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Autismo: serve alleanza tra scuole, famiglie e servizi

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Nell’incontro organizzato dalla cooperativa sociale Il Ponte in collaborazione con l’ODFlab dell’Università di Trento i protagonisti si sono confrontati sulle esperienze di inclusione scolastica e sull’importanza della co-progettazione condivisa.

Opinione unanime degli esperti è la necessità di superare un approccio basato sui ruoli e arrivare all’integrazione delle diverse competenze e professionalità.

Dario Ianes: “per questo servirebbe una formazione generalizzata che comprenda insegnanti curriculari, insegnanti di sostegno, educatori e anche i compagni.”

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Teoria e pratica, vite personali e professionali. Famiglie, insegnanti, educatori ed esperti si sono confrontati da punti di vista differenti per far emergere il valore dell’inclusione partendo dalle esperienze di bambini e ragazzi autistici nella scuola. Nell’incontro di EDUCA organizzato a partire dalle 10.30 a Palazzo Fedrigotti dalla cooperativa sociale Il Ponte in collaborazione con l’ODFlab dell’Università di Trento, i protagonisti hanno intrecciato le evidenze scientifiche all’esperienza empirica.

“Saper osservare è l’elemento fondamentale – ha esordito Dario Ianes, docente all’università di Bolzano e co-fondatore del Centro Studi Ericksonn, – ed è per questo che servirebbe una formazione generalizzata che comprenda insegnanti curriculari, insegnanti di sostegno e tutto il consiglio di classe e, perché no, anche i compagni. Bambini e ragazzi se aiutati a interpretare i comportamenti dei propri compagni con bisogni educativi speciali, sono sempre più creativi degli adulti a trovare delle strategie efficaci di relazione. Gli studi ci dicono che la formazione di tutto il gruppo classe è il presupposto per una vera inclusione. Abbiamo poi bisogno di una reale co-progettazione condivisa a partire da un maggior riconoscimento della figura degli educatori che possono ‘situare’ le strategie e svolgere un’importante funzione di collante”.

Arianna Benvenuto, ricercatrice presso l’ODFlab dell’Università di Trento, ha aggiunto “Ritengo sia importante cambiare anche la visione monolitica e statica dei differenti ruoli. All’asilo e nelle scuole materne, ad esempio, l’insegnante supplementare – per cui spesso non è necessario avere una certificazione – è a disposizione di tutti i bambini non solo di quelli con disabilità o bisogni particolari. Lo stesso vale per l’insegnante principale che si prende cura degli uni e degli altri. Le due figure sono intercambiabili. Questa pratica dovrebbe essere auspicabile in tutti gli ordini di studio”.

Un concetto ribadito anche da Daniela Simoncelli, dirigente dell’Istituto Superiore Don Milani di Rovereto, “Alle superiori abbiamo il vantaggio di non avere un solo insegnante di sostegno sui ragazzi con disabilità e questo di sicuro favorisce lo spirito di squadra. Anch’io penso debba passare il messaggio che abbiamo bisogno di un cambiamento culturale rispetto alle differenti professionalità per avere progetti di inclusione efficaci: il docente di sostegno deve essere inteso al servizio dell’intera classe, non solo come una figura esclusiva per gli studenti certificati. Gli insegnanti di sostegno possono infatti trasformarsi in una barriera all’autonomia: se si appiccicano alla disabilità del singolo diventano uno stigma vivente alla disabilità. Sono poi totalmente d’accordo che un punto di forza assoluto è il coinvolgimento dei compagni con una formazione ad hoc. Perché sennò sì creano le classiche dinamiche che vanno dal semplice ‘perché a lui sì e a me no?’ fino a incomprensioni e contrasti più marcati”.

Al seminario è stato portato anche il punto di vista degli educatori grazie all’esperienza di Ulisse Paolini per il quale quella dell’educatore è una professione di confine, ampiamente formata ma che deve saper calare quanto appreso nella realtà quotidiana relazionandosi con molteplici figure. Proprio per questa valenza mediatrice questo ruolo dovrebbe essere valorizzato maggiormente al fine di costruire una vera cultura della condivisione, ad esempio a partire dalla realizzazione dei PEI – i Paini Educativi Personalizzati – che a inizio anno possono essere occasione di un confronto a 360 gradi.

