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Io la penso così…

L’ennesimo errore del centro sinistra e l’addio di Andreatta – di Andrea Merler

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Spett.Le Direttore,

in Trentino dopo le elezioni del 2018 tutto è cambiato.

In Provincia è cambiata la guida politica dopo più di un ventennio di governo del centrosinistra-autonomista. Non è finita qui.

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Dal prossimo anno anche nel Comune di Trento potrebbe governare un’altra maggioranza.

I recenti congressi del PATT e di Progetto Trentino dimostrano che è ancora il centrodestra a trazione leghista ad interpretare il ruolo della lepre.

Il centrosinistra arranca ancora imbrigliato dall’autolesionismo del Partito Democratico che ancora si illude di recuperare l’apporto del PATT. Non sarà affatto così e l’ex Presidente della Provincia Rossi l’ha detto oggi senza mezzi termini. Quella stagione è finita ad ottobre del 2018.

Qualcuno cercherà di sostenere che le elezioni comunali sono tutt’altra partita da giocare, ma se guardiamo le continue fibrillazioni della ormai risicata maggioranza c’è ben poco da stare sereni.

A mio modo di vedere l’esito delle elezioni del nuovo Sindaco di Trento appaiono perciò indirizzate alla vittoria scontata del centrodestra a trazione leghista con l’apporto del centro rafforzato figlio del prevedibile accordo elettorale – o forse anche qualcosa di più – tra Progetto Trentino e il PATT.

Questo rafforzamento del centrodestra credo che non lascerà scampo a questo centrosinistra.

Resta solo da capire dove vorranno collocarsi i cinque consiglieri “solitari” del nuovo gruppo #INMOVIMENTO anche se non posso pensare di vederli ancora nel centrosinistra che hanno formalmente abbandonato al suo destino.

E’ anche illusorio pensare che vi possa essere uno spazio politico “nuovo” al centro. “Nostalgia canaglia” del tripolarismo perché invece bisognerà pur sempre collocarsi all’interno di due opposte coalizioni per non frammentare un quadro politico che altrove si sta invece riequilibrando verso una nuova stagione del bipolarismo.

Il Movimento Cinque Stelle – che a Trento non ha mai veramente sfondato – pare invece destinato ancora di più all’irrilevanza politica.

Il puzzle sta per comporsi e resta solo da capire chi sarà in grado di proporre il candidato Sindaco.

Nel centrodestra-autonomista e Lega permettendo, potrebbero venire in rilievo le ambizioni mai sopite del PATT e in particolare del suo assessore Roberto Stanchina.

I distinguo di quest’ultimo periodo sono solo l’antipasto di quello che avverrà in seguito.

In questo quadro il centrosinistra s’illude ancora di dettare l’agenda politica e di imporre una sorta di continuità con il Sindaco Andreatta, ma sta facendo l’ennesimo errore politico perché collegare questa impalpabile consigliatura ad un legato vincolato ad un esponente del PD non permetterà certamente di ri-costruire una coalizione vincente.

Dobbiamo prendere atto che il centrosinistra ci ha forse preso gusto a farsi del male da solo con autogol clamorosi quando invece dovrebbe rilanciare proponendo un nuovo modo di agire politico che coinvolga ad esempio le varie liste civiche circoscrizionali.

Il post Andreatta si sta costruendo nelle due coalizioni in modo assai diverso perché il centrosinistra pare continuare nella sua linea autolesionista mentre il centrodestra-autonomista si sta potenziando ed è seriamente candidato a guidare anche il capoluogo.

Andrea Merler – Trento

«Io la penso così» – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a: redazione@lavocedeltrentino.it)

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Io la penso così…

Quella volta in cui gli alieni salirono alla corte dell’”Essere umano” – Di Michael Moser 

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Egregio direttore,

non è raro, anzi capita piuttosto di frequente sui suoi profili social, nei dibattiti televisivi o nell’Aula del Consiglio Provinciale, di vedere il Consigliere provinciale Paolo Ghezzi (Futura 2018) richiamare i propri colleghi a un maggiore impegno nella lettura.

Celebri i suoi: ”Lei legge ma non comprende!” o ”Suggeriamo un corso di educazione civica e storica per i rappresentanti della destra di Governo in Provincia di Trento e in Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol”.

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È evidente che tali comportamenti potrebbero essere accettati dai suoi colleghi e dai cittadini trentini nel caso in cui il suo atteggiamento fosse impeccabile e la sua conoscenza illimitata, ma purtroppo (sic!) così non è.

