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Trento

Mario Garavelli è il nuovo Vicedirettore de «La Voce del Trentino»

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Mario Garavelli è Ispettore Superiore in quiescenza dopo quasi quattro decenni di servizio nella Polizia di Stato.

Laureato in Scienze Politiche e da anni promuove l’arte e la cultura sul territorio.

Nostro collaboratore per le tematiche culturali dal 2013, cioè dalla fondazione della testata, ha ora accettato l’incarico di vicedirettore della Voce del Trentino.

«Va precisato che sono stato e nella mia essenza rimango un poliziotto, – mette subito in chiaro Mario Garavelli –  quindi non sarà secondario il mio impegno per diffondere l’idea di sicurezza partecipata tramite il quotidiano. Detto questo l’arte e la cultura in genere rimangono la mia passione, coltivata anche al fuori del servizio operativo che ho svolto per così tanti anni».

Oltre ad essere stato un Ispettore Superiore della Polizia, sei stato nel C.d.A. della Fondazione Galleria Civica, presidente dell’Associazione Amici dell’Arte Contemporanea e del Festival dell’Arte di Trento, membro del direttivo dell’Orchestra classica Futura. Un cortometraggio ti ha celebrato al KunstArt di Bolzano. Sei membro a vita della Gilda del Cabaret Voltaire di Zurigo, il tempio mondiale dadaista. E sono solo alcune cose che hai fatto. Come hai conciliato queste pulsioni culturali con il lavoro e come è nata questa tua passione?

«L’arte e la cultura in genere sono state una crescita personale, affiancata al servizio nella Polizia, che considero la mia vera famiglia, non avendone avuta una canonica, con padre ignoto e madre assente. La Polizia mi ha dato un tetto e un’educazione alla legalità e alle regole che non sempre, per chi è vissuto senza riferimenti genitoriali e sensi di colpa, sono scontate. Potevo finire a fare il malavitoso, ho fatto il contrario».

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Ma la passione per la cultura?

«La passione per la cultura ho iniziato a respirarla per relazione, sposo per venticinque anni di una professoressa universitaria, conosciuta quando avevo solo la terza media e facevo l’operaio mentre lei era una giovane ricercatrice nell’ateneo felsineo, poi sono diventato poliziotto e lei docente, abbiamo una figlia, di cui andiamo orgogliosi. Si può quindi immaginare che stimolo culturale assumevo quotidianamente. La cultura ti frega e ti premia, perché ogni giorno che passa ti rendi conto di quanto sei ignorante ma anche le infinite possibilità che hai di crescere, imparare e goderti il piacere della conoscenza di nuove cose, anche semplicemente ascoltando chi ne sa più di te».

Cultura e investigazioni insomma…

«Quello è stato un periodo stimolante, come avere una doppia vita. Spesso tornavo dal lavoro o da operazioni di polizia ancora immerso in una cultura maschile molto diretta, rude, e magari mi capitava di cenare con docenti e/o artisti, curiosissimi peraltro del mio lavoro. Il giorno dopo ritornavo in servizio, magari utilizzando la brusca dialettica, fisica maschilista, all’epoca quasi imperante se volevi sopravvivere con credibilità nei servizi operativi».

Tra gli intellettuali o artisti ricordi qualcuno in particolare?

«Con alcuni di loro avevo instaurato un vero rapporto di amicizia, come il compianto storico della scienza Paolo Rossi, figura di eccellenza mondiale, o Leela Gandhi, una persona straordinaria. Con molti ho ancora rapporti di profonda amicizia ma tutti sarebbe lungo ricordarli».

Sul lavoro avere questo tipo di frequentazioni ti è servito?

«Professionalmente parlando mi è servito, e molto, perché ho ripreso in mano gli studi. Dopo essermi diplomato alle serali mi ero iscritto alla Scuola Speciale per Assistenti Sociali, ancora ero alla Squadra Volante, e quel che imparavo lo applicavo sul campo negli interventi, poi, per l’impossibilità di potermi riconoscere il tirocinio sono passato a Scienze Politiche a Urbino»

Ora?

«Sono sposato con un’avvocata esperta di diritto del lavoro, una donna meravigliosa, e la modalità vita/lavoro più o meno è la stessa. Per quanto piacevole una vita tra delinquenza e effervescenza culturale a volte è stata faticosa, visto che ho avuto altri due bellissimi figli e per lunghi periodi mi hanno visto poco».

Sei stato più volte premiato per le tue indagini, l’ultimo Encomio lo hai avuto alla festa della Polizia questo 10 aprile. Hai qualche episodio in particolare da raccontare?

«Starei qui anni, ma non per i premi ufficiali che hanno un percorso logico tutto loro, per le mille indagini farei prima a scrivere un libro, ma non posso per segretezza professionale, farei prima con un romanzo. Nell’archiviare la documentazione di decenni di lavoro spesso mi sono chiesto come è stato possibile aver fatto tutto questo. Sicuramente non è stata una vita noiosa anzi, fin troppo movimentata per la mia indole tendente più a Oblomov che a Callaghan.

Ma una cosa tra le mille la posso raccontare, una soddisfazione coniugata dalle mie passioni: quella di utilizzare anziché distruggerle centinaia di opere d’arte false che avevamo sequestrato a seguito di una mia d’indagine, per abbellire il palazzo di Giustizia.

