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Spettacolo

“Tempi nuovi” e come sopravviverli: Cristina Comencini al teatro Sociale

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Fino a domenica va in scena al teatro Sociale Tempi nuovi (2017), scritto e diretto da Cristina Comencini e prodotto da Michele Gentile e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale.

La commedia, un atto singolo, vuol essere un’indagine sull’effetto delle nuove tecnologie sulle famiglie e i loro componenti.

Il padre Giuseppe (Maurizio Micheli) è uno storico il cui rapporto con la tecnologia è a dir poco difficile: confonde i termini e riesce a mandare in crisi il macOS (il sistema operativo dei Macintosh) con allarmante regolarità.

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Sua moglie Sabina (Iaia Forte), giornalista, ha invece dovuto seguire un corso – la scelta era tra adeguarsi e andarsene – e ora è in grado di comporre gli articoli rapidi ma ricchi di contenuto multimediale che le è richiesto; forte di questo, proclama la sua modernità ad ogni possibile occasione.

Con loro vive il figlio Antonio (Nicola Ravaioli), liceale. Vero figlio della contemporaneità, è abituato al ritmo degli smartphone nella comunicazione come nella vita (nella sua cerchia è la regola di non avere rapporti fissi, ragazzi e ragazze si accoppiano a seconda dell’occasione) ma la vicina maturità lo convince a ricercare l’aiuto paterno.

C’è ancora la figlia Clementina (Sara Lazzaro), ormai indipendente. Ha un paio di cose importanti da comunicare alla famiglia e non si tratta di faccende che si possono dire per posta elettronica.

Tempi nuovi è un’altra pièce assai parlata, che si affida molto agli attori per raggiungere il pubblico. Fortunatamente il cast è all’altezza della prova.

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Maurizio Micheli (che ha ereditato il ruolo dallo scomparso Ennio Fantastichini) gioca con umorismo all’intellettuale un po’ polveroso, che vive in mezzo ai libri e se ne dice fiero.

Questo personaggio è professorale fino al midollo: per criticare la sessualità disinvolta del figlio non concepisce di meglio che brandire I dolori del giovane Werther (Goethe, 1774); per attaccare l’ossessione della velocità cita Gramsci (si suggerisce che il nome del figlio sia un omaggio); verso la fine della commedia cita, ovviamente in latino, Guglielmo di Occam.

Il suo atteggiamento è comprensibile: colto impreparato da una rivoluzione tecnologica che ha mutato la vita di tutti in Occidente, rifiuta di alzare bandiera bianca ed invece sceglie di combattere in un ruolo vicino al dotto di Salamanca come venditor di Apocalisse descritto da Umberto Eco.

“Al dotto di Salamanca — se vuole sopravvivere — a questo punto si propongono due alternative: o sottomettersi ad un corso di addestramento per acquisire sufficienti conoscenze tali da permettergli di essere maestro di cultura e di vita nel mutato orizzonte di rapporti, o costituire le basi di una nuova scienza, che consista nel sostenere la negatività morale e culturale della scoperta dell’America.

In questa disciplina egli potrebbe assurgere a dignità di esperto e diventare nuovamente maestro di vita per migliaia di discepoli”.

Iaia Forte ha dichiarato di aver accettato il ruolo per fare un cambio di passo rispetto ai consueti ruoli forti. Chi la ricordava in film come Luna e l’altra (ma anche i suoi film con Pappi Corsicato) non poteva dubitare che la sua Sabina avrebbe beneficiato molto dal suo temperamento e dalla sua energia.

Sabina, si è detto, padroneggia la tecnologia come deve, ed è legittimamente fiera di dirsi donna moderna, eppure sotto la pelle le cose stanno altrimenti.

Come Giuseppe anche lei ha dei libri che ama estrarre dalla libreria, ma si tratta degli album di famiglia (più di venti, dice), che conserva e aggiorna con impegno e devozione e che non vede l’ora di accrescere ulteriormente.

Udite le nuove della figlia, a stento nasconde lo shock e le serve un po’ di tempo per abituarsi ai cambiamenti.

Come in Indovina chi viene a cena?, proclamarsi avanzati risulta meno facile quando la realtà comincia a riguardarci.

Nicola Ravaioli offre al suo adolescente la bonomia e la rilassatezza di tanti pacifici e coccolati millennial che conosciamo.

Sara Lazzaro ha il ruolo di chi farà saltare gli equilibri consolidati della famiglia, e lo fa con tranquilla dignità e con una sicurezza che manca ai genitori.