La contraddizione è insita nello stesso epiteto “Essere umano” che il sopracitato consigliere si è auto-conferito, figlio della tradizione di sinistra radicale che, negli ultimi anni, ha trovato terreno fertile in Jeremy Corbyn e Bernie Sanders.

La scelta di questo appellativo, fatta per evitare di discriminare altri soggetti (migranti innanzitutto), rischia di essere fatale per chi – come il Consigliere Ghezzi – in questo e in molti altri casi ignora la scienza.

La tassonomia ci insegna che la classificazione viene effettuata per riunire varie entità in categorie in base a quello che hanno in comune.

Ciò, come si può facilmente intuire, porta necessariamente alla formazione di gruppi con caratteristiche diverse e quindi ad una “discriminazione” tra ciò che è, e ciò che non è.

Il Consigliere Ghezzi, scegliendo l’epitetoEssere umano”, sceglie deliberatamente di discriminare le c.d. specie aliene, ovvero “qualsiasi specie vivente che, a causa dell’azione dell’uomo (intenzionale o accidentale), si trova ad abitare o colonizzare un territorio diverso dal suo areale storico”, quindi proprio chi egli intendeva proteggere da discriminazione!

Noi di AGIRE per il Trentino, non abbiamo l’ardire di invitare il Consigliere Ghezzi a frequentare un corso di scienze, né quello di regalargli un libro di biologia, ma gli suggeriamo umilmente di rimuovere quell’appellativo dai suoi profili social, attendendo che la storia gliene consegni uno consono al suo “status”.

Michael Moser – Coordinatore territoriale Valle di Cembra, AGIRE per il Trentino

«Io la penso così» – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

 

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Io la penso così…

Il pericolo delle democrazie troppo umanitarie 2 – di Luigi Gatti

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Spett.le direttore,

rispondo all’invito di far sentire la mia a proposito dell’articolo pubblicato dal suo giornale in data 3 aprile a firma di Claudio Forti (Il pericolo delle democrazie troppo «umanitarie»)

Premetto che sono un signore di una certa età e ricordo bene il referendum sulla legge 194 del 1978, quando mi schierai a favore del mantenimento della suddetta legge, che come altre di quegli anni appariva a tutti gli effetti un passo avanti nel progresso civile della società.

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A distanza di anni, però, ho avuto modo di riflettere e rivedere ampiamente la mia posizione, per cui se dovessi esprimermi adesso sul mantenimento della legge, non avrei esitazione a votare NO.

Ovviamente, faccio eccezione su casi gravi e comprovati, come potrebbe essere il rischio per la salute della madre, nel caso la gravidanza venisse portata avanti.

E in effetti era con questo spirito che la legge era nata, non per niente si ribadiva il rifiuto dell’aborto quale mezzo per liberarsi di gravidanze indesiderate.

In realtà col passare degli anni si è ricorso all’aborto con sempre maggiore leggerezza,tant’è verso che si sente spesso chiedere ad una donna non troppo contenta dell’avvenuto concepimento: “Che fai, lo tieni?”, come se il proseguimento di una vita già in essere dipendesse dal suo insindacabile giudizio.

Uno degli slogan più fortunati del vecchio movimento femminista era :”Il corpo è mio e lo gestisco io“, o in alternativa: “L’utero è mio e lo gestisco io”.

Affermazioni, certo, sacrosante, ci mancherebbe altro!

Se una donna vuole tagliarsi un dito o un piede, sono affari suoi, se vuole buttarsi da un ponte, libera di farlo; ma nel momento in cui nel suo corpo e nel suo utero, comincia a vivere una nuova vita, no: il corpo non è più soltanto suo, ma è anche di un altro essere vivente, desiderato o meno che possa essere, un altro essere che vive già di vita propria, minuscolo magari come un fagiolo, ma vivo!

E se è vivo, è già depositario del diritto inalienabile alla vita.

Mi si dirà: “Ma vive attraverso la madre, respira attraverso la madre, si nutre attraverso la madre“. E allora? Vive, respira, si nutre: questa è la realtà.

Anche una persona in coma respira e si nutre attraverso una macchina, ma non per questo schiacciamo l’interruttore e la mandiamo in malora.

La vita è qualcosa che non ci appartiene, non siamo noi a farla nascere, a dispetto degli esperimenti di laboratorio, e non siamo, né possiamo essere noi a decretarne la fine.

Mi è capitato di leggere anni fa un caso avvenuto a Venezia, credo: un uomo che aveva ucciso la sua compagna incinta.

Mi colpì il fatto che l’uomo venisse incriminato per “duplice” omicidio, in quanto il giudice ritenne il feto depositario del diritto insindacabile alla vita.