Il prisma che riflette questa pluralità di sguardi e competenze non può che essere il punto di vista delle famiglie. A chiusura dell’incontro Federica, mamma di un bambino autistico, ha sottolineato come “il triangolo scuola, ODFlab e cooperativa Il Ponte per me è stato estremamente d’aiuto. Io sono la dimostrazione che se si mettono a disposizione delle famiglie tutti gli strumenti facendo realmente squadra si possono ottenere risultati davvero incoraggianti”.

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Caregivers familiari: ancora lontani da un aiuto concreto

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I caregivers familiari sono ancora lontani dal ricevere un aiuto concreto nonostante l’approvazione della legge che ne ha riconosciuto la figura e l’impegno, ciò è quanto dichiara il CONFAD (coordinamento nazionale famiglie con disabilità) in un comunicato a firma del presidente Alessandro Chiarini. (altro…)

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Disabili: il Comune di Trento sacrifica gli stalli riservati anche per i traslochi

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Non c’è rispetto per i diritti elementari dei disabili nemmeno più nella civilissima città di Trento. (altro…)

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In 10 anni i divorzi sono raddoppiati. il 54% si pente e vorrebbe tornare insieme al proprio partner

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Dopo le statistiche che abbiamo pubblicato ieri relative ad un sondaggio che indicava come il 62% degli intervistati considerasse come famiglia unicamente quella composta da persone di sessi diversi, prendiamo in esame i dati del Censis sui divorzi: nel 2016 sono stati 99.071, dieci anni prima 49 mila.

Dei divorziati il 19,1% si sposa una seconda volta: il 68%uomini e il 60% donne.

Ma a pentirsi di aver divorziato è il 54% di cui il 19% dopo appena una settimana e 1 su 5 in tempo reale.

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E non mancano nemmeno i casi di chi dopo aver divorziato, si sia risposato con lo stesso partner.

In tutta questa confusione ci sono alcuni aspetti pratici che possono a contribuire a spiegare dei dati anche in contrasto tra loro.

In certi casi nozze troppo rapide che spesso nascondono la voglia di risolvere in maniera radicale dei problemi di convivenza nell’ambito della famiglia d’origine.

Ma anche contratte troppo tardi, spesso per problemi economici che non permettono di creare un nuovo nucleo famigliare.

Ci si sposa cioè a rapporto già logoro e la convivenza di certo non aiuta.

Sui ritorni di fiamma incidono invece la nostalgia per i figli; relazioni extraconiugali che funzionavano da sposati, ma che crollano quando cambia la situazione e non per ultime le condizioni economiche del tutto diverse da single.

Una domanda lecita è anche se la velocità del ripensamento è direttamente proporzionale alla facilità di chiudere la relazione?

Ma quanti sono i separati che sono tornati a convivere senza comunicarlo agli uffici anagrafe che di fatto dovrebbero annullare la separazione in quanto in attesa del divorzio, non sono esauriti gli effetti legali del matrimonio?

Senza contare le false separazioni chieste solo per motivi di interesse.

Il Censis conferma come l’impennata di separazioni e quindi di divorzi cresciute del 100% negli ultimi dieci anni stiano portando ad una trasformazione antropologica dell’Italia.

In più la così detta “pausa di riflessione” passata da 5 a 3 anni e poi 6 mesi, potrebbe cambiare ulteriormente la situazione.

La Chiesa non vede favorevolmente questo cambiamento di un sacramento per la vita ad una sorta di contratto temporaneo che di fatto andrà ad indebolire la famiglia.

Secondo uno studio inglese il 54% dei divorziati vive di rimpianti.

Fra chi si è accorto di amare ancora il partner, il 42% prova a ricostruire il rapporto, ma a riuscirci è solo il 21%.

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