Dopo l’annuncio di lei le cose non saranno più come prima: il più colpito sarà Giuseppe, che complice una breve convalescenza ospedaliera si tuffa nei nuovi media con l’ardore del neoconvertito, abiurando gli amati libri al punto di non tollerare nemmeno di udire il termine (la famiglia reagisce come se avesse perso il senno).

Un’autentica crisi di mezza età, solo con i social media al posto di un’amante e di una motocicletta.

Qui c’è forse un punto critico, ossia che amare i libri non implica in alcun modo che si debbano odiare i computer, e viceversa. Ma il tono è garbato, e Micheli in questa fase finale lascia briglia sciolta al suo talento comico.

Esiste ancora in lui abbastanza del professore per citare, come detto, Occam, filosofo noto al pubblico soprattutto per il concetto del rasoio di Occam: in soldoni, per risolvere un problema basatevi sulle ipotesi più semplici possibile (evitando di supporre infinite quanto inutili varianti).

Che è, credo, il senso della commedia come detto dalla Comencini stessa: “Non c’è una morale. L’importante è vivere la propria storia, perché le cose cambiano dentro di noi lentamente, non possono essere acquisite” (intervista a Repubblica; occhio che l’Autrice non condivide affatto la mia reticenza per i particolari della trama).

Una parola anche per la scenografia di Paola Comencini. Ritrae lo studio di casa, con altissime librerie, qualche poltrona e la scrivania.

Molto semplice, ma efficace: quando la si rivede con le librerie vuote, comunica in modo inequivocabile che niente sarà più come prima.

Ci si diverte con Tempi nuovi, opera brillante e leggera che ha spesso fatto ridere il pubblico in sala. I primi minuti forse sono stati un po’ rallentati dall’esposizione, ma in seguito lo spettacolo ha proceduto, arguto e agile, a dimostrare il suo umorismo intelligente.

La compagnia incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 5 e sabato 6 aprile alle 20 e 30 e ancora domenica 7 alle 16. La rappresentazione si è conclusa poco prima delle 22.

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Spettacolo

Cosa preferisci: centomila euro subito o un milione fra dieci anni?

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Da questa domanda parte lo spettacolo “Il Test”, con Roberto Ciufoli, Benedicta Boccoli, Simone Colombari, Sarah Biacchi per la regia di Roberto Ciufoli che si è svolto venerdì 24 gennaio al Teatro Zandonai di Rovereto.

La trama è la seguente:Hec̀tor e Paula, una coppia con qualche problema economico, deve affrontare la scelta che gli propone il vecchio amico Toni, in attesa che li raggiunga per cena Berta, la giovane fidanzata psicologa di successo. Una decisione apparentemente semplice: accontentarsi di una piccola ma immediata fortuna o aspettare lunghi anni per decuplicarla? Il dilemma che inizia come un semplice e teorico test di personalità, in un clima di divertita amicizia, diventa sempre più causticamente feroce e mette progressivamente a nudo i caratteri, i pensieri reconditi e i delicati segreti dei quattro commensali. Fra battute di spirito al vetriolo e sferzanti dialoghi i protagonisti vengono spinti a prendere decisioni che nell’arco di una cena cambieranno radicalmente le loro vite, forse per sempre.” 

Il gioco drammaturgico che viene portato in scena mette lo spettatore davanti anche alle dinamiche e al background di ogni personaggio: ognuno ha un prezzo, una storia, dei motivi per cui vengono fatte alcune scelte invece di altre. Tanto, alla fine, le maschere cadono ed ognuno si rivela per quello che è: un amante che ha vissuto nell’ombra, un’amica indecisa, una persona che crede di conoscere il bene degli altri senza conoscerli davvero. Cento mila euro subito… oppure aspettare? Ma quel milione, che prezzo avrà? Quanto varrà, in realltà?

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«Siamo sempre alla ricerca della giusta risposta, per apparire intelligenti e svegli. Cosa può nascondersi dietro l’innocuo “è meglio un uovo oggi o la gallina domani”? Rispondere che dipende dalla salute della gallina denoterà sagacia, cinismo oppure analisi pragmatica? Sia come sia, il risultato sarà comunque la scoperta o la conferma di un comportamento che influirà, su chi viene “testato”. racconta Roberto Ciufoli.