Perché, allora, mi chiedo, quello fu ritenuto depositario del diritto alla vita e gli altri, i tanti che la perdono nelle cliniche no? Chi è che detiene il diritto insindacabile di decidere della vita di un feto?

Luigi Gatti – Trento

«Io la penso così» – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

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Il pericolo delle interazioni farmacologiche – di Adriano Bertolasi

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Egregio Direttore,

molte volte rimaniamo attoniti nel leggere delle notizie sconvolgenti a livello nazionale, dove dei pazienti vengono dimessi dai diversi presidi di Pronto Soccorso, –“in tutta tranquillità, dopo approfonditi accertamenti che non riscontrano nulla di grave”, e poi nel giro di 24 o 48 ore improvvisamente muoiono.

Si aprono indagini ministeriali che rimangono ovviamente “secretate” e raramente si viene a conoscenza delle possibili e reali cause di questi improvvisi ed “inspiegabili” decessi.

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Questa condizione può tuttavia colpire tragicamente ognuno di noi, dopo essere uscito “regolarmente dimesso” dal Pronto Soccorso e affidato al medico curante per proseguire eventuali accertamenti necessari.

Certi decessi improvvisi in diversi casi, tranne patologie preesistenti che degenerano improvvisamente, dipendono a mio modesto avviso dalla non sempre attenta e scrupolosa preparazione in campo farmacologico di alcuni medici. Ogni farmaco dobbiamo precisare che viene dotato di un bugiardino (anche questo nome lascia molto intuire:  il nome non è casuale, in quanto molte volte tendeva ad esaltare, soprattutto in passato, i benefici del farmaco stesso, tenendo segreto invece quanto di più dannoso il farmaco stesso potesse comportare).

Solo piuttosto recentemente dopo diverse leggi in materia, la situazione presenta un’esposizione più ampia in merito agli effetti collaterali e alle controindicazioni, che vengono riportate e non di rado si può leggere anche: “effetti letali o effetti mortali”, se dovesse interagire “sfortunatamente con altri farmaci o presentare intolleranze che il paziente preventivamente non conosce”.

Ora è necessario comprendere il significato di effetti collaterali e controindicazioni.

Ma prima di procedere con tale dettaglio, consta amaramente rilevare che la maggior parte dei medici esortano i loro pazienti a “non leggere i bugiardini”, perché sono solo delle formalità, alle quali le case farmaceutiche devono ottemperare per rispettare specifiche norme di legge.

Specifichiamo che effetti collaterali sono elementi soggettivi che possono colpire o non colpire determinanti pazienti, mentre le controindicazioni sono elementi oggettivi che devono escludere automaticamente determinate condizioni patologiche pre-esistenti all’utilizzo del farmaco stesso.

Ora chiediamoci alla luce di certe generalizzazioni: ma queste norme di legge a cosa servono? Secondo una certa logica dovrebbero servire a tutelare la salute dei pazienti ma sembra che sia nella prassi comune un elemento di secondaria importanza secondo una certa visuale medica.

Al “Pronto Soccorso” in particolar modo, e non entriamo nel merito dell’organizzazione degli stessi, in quanto le dieci ore di attesa che tanto mi hanno scandalizzato per quanto occorsomi personalmente presso il presidio Santa Chiara di Trento, che ebbi già occasione di denunciare in un articolo apparso sulla “Voce del Trentino” del 13 febbraio scorso, sono un’inezia rispetto alle condizioni in cui versano certi presidi del pronto soccorso nel resto d’Italia. (E’ sufficiente quanto documentato nel recente servizio televisivo, relativo all’Ospedale S. Camillo di Roma e tanti altri)….

Ma il nocciolo della situazione più grave di ogni altro riscontro, sta nell’assoluta “inadeguatezza professionale in campo farmacologico” da parte di alcuni medici che prestano servizio di “pronto intervento sanitario” e a volte non solo in ambito di “Pronto soccorso”, ma purtroppo ed è ancor peggio, anche in ambito specialistico…..

Con quale criterio si può somministrare un farmaco senza che il paziente sappia anticipatamente se è allergico o ipersensibile a tale farmaco? Come si può al minimo accenno di forma influenzale per esempio, prescrivere degli antibiotici appena la febbre sale di qualche grado, senza prima avere potuto verificare se si tratta di una sindrome virale o batterica? Molte volte gli stessi antibiotici ben si sa, fanno più danni che benefici all’organismo e sono assolutamente dannosi oltre che perfettamente inutili se la sindrome è virale.