In questo devo dire grazie alla lungimiranza dell’allora Presidente del Tribunale, che ha accolto in pieno l’idea, così come ha permesso che facessi collocare una scultura molto emblematica fuori dall’aula udienze in occasione di Manifesta7, una delle più importanti rassegne internazionali di arte contemporanea al mondo. Rappresentava un’enorme livella storta. Non tutti ne hanno colto il significato. Per Manifesta 7 ho anche avallato come membro del direttivo della Galleria Civica i sacchi di sabbia attorno al monumento di piazza Dante. Tante polemiche, strumentalizzazioni politiche, ma alla fine è stata giudicata la miglior opera d’arte al mondo di quell’anno, segno che i pensieri omologati hanno vita breve. Negli ultimi anni mi sono occupato principalmente di droga, lavoro duro ma appassionante, molto adrenalinico».

Mai avuto problemi sul lavoro?

«Se mi hanno aggredito o sparato addosso sì, qualche volta, come a molti altri colleghi. Fortunatamente per noi è tutto documentato così è impossibile passare per contaballe. Più del crimine temo l’invidia, che ritengo pericolosa e letale di una pallottola, perché si alimenta con diffusione del falso e spesso sfocia in odio mortale.

Parlo di invidia vera, io stesso a volte ho invidiato quelli che ritenevo più bravi di me, ma il sentimento confinava con l’ammirazione e generava sano spirito di competizione, il che mi ha aiutato a migliorare».

L’ideale romantico del poliziotto esiste ancora?

«Negli ultimi anni ho lavorato con una squadra eccezionale, colleghi magari poco visibili ma che in altri ambiti sarebbero cercati, strapagati e venerati per le loro immense capacità e competenze, eppure continuano ad essere servitori dello Stato. Questo perché per fortuna in molti resiste ancora un romantico attaccamento allo spirito di servizio, in tutti i ruoli, che si vaccinano da soli dalle mezzecalzette».

Un momento che ricordi in particolare?

«Quando per un breve periodo sono stato nella scorta del Presidente del Tribunale di Palermo Giordano, una persona straordinaria, che tanto mi ha insegnato dal punto di vista etico e di spirito di sacrificio. Rischiavamo, ma era un rischiare immerso nel sublime di quella terra straordinaria, dove è peccato morire. Falcone e Borsellino erano ancora in vita, ancora per poco. La Sicilia stessa era vita».

Per la Voce del Trentino hai qualche idea?

«Far passare maggiormente il messaggio che è un Quotidiano indipendente. La gente forse percepisce determinati orientamenti solo perché mentalità schierante snobbano la testata a priori, ed evitano di scriverci se non per megafonate politiche, questo è un peccato, perché così manca il confronto. Detto questo il lettore non va ammazzato di noia da esercizio di stile, ma fidelizzato con un dialogo reciproco. E poi concretizzare il problema della sicurezza in modo efficace, raccontando le cose come sono e collaborando con i lettori e le Forze dell’Ordine».

E per quanto riguarda i giornalisti locali ricordi qualcuno in particolare?

«Il primo che mi viene in mente è Piero Agostini, gran persona. Anche Paolo Ghezzi va ricordato come un direttore notevole, ritiratosi troppo presto e che come Alberto Pacher aveva forse intuito prima di tutti derive e mutamenti sociali, per dolorosi o attesi che siano stati. Un po’ meno l’umore e i bisogni reali della gente».

I tuoi orientamenti?

«Per lavoro sono sempre stato sopra le parti, evitando prese di posizione come deve fare ogni servitore della comunità. Ma se ora mi chiedessero da che parte politica protendo risponderei che spazia ovunque, perché le ideologie si sono mescolate, e questo meticciato di idee non è sempre un male, aderisce alla realtà odierna e viene imbastito a seconda delle esigenze del popolo, stimolando ancor più nuove idee, basta che non si scostino da saldi principi costituzionali o dai diritti umani».

Chi rimane su posizioni radicali in quest’epoca di pensiero liquido è morto, e sembra che Salvini e Di Maio lo abbiano capito per primi.

«Aggiungerei una cosa sulla cultura. Va difesa a oltranza, oserei dire quasi a costo della vita, perché è la sopravvivenza del Pensiero che tende ad essere sostituito con il peggio che offre la società, e il peggio è facile, quindi pericoloso, perché piace alle masse inconsapevoli. Chi ci tiene in vita senza sbranarci sono il Pensiero e l’Amore».

Oltre all’incarico di vicedirettore di che altro ti stai occupando?

«Ho un ufficio in Confcommercio, dove mi occupo di sicurezza personale e aziendale per i soci, quasi in continuità con quello che facevo prima. La nostalgia di un lavoro che ti piaceva è dura a morire…»

È giusto ricordare che Mario Garavelli è stato uno dei protagonisti con la Polizia Investigativa, delle più difficili indagini che in questi anni hanno poi portato all’arresto delle bande criminali più importanti in Trentino, dedite allo spaccio di droga. 

Un lavoro silenzioso, spesso rischioso, in difesa della comunità trentina che negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con la sicurezza di un’isola «verde» che ormai è diventata solo parte del passato.

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