E lo spettacolo non delude le aspettative: divertente ed ironico, seppur con una serietà di fondo, riesce a coinvolgere il pubblico roveretano che apprezza molto questa tipologia di rappresentazione.

Spingersi a cercare delle risposte, cercare di fare del proprio meglio, non è mai semplice. Bisogna mettersi a nudo soprattutto con il proprio “Io” interiore per trovare l’origine del proprio pensiero, senza mai dimenticare che alcune situazioni possono essere ben più comuni di quanto non si pensi. E che, in fondo, forse non esiste affatto una risposta corretta… solo conseguenze.

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Spettacolo

Al teatro sociale «La classe»: la scuola come specchio di una società in crisi contesa tra delusione e speranza

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Fino a domenica va in scena al teatro Sociale La classe (2017) di Vincenzo Manna, prodotto da Società per Attori, Accademia Perduta/Romagna Teatri e Golden Art Productions.

Un insegnante precario di origine straniera, Albert, si vede affidata la gestione di un corso di recupero per studenti problematici.

Il preside non si attende risultati significativi dalla cosa: questi sei studenti debbono solo recuperare i crediti necessari per poter sostenere gli esami, nient’altro.

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Questi adolescenti son un gruppo variegato di problematiche intrecciate: musulmani, ebrei, borgatari, zingari. E ancora: timidi patologici, sbandati, piccoli spacciatori, teppisti in erba.

Albert cerca di svolgere il suo compito coscienziosamente, ma i suoi sforzi si infrangono contro il muro di diffidenza accumulata dai giovani rispetto all’autorità e al sistema scolastico.

Con un piccolo stratagemma gli riesce di interessare quasi tutti (come il filone delle storie ambientate in scuole di confine impone, c’è sempre chi non vuole essere aiutato) in un progetto europeo che contempla un premio.

A distanza visibile dalla scuola sorge un enorme campo profughi, causa di disagio e timori in città. Un rifugiato ha portato con sé un bel numero di documenti che testimoniano la repressione in atto nel suo paese.

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Il bando dell’Unione ha per tema i giovani e l’Olocausto: i materiali in possesso della classe sarebbero perfetti, e il fatto che a presentarli sarebbero studenti indisciplinati di una città in crisi potrebbe essere per loro un ulteriore bonus.

Il lavoro comincia, finché qualcuno viene travolto da un evento personale in concomitanza con alcuni disordini causati dai profughi. Questi ultimi diventano presto gli indiziati principali agli occhi dell’opinione pubblica e degli studenti stessi.

L’istituto non trova di meglio che chiudere, e dichiarare la classe di recupero completata d’ufficio; parallelamente la città istituisce un coprifuoco. Albert e i suoi virgulti si daranno per vinti?

La classe si svolge interamente all’interno di un’aula scolastica, dimessa e disordinata, ma il suo incessante confronto con il mondo esterno ad essa dissipa qualsiasi senso di claustrofobia potrebbe altrimenti sorgere.

Albert e i suoi studenti portano sempre con sé il bagaglio della loro storia personale; la realtà circostante irrompe costantemente nelle lezioni, costringendo tutti a reagire secondo la propria indole.

Come accusa un personaggio, è facile avere compassione delle sofferenze di chi vive lontano, difficile e scomodo è invece averne con chi ti sta sotto gli occhi, chi vive in città ed è stritolato dalla crisi economica.

Vincenzo Manna ha fatto un ottimo lavoro nel bilanciare gli elementi del suo lavoro: per una catastrofe umanitaria, un silenzioso dramma individuale. E se rimane chiaro chi tra i personaggi rappresenta la ragione e chi il torto, al torto viene dato spazio per una efficace arringa difensiva.

Giuseppe Marini, alla regia, ha anche lui ben variato il ritmo dell’azione a seconda dei momenti, seri, drammatici o giocosi della scena.

Il cast si muove bene nel dare voce a questi personaggi in cerca di un posto nel mondo. Andrea Paolotti è molto realistico come Albert, insegnante consapevole della scarsa autorevolezza oggidì attribuita alla posizione, solido eppur pacato.

Come preside, Claudio Casadio si mostra burocraticamente disincantato, impegnato verso il suo istituto assai più di quanto lo sia verso i suoi studenti, teoricamente ragion d’essere dell’intera istituzione. Eccetto quando parla di galline (a proposito delle quali… più avanti).

Poca meraviglia se questi adolescenti avversano scuola e potere: problemi a scuola? Chiusura e metal detector. Problemi in città? Coprifuoco e muraglie.