Certamente per scongiurare eventuali pericoli di ordine batteriologico, risulta molto più facile e apparentemente “rassicurante” prescrivere indiscriminatamente degli antibiotici, senza tenere presente i danni collaterali che gli stessi possono provocare all’organismo, allorché non fossero assolutamente necessari.

Il più delle volte in tali circostanze, nella prescrizione terapica succede che molti medici si “dimenticano”… di prescrivere contestualmente adeguati fermenti lattici, con i conosciuti effetti benefici che in tal caso produrrebbero nell’organismo del paziente, facendo aumentare i “batteri buoni”, a contrasto degli effetti “sommari” di distruzione batteriologica degli antibiotici.

I tamponi salivari inoltre sono degli egregi sconosciuti nella nostra prassi medica e non vengono mai finalizzati a questo preciso scopo di indagine diagnostica.

E’ pur vero che vengono richiesti in fase preliminare di colloquio durante la visita, eventuali farmaci assunti ed eventuali allergie in merito agli stessi, che i pazienti devono confermare in tale circostanza, ma è anche vero che alcuni medici, non risultano adeguatamente informati riguardo alle possibili interazioni a volte letali, che certe somministrazioni di farmaci possono determinare, se prescritti senza sufficiente cognizione farmacologica in merito agli stessi.

Un pratico esempio viene alla luce in particolar modo con i farmaci antipertensivi. Se un paziente prende un farmaco che blocca un canale di assorbimento di determinati farmaci e contestualmente gli si prescrive in aggiunta, in sede di “Pronto soccorso” un farmaco “induttore” dello stesso canale, che rischia di vanificare o aumentare la potenzialità del farmaco in uso, producendo a volte anche un potente effetto tossicologico, aumentandone l’emivita con la conseguenza di dannosi metaboliti,… possono accadere delle situazioni di estrema gravità per il paziente stesso.

Un esempio: se un paziente è in terapia preesistente con Diltiazem (Isoforma P450) che blocca la sottocategoria citocromo Cyp3a4, non gli si può poi prescrivere un farmaco antipertensivo (induttore) che viene metabolizzato tramite lo stesso canale precedentemente bloccato, in quanto l’emivita del farmaco (ovvero il parametro farmacocinetico che riduce del 50% la biodisponibilità del farmaco stesso nel plasma o nel siero) allunga la permanenza dello stesso in tale ambito, producendo dei danni a volte molto gravi di vera intossicazione farmacologica o involontario “sovradosaggio” per mancanza di adeguata metabolizzazione.

Solo pochissimi medici professionalmente preparati si attivano per verificare preventivamente, prima di prescrivere un farmaco, se effettivamente un farmaco è induttore o bloccante di un isoenzima, con relative interazioni a volte molto pericolose, non permettendo un’ adeguata metabolizzazione dei nuovi xenobioti che vengono introdotti nell’organismo o ancor peggio, modificando gli effetti di quelli preesistenti: la maggior parte di loro si limita a rassicurare verbalmente i propri pazienti sulla bontà farmacologica di quanto prescrivono!

Ecco dove nasce un vero pericolo per la nostra salute e a volte per la nostra stessa vita.

Un problema di particolare rilevanza vale per chi soffre di insonnia cronica. Generalmente si attribuisce ad uno stato depressivo maggiore il fenomeno e si indirizza il paziente ad effettuare una visita neurologica che nella sostanza la maggior parte delle volte si esaurisce con la somministrazione di un antidepressivo. (Benzodiazepine e similbenzodiazepine la fanno da padroni in questo campo).

Il neurologo ben se ne guarda dal cercare una seria e concreta motivazione del disturbo, per cui al paziente che soffre di insonnia cronica si limita a prescrivere ad esempio “Mirtazapina”, non analizzando minimamente che questa contiene Imipramina, la quale ha delle ripercussioni negative se il paziente è iperteso o soffre di malattie cardiache o vascolari. (Condizione che anche se viene confermata dal paziente stesso moltissime volte non viene minimamente presa in considerazione).

L’argomento si potrebbe sviscerare all’infinito, ma per condizioni di spazio, limito solo a tali osservazioni il pericolo di assumere dei farmaci, senza conoscere preventivamente le possibili interazioni deleterie che gli stessi possono produrre a contatto con altri farmaci pre-esistenti….

Ritengo a questo punto che maggiore attenzione e competenza specifica da parte di alcuni medici, sia assolutamente condizione obbligatoria prima di prescrivere un farmaco.

