stratagemma gli riesce di interessare quasi tutti (come il filone delle storie ambientate in scuole di confine impone, c’è sempre chi non vuole essere aiutato) in un progetto europeo che contempla un premio.

A distanza visibile dalla scuola sorge un enorme campo profughi, causa di disagio e timori in città. Un rifugiato ha portato con sé un bel numero di documenti che testimoniano la repressione in atto nel suo paese.

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Il bando dell’Unione ha per tema i giovani e l’Olocausto: i materiali in possesso della classe sarebbero perfetti, e il fatto che a presentarli sarebbero studenti indisciplinati di una città in crisi potrebbe essere per loro un ulteriore bonus.

Il lavoro comincia, finché qualcuno viene travolto da un evento personale in concomitanza con alcuni disordini causati dai profughi. Questi ultimi diventano presto gli indiziati principali agli occhi dell’opinione pubblica e degli studenti stessi.

L’istituto non trova di meglio che chiudere, e dichiarare la classe di recupero completata d’ufficio; parallelamente la città istituisce un coprifuoco. Albert e i suoi virgulti si daranno per vinti?

La classe si svolge interamente all’interno di un’aula scolastica, dimessa e disordinata, ma il suo incessante confronto con il mondo esterno ad essa dissipa qualsiasi senso di claustrofobia potrebbe altrimenti sorgere.

Albert e i suoi studenti portano sempre con sé il bagaglio della loro storia personale; la realtà circostante irrompe costantemente nelle lezioni, costringendo tutti a reagire secondo la propria indole.

Come accusa un personaggio, è facile avere compassione delle sofferenze di chi vive lontano, difficile e scomodo è invece averne con chi ti sta sotto gli occhi, chi vive in città ed è stritolato dalla crisi economica.

Vincenzo Manna ha fatto un ottimo lavoro nel bilanciare gli elementi del suo lavoro: per una catastrofe umanitaria, un silenzioso dramma individuale. E se rimane chiaro chi tra i personaggi rappresenta la ragione e chi il torto, al torto viene dato spazio per una efficace arringa difensiva.

Giuseppe Marini, alla regia, ha anche lui ben variato il ritmo dell’azione a seconda dei momenti, seri, drammatici o giocosi della scena.

Il cast si muove bene nel dare voce a questi personaggi in cerca di un posto nel mondo. Andrea Paolotti è molto realistico come Albert, insegnante consapevole della scarsa autorevolezza oggidì attribuita alla posizione, solido eppur pacato.

Come preside, Claudio Casadio si mostra burocraticamente disincantato, impegnato verso il suo istituto assai più di quanto lo sia verso i suoi studenti, teoricamente ragion d’essere dell’intera istituzione. Eccetto quando parla di galline (a proposito delle quali… più avanti).

Poca meraviglia se questi adolescenti avversano scuola e potere: problemi a scuola? Chiusura e metal detector. Problemi in città? Coprifuoco e muraglie.

I giovani attori a cui sono affidati i ragazzi (Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Giulia Paoletti, Andrea Monno) svolgono il loro compito oltre la sufficienza (naturalmente non tutti nella stessa misura), e mi spiace non inoltrarmi nell’argomento, ma molta parte di La classe consiste nel conoscere (ancora, in diversa misura) il corpo studentesco. Sarebbe come entrare nei dettagli dei personaggi di Breakfast Club.

La scena, quest’aula dai banchi usciti da decadi passate, è di Alessandro Chiti. Le luci di Javier Delle Monache (coadiuvate dalle musiche di Paolo Coletta) contribuiscono puntualmente a denotare la scansione delle lezioni.

Teatro serio, questo. Il tema, se sia più sensato sopportare gli oltraggi del destino cinico e baro o combattere contro un mare di problemi e lottando disperderli.

Casadio offre una guida lungo lo spettacolo. Parlando di polli.

Le galline hanno le ali, ma non volano, tutt’al più svolazzano per pochi metri. Conducono un’esistenza dalla routine fissa: mangiano, dormono, si accoppiano, tuttavia sono costantemente preda del timore. Vedete i parallelismi, certamente.

Ma vi è dell’altro. Se le ali dei polli non gli concedono il volo, le loro zampe sono forti e ben piantate sul terreno. Una gallina potrebbe, volendo, raggiungere dall’Italia Parigi in tre giorni, Berlino in nove.

Basterebbe loro una rampa, e raggiungerebbero la luna.

La compagnia incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 24 e sabato 24 novembre alle 20 e 30 e ancora domenica 25 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 55.

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