I giovani attori a cui sono affidati i ragazzi (Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Giulia Paoletti, Andrea Monno) svolgono il loro compito oltre la sufficienza (naturalmente non tutti nella stessa misura), e mi spiace non inoltrarmi nell’argomento, ma molta parte di La classe consiste nel conoscere (ancora, in diversa misura) il corpo studentesco. Sarebbe come entrare nei dettagli dei personaggi di Breakfast Club.

La scena, quest’aula dai banchi usciti da decadi passate, è di Alessandro Chiti. Le luci di Javier Delle Monache (coadiuvate dalle musiche di Paolo Coletta) contribuiscono puntualmente a denotare la scansione delle lezioni.

Teatro serio, questo. Il tema, se sia più sensato sopportare gli oltraggi del destino cinico e baro o combattere contro un mare di problemi e lottando disperderli.

Casadio offre una guida lungo lo spettacolo. Parlando di polli.

Le galline hanno le ali, ma non volano, tutt’al più svolazzano per pochi metri. Conducono un’esistenza dalla routine fissa: mangiano, dormono, si accoppiano, tuttavia sono costantemente preda del timore. Vedete i parallelismi, certamente.

Ma vi è dell’altro. Se le ali dei polli non gli concedono il volo, le loro zampe sono forti e ben piantate sul terreno. Una gallina potrebbe, volendo, raggiungere dall’Italia Parigi in tre giorni, Berlino in nove.

Basterebbe loro una rampa, e raggiungerebbero la luna.

La compagnia incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 24 e sabato 24 novembre alle 20 e 30 e ancora domenica 25 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 55.

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Spettacolo

Overload: l’uomo contemporaneo nel mare/acquario dell’ipertesto

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Giovedì 16 gennaio alle ore 20 e 30, all’auditorium Melotti di Rovereto, andrà in scena Overload, “ipertesto teatrale sull’ecologia dell’attenzione”, opera del collettivo Sotterraneo vincitrice nel 2018 del premio Ubu quale spettacolo dell’anno.

Produce Sotterraneo stesso insieme a Teatro Nacional D. Maria II nell’ambito di APAP – Performing Europe 2020, Programma Europa Creativa dell’Unione Europea.

Prendendo le mosse dalla vicenda artistica e umana di David Foster Wallace (1962-2008), Overload mira a sottolineare come la condizione di iperstimolazione cui è sottoposto l’uomo contemporaneo l’ha ridotto ad avere una capacità di attenzione – ed empatia – inferiore a quella dei pesci rossi.

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Claudio Cirri presta la voce a Foster Wallace stesso in mezzo alle interruzioni e alle possibilità/distrazioni ipertestuali proposte dalla scena e dai colleghi, con la partecipazione del pubblico.

Come presentano l’opera i Sotterraneo stessi, “L’attenzione è una forma d’alienazione: il punto è saper scegliere in cosa alienarsi.

Per questo sembriamo sempre tutti persi a cercare qualcosa, anche quando compiamo solo pochi gesti impercettibili attaccati a piccole bolle luminose e non si capisce chi ascolta e chi parla, chi lavora e chi si diverte, chi trova davvero qualcosa e chi è solo confuso. Sei arrivato fin qui senza spostare lo sguardo?

Davvero? E non è insopportabile questo sforzo di fare una cosa soltanto alla volta? Guardati attorno: quante altre cose attirano la tua attenzione? Ora guardati dall’alto: riesci a vederti?”

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Daniele Villa, responsabile del testo, chiarisce: “Ci stiamo spostando verso un’acquisizione del sapere non più verticale ma orizzontale. Questo implica un cambiamento a vari livelli: verità, consapevolezza, capacità di stare nel presente.

In Overload, a partire da un discorso centrale, i performer offrono continuamente link a contenuti nascosti che innescano possibili azioni e immagini.

Gli spettatori possono rifiutare i collegamenti e continuare a seguire il discorso; oppure attivarli, perdendosi in un labirinto di distrazioni, in una rincorsa al frammento molto simile a quello che sperimentiamo tutti i giorni”.

Overload

concept e regia Sotterraneo, in scena Sara BonaventuraClaudio CirriLorenza GuerriniDaniele Pennati, Giulio Santolini, scrittura Daniele Villa, luci Marco Santambrogio, costumi Laura Dondoli, sound design Mattia Tuliozi, props Francesco Silei, grafica Isabella Ahmadzadeh

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