Non di meno dobbiamo tenere inoltre presente, che certi farmaci vengono prescritti “on label”, ovvero non per quanto contemplato espressamente come finalità di cura nel bugiardino stesso, ma bensì a livello empirico.

E’ vero sì, che in certi sporadici casi con la metodica “on label”, si sono potuti osservare delle risoluzioni “scientificamente inspiegabili” a problematiche reali, ma con spirito esclusivamente sperimentale, senza poter adeguatamente in realtà definire con cognizione di causa eventuali e probabili danni collaterali emergenti e susseguenti.

Prendiamo in questo caso ad esempio l’utilizzo di Mirapexin (Pramipexolo), un farmaco che sarebbe indicato per la cura del Parkinson, quando il Levadopa non avesse sufficiente presa sulla malattia. Si è rilevato su una rivista scientifica americana, che alcuni pazienti ammalati di Parkinson, dopo avere preso il Mirapexin sono piombati in un sonno profondo improvviso e molto pericoloso per esempio, se si fosse alla guida di una vettura. Ebbene certi medici “specialisti”, prescrivono lo stesso farmaco per combattere l’insonnia in pazienti che non hanno nulla a vedere con il Parkinson, solo per sperare con il “metodo on label” di farli finalmente dormire. (Adducendo in casi simili alibi giustificativi assurdi, che in ultima analisi non trovano alcun riscontro scientifico, ovvero ad esempio che il Mirapexin curerebbe il disturbo delle gambe senza riposo che verrebbe attribuita in certi casi, come causa primaria della mancanza di sonno ristoratore).

Piccolo particolare non trascurabile: la maggior parte di coloro che non soffrono di Parkinson, si ritrova in pochi giorni dall’inizio della “cura” a soffrire di depersonalizzazione e derealizzazione, senza ovviamente avere raggiunto alcun risultato sperato in merito alla ricerca di un buon sonno!

Ora mi chiedo quante sono le persone che soffrendo di insonnia rivolgendosi a “esperti e qualificati” neurologi, si sono sentiti dire: “molto probabilmente Lei soffre di clinofobia”, quando un paziente prova angoscia a doversi coricare alla sera? Penso molto pochi perché purtroppo troppe volte, la cultura medica si ferma al giorno del proprio esame di laurea e questo è il dramma più sconfortante per molti pazienti, che diventano delle vere inconsapevoli cavie umane in mano a case farmaceutiche senza scrupoli complici di certa inadeguatezza professionale a livello medico.

Potrei continuare con molti altri esempi. Premetto a conclusione: non sono medico, quindi tutto ciò fa parte di “mie personalissime considerazioni” che tuttavia desidero compartire con chi desidera informarsi preventivamente prima di venire intossicato da farmaci non pertinenti alle proprie condizioni personali o non compatibili con farmaci già in uso.

Ah!…Dimenticavo un’ ultima cosa: mi sembra di avere letto “da qualche parte”…che l’uso di psicofarmaci, avvalora nell’ambito di certe psicopatologie una condizione che va a determinare il così detto “loop disfunzionale”.

Di cosa si tratta? Semplicemente del fatto che in determinate situazioni, l’uso di psicofarmaci crea l’illusione di una regressione del disturbo di carattere psicologico, (ad esempio ansia), ma non ne risolve alla base il vero motivo scatenante. Ciò accade ad esempio in caso di clinofobia, dove il paziente ha impresso nei propri engrammi, esperienze precedenti negative, legate alle proprie condizioni di riposo notturno che inibiscono “il piacere del riposo”, creando uno stato di ansia notturna.

Ciò andrebbe a determinare semplicemente che sospendendo la “cura” con ansiolitici (antidepressivi) di vario genere, il disturbo tornerebbe inesorabilmente a galla nella quasi totalità dei casi dopo essersi intossicati “gratuitamente”. Ovviamente tali osservazioni non sono esaustive per la cura dell’insonnia cronica, dove molte volte un eccesso di orexina ad esempio, produce uno stato di veglia costante, ma non intendo qui scrivere un trattato sull’insonnia con i relativi rimedi.

La stessa psicologia emotocognitiva stabilisce che non è con gli psicofarmaci che si curano determinati disturbi psicologici, (utili per altro in altre situazioni dove esistono vere e proprie alterazioni morfologiche delle sinapsi di grave rilevanza psichiatrica), perché se in molti casi “minori” il problema “è nella testa” del paziente, la “soluzione va ricercata nella testa stessa del paziente e non nell’ausilio dello psicofarmaco”.

Adriano Bertolasi – Trento

«Io la penso così»  la rubrica dedicata ai lettori – (invia a: redazione@lavocedeltrentino.